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La clinica dei disturbi dell’apprendimento
ci permette di fare una schematica tassonomia, che comprende la
classificazione seguente:
-
disturbi specifici dell’apprendimento (DSA);
-
disturbi dell’organizzazione cognitiva;
-
disturbi dell’organizzazione
metacognitiva;
-
disturbi dell’apprendimento su base
emotivo-motivazionale.
Mi limiterò a discutere solo la prima e
l’ultima classificazione (giacché in esse non si ravvisa una forma di
ritardo mentale, come invece sussiste nei disturbi dell’organizzazione
cognitiva e metacognitiva) e tralascerò la discalculia, rispetto la
quale, mi limito solo ad osservare, che nel definirla clinicamente si usa
un linguaggio inadeguato, giacché se il problema fosse solo della
difficoltà a contare con i numeri, basterebbe l'uso di una calcolatrice
ed il problema sarebbe risolto!
Per Disturbi specifici dell’apprendimento
(DSA) s’intende uno disfunzionamento neuropsicologico
specifico, circoscritto a delle funzioni specifiche: la lettura (le
dislessie), la scrittura (le disgrafie, la disortografia),
il calcolo (le discalculie); oppure può coinvolgere in modo
generalizzato gli apprendimenti di disturbo di base (disturbo
generalizzato d’apprendimento).
Nei Disturbi dell’apprendimento su
base emotiva o motivazionale è spesso molto difficile riconoscere il
rapporto causa effetto, che lega un disturbo dell’apprendimento ed un
disturbo affettivo, che, se lieve (ad esempio una depressione minore),
può essere secondario a frustrazioni in ambito scolastico o familiare e
non responsabile di esse.
Nei disturbi dell’apprendimento della lingua scritta
lo studio neuropsichiatrico asserisce che
l’apprendimento della lingua presuppone nel bambino (dai 5 ai 7 anni) la
maturazione di una serie di funzioni neuropsicologiche,
cognitive e dell’assetto della personalità, presentandosi come un
momento particolare e di verifica dello sviluppo del bambino.
Il disturbo specifico di comprensione del testo scritto,
è un disturbo della lettura che esclude di per sé un problema nella
decodifica del materiale. Questi bambini vengono definiti “cattivi
lettori”, da distinguere dai dislessici. Si tratta di soggetti che pur
non essendo né dislessici né mentalmente ritardati capiscono poco del
significato di quel che leggono.
Questa visione composita postula una
integrazione delle informazioni a livello sensoriale, sintattico,
semantico, pragmatico in modo simultaneo piuttosto che seriale (lettura
come processo di assemblaggio di conoscenze a diversi livelli).
Le ricerche sulla metacognizione dei buoni e
cattivi lettori
Secondo il prof. Fratini, il bambino che
arrivando alla fine della frase dimentica quello che ha letto nelle
righe precedenti, non può cogliere il significato di un brano. A
riguardo, le ricerche sulla metacognizione di buoni e cattivi lettori
indicano che i cattivi lettori:
-
sono poco consapevoli di dover
cercare un senso di quello che leggono;
-
non si rendono conto di non
capire;
-
utilizzano con minore
frequenza strategie di lettura;
-
non sono in grado di scegliere
una strategia idonea.
Mentre nei buoni lettori la perdita di
controllo sulla comprensione è un’esperienza sporadica, per stanchezza o
scarso interesse, sembra che nei cattivi lettori la carenza di
monitoraggio sia molto più frequente.
Per potenziare la capacità di riconoscere e denominare correttamente le
parole di un testo (decodificazione), fondamentale è promuovere il
processo di automatizzazione della conversione grafema/fonema passando
all’uso del lessico visivo della parola. Per potenziare la comprensione,
vale a dire, la capacità di cogliere il significato del testo, occorre
promuovere l’abilità a individuare i contenuti principali di un testo,
la sua struttura sintattica, e l’abilità a trarre inferenze.
Sempre secondo il prof. Fratini, il processo di costruzione del
significato di un testo, implica la rilevazione di una struttura di
contenuto del testo attraverso una rilevazione selettiva delle
informazioni salienti a cui si accompagna una inibizione di quelle meno
rilevanti. La selezione delle informazioni rilevanti viene integrata con
le conoscenze precedenti e implica una interazione tra memoria a breve
termine (MBT), di lavoro (ML) e a lungo termine (MLT).
Le differenze tra buoni e cattivi lettori potrebbero riguardare
un problema a livello di conoscenze precedenti, di capienza del
magazzino della memoria a breve termine, oppure della memoria di lavoro.
Un lettore esperto può far leva sulle conoscenze precedenti per compiere
inferenze anche su un testo poco chiaro. Fare inferenze: capire le cose
non dette, fare collegamenti, disambiguare le ambiguità semantiche.
I cattivi lettori sembrano carenti a livello della capacità di compiere
inferenze, per via di una carenza nella capacità di rendere disponibili
le conoscenze previe al momento giusto.
Disturbi della scrittura:
scrittura intesa come processo di comunicazione scritta.
Il prof. Fratini ritiene che l’analisi dei
processi cognitivi implicati nella scrittura è fondamentale per la
comprensione del disturbo e il concepimento di un piano riabilitativo.
Ipotesi più accreditata: quella di ricondurre il disturbo specifico di
scrittura all’aspetto ortografico. Disturbo della scrittura quindi,
inteso come disturbo nell’automatizzazione delle regole di conversione
fonema/grafema, e tra parole e loro rappresentazione ortografica. Nel
primo tipo vi saranno errori fonologici: omissioni (paca invece
di panca) o confusioni (cafallo invece di cavallo).
Nel secondo tipo vi saranno errori non fonologici (aqua invece di
acqua). C’è un altro tipo, quello degli errori fonetici (uso di
doppie e accenti).
PARTE SECONDA
Un caso clinico
Profilo generale
Maria M.
Maria (nome di fantasia) ha l’età di
14 anni, è la primogenita di una famiglia che vive in Toscana. La
diagnosi funzionale di Maria, è la seguente: “Soggetto con capacità
cognitive globalmente nella norma, ma con difficoltà settoriali che
compromettono l’apprendimento scolastico”.
Lo sviluppo della personalità appare armonico, anche se va superata una
fase iniziale d’autosvalutazione e di scarsa autostima, che la ragazza
manifesta a contatto con l’altro di sé. Ciò provoca in lei alcuni scatti
di regressione, giacché per sentirsi più sicura, anche a scuola, ricorre
all’intervento della madre. La ragazza teme la sua disapprovazione della
madre e questo fattore (simbiotico?) la blocca nella relazione
interpersonale.
Sul piano dell’autonomia ancora deve maturare stadi d’indipendenza
persino motoria, per esempio, venire a scuola, giacché abitando in un
paesino isolato vicino a Montecatini, deve farsi accompagnare e
riprendere dalla madre, anziché, usare l’autobus come fanno i suoi
coetanei.
Maria vive un irrisolto “complesso di Caino” verso il fratellino più
piccolo, giacché lo ritiene gelosamente “colpevole” di sottrargli
affetto ed attenzione dei genitori. Non manca però di evidenziare, con
sofferenza ed imbarazzo, che la madre, quando lo rimprovera, gli dice:
“Studia, altrimenti diventi scemo come tua sorella!”.
LA FAMIGLIA
La famiglia è benestante, ceto sociale
medio, con genitori il cui livello base d’istruzione è di Media
Inferiore. Il padre di Maria è nato in Campania e la madre in Toscana.
Il padre e la madre svolgono la professione d'impiegati. I genitori
hanno entrambi l’età di 34 anni; dopo Maria hanno concepito un bimbo che
oggi ha l’età di 6 anni e si chiama Filippo (nome di fantasia). I
genitori si sono separati da tre anni, dopo un periodo di forti litigi
in un clima personale e familiare conflittuale. I nonni sono assenti
come figure autorevoli e presenti come persone il cui vincolo familiare
è solo un vincolo, anzi un peso. Se Maria racconta di andare dai nonni
materni (Toscani), allora ne parla con gusto; se invece deve parlare di
quelli paterni (Campani), allora ne parla malvolentieri e non manca di
sottolineare, stigmatizzando, che sono “meridionali” e quindi “diversi”
dagli altri nonni. Pur di non andare a trovarli, per esempio, fa un
elenco di difficoltà: sono troppo lontano e il viaggio è troppo faticoso
ed anche increscioso, perché di loro non capisce il dialetto quando
parlano e non sa mai cosa fare per passare il tempo.
Il contesto scolastico: l’istituto e la
classe
Maria frequenta la seconda classe, per la
prima volta, di un Istituto Statale Professionale Alberghiero Turistico.
La scuola organizza stage e collabora con le agenzie territoriali,
oltre che favorire scambi culturali e multiculturali in Italia e nel
mondo. Al suo interno si conta: un organico di oltre 150 docenti, con un
numero di studenti di circa mille; un laboratorio d’informatica, di
cucina, di sala-bar e ristorante. I ragazzi eseguono turni e praticano
le materie professionali con cene a tema: dal menu francese a quello
egiziano; dal menu medioevale a quello tipicamente regionale, dal menu
nazionale a quello internazionale.
La scuola ha un gruppo di circa 20 docenti che si occupano dei ragazzi
disabili, con tre aule appositamente attrezzate: biblioteca tematica e
un adeguato lavoro di schede e quanto altro svolto dai docenti di
sostegno negli anni, messo a disposizione. Anche se ancora i due edifici
presentano qualche barriera architettonica (per esempio, in uno dei due
la strada è stretta e il manto stradale danneggiato, i parcheggi
insufficienti, ecc.) tuttavia, la scuola ha fatto tanto per eliminare
quelle più importanti: i bagni, quindi, sono adeguati; le scale si
possono sostituire con l’ascensore.
In questo istituto, per complessive 11 ore, Maria segue una
programmazione personalizzata, di tipo H, che implica strategie ed
obiettivi di contenuti che differiscono da quelli previsti dai programmi
ministeriali. Le ore di sostegno sono suddivise in 9 ore area umanistica
e 3 area scientifica.
La classe di Maria è composta da 25 alunni, di cui 3 con "percorsi H".
Il gruppo classe è eterogeneo. Il livello di scolarizzazione è basso. Il
rapporto che Maria ha con le compagne di classe è buono, mentre con i
ragazzi è più riservata ed, a volte, si sono verificati alcuni episodi
di autoisolamento o d’indifferenza. Il rapporto che Maria ha con gli
insegnanti è buono, perché è una ragazza ben educata, anche se permane
in lei un’indifferenza, che apparentemente assume l’aspetto di una sfida
sottile e non dichiarata, verso gli insegnanti maschi. Particolarmente
buono è il rapporto che Maria ha con le altre due compagne disabili.
ASSE COGNITIVO
-
Livello di sviluppo cognitivo:
il livello intellettivo è globalmente nella norma, ma con rendimento
discontinuo secondo vari tipi di prove.
-
Le strategie:
l’elaborazione dell’informazione deve essere sempre ancorato
all’esperienza concreta. C’è una capacità autonoma d cogliere gli
elementi significativi, mentre per l’organizzazione ha bisogno di
rifarsi a schemi proposti precedentemente.
-
Uso in modo integrato di competenze diverse:
buona in riferimento alle proprie esperienze concrete.
ASSE AFFETTIVO RELAZIONALE
-
Area del sé: evoluzione
affettiva adeguata all’età. L’autostima e la valorizzazione positiva
dei propri sentimenti sono gravati in passato da ansie, da paure e
adesso sembrano apparire in ripresa, anche se permangono in uno stato
fragile.
-
Rapporto con gli altri:
disponibile a collaborare con gli altri, sa comportarsi in modo
adeguato alle norme.
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La motivazione al rapporto
è adeguata.
ASSE COMUNICAZIONALE
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I mezzi privilegiati:
linguaggio orale
-
Contenuti prevalenti:
esperienze vissute.
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Modalità d’interazione:
adeguata ad un normale conversazione dialogica.
ASSE LINGUISTICO
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Comprensione: adeguato per
usi sociali e per argomenti che la interessano.
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Produzione: si esprime
verbalmente con un codice linguistico adeguato. Limitatezza del
lessico e della sintassi a livello di discorso.
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Uso comunicativo:
adeguato.
ASSE SENSORIALE
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Funzionalità visiva: fa uso di lenti
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Funzionalità uditiva:
nella norma
ASSE MOTORIO-PRASSICO
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Motricità globale: nella
norma
-
Motricità fine: nella
norma, ma è disgrafica.
-
Prassie semplici e complesse:
nella norma.
ASSE NEUROPSICOLOGICO
-
Capacità mnesiche: nella
norma per tutto ciò che la interessa. Difficoltà per gli apprendimenti
di tipo formale.
-
Capacità attentive: nella
norma su base percettiva ridotta per quella verbale.
-
Organizzazione spazio-temporale:
lieve difficoltà nell’analisi segmentaria delle relazioni spaziali e
temporali.
ASSE DELL’AUTONOMIA
-
Autonomia personale:
adeguata.
-
Autonomia sociale:
adeguata.
ASSE DELL’APPRENDIMENTO
-
Lettura e scrittura (età scolare):
la scrittura tutt’ora presenta errori tipici della disgrafia. Continua
a scrivere solo in stampatello e superati pochi righi diventa non
molto leggibile. Il contenuto è limitato alle esperienze vissute. La
lettura non è del tutto fluida e la comprensione è relativa a semplici
brani in stile narrativo ed ancorati ad esperienze vissute.
-
Uso spontaneo (delle competenze acquisite):
usa spontaneamente le competenze acquisite sul piano pratico.
-
Apprendimenti curriculari:
segue un programma ridotto con obiettivi semplici. Le difficoltà
maggiori rilevano nell’ambito logico-matematico. Le competenze ad oggi
acquisite non sono ancora sufficienti. Gli interventi didattici mirano
a far evolvere l’alunna nelle competenze disciplinari. Predilige il
rapporto alunna-docente perché più rassicurante e stimolante. Bisogno
di continui controlli e gratificazioni.
AREA DELLA MATEMATICA
-
Aritmetica: Maria possiede
il concetto di conservazione della quantità e della numerosità degli
insiemi. E’ capace di confrontare anche le numerosità di due insiemi,
per esempio, è capace di calcolare il resto di monete da una
banconota. Utilizza senza difficoltà i simboli >, <, =. Maria ha
dunque i requisiti per per l’apprendimento del concetto di numero.
-
Sequenziale: Maria ha la
capacità di sequenziale (per grandezza, temporalmente, logicamente…)
più insiemi ed eventi. Sa riconoscere i “segni” denotativi delle
singole cifre e assegnare a ciascuno di essi un suono. E’ riuscita a
fare un cartellone calcolando correttamente tutti gli ingredienti
esatti accorrenti per fare una torta e sintetizzare il tutto con una
figura finale o con più foto che indicano i processi di lavorazione.
-
Sa leggere e scrivere correttamente numeri superiori
a 50. E’ quindi in grado di riconoscere il
valore del denaro e di calcolare il resto pagando con una banconota di
50 o di cento euro. E’ in grado di capire che una macchina si acquista
con migliaia di euro ed un cellulare con almeno cento euro.
-
Sa conoscere il significato delle quattro operazioni
e comprende bene il testo di un problema sapendo scegliere
l’operazione adatta per risolverlo. A causa però della facilità con
cui si distrae, la lettura di numeri con più di 4 cifre presenta delle
difficoltà, dovuta al fatto che si concentra all’inizio e alla fine
delle parole che legge, perdendo di vista la parte centrale. Se però
si concentra non ha difficoltà a svolgere operazioni con il denaro
senza difficoltà nell’uso del riporto e del prestito. Nell’uso dei
numeri decimali svolge correttamente addizioni e sottrazioni ed
incolonna correttamente i numeri. Si è esercitata nelle operazioni con
l’uso dell’euro e sa che nell’unità di misura monetaria il passaggio
dai decimali all’unità corrisponde al passaggio dai centesimi
all’euro.
Geometria
Localizzare oggetti nel piano e nello spazio
Maria non ha difficoltà a localizzare degli
oggetti nel piano e nello spazio.
Usare termini adeguati per verbalizzare un
percorso
Maria conosce i binomi topografici:
davanti/dietro, dentro/fuori, sopra/sotto e non ha difficoltà
nell’utilizzo destra/sinistra. Descrive con appropriata definizione i
percorsi abituali: recarsi dall’aula alla sala-bar, dai laboratori
d’informatica all’aula di sostegno.
Lettura di una carta topografica e stradale
Maria conosce la cartina
dell’Italia e della Toscana, sa leggere la carta stradale ed orientarsi,
anche se sembra non conoscere né sa utilizzare le coordinate cartesiane.
Conoscere e riconoscere figure
Maria conosce e riconosce figure
quali il triangolo (anche se fatica a distinguere il triangolo
rettangolo se è capovolto), il rettangolo,il quadrato e il cerchio. Ha
appreso i concetti di perimetro e area ed è in grado di riconoscere
anche la figura del rombo e del trapezio.
Disegnare e definire figure
Maria disegna correttamente il
quadrato, il cerchio, il rettangolo e il triangolo rispettando la
chiusura delle figure e la perpendicolarità nel quadrato e nel
rettangolo,le altre figure sa riprodurle se ha un modello di confronto.
Di tutte le figure riesce a dare una descrizione, sia pure con tempi
dell’attenzione adeguati.
Espressione grafico-pittorica
La scuola Alberghiera non
richiede competenze pittoriche o artistiche e, quindi, nemmeno
grafico-pittorica. In ogni caso partecipa attivamente ai lavori di
decupage organizzati dal gruppo del sostegno, anche se vive con
forte sofferenza e vergogna il ritrovarsi dentro l’aula riservata agli
alunni disabili. Se le viene affidato un incarico lo porta a termine
anche con i colori.
Disegno spontaneo
Maria disegna raramente, anche se
nel suo diario fa delle figure femminili o stilizzate in modo personale
e garbato.
La figura umana
La motivazione deve essere alla
base dell’impegno a disegnare la figura umana o altri disegni, che
tuttavia compie con aggraziato gusto e senso logico, adeguato all’età.
Uso dei colori
Sa usare i colori e combinarli
tra essi.
Uso del foglio
Maria sa disegnare al centro del
foglio e in dimensioni adeguate in modo da ben impiegare il foglio per i
soli soggetti richiesti.
Lettura delle immagini
Maria legge le immagini
comprendendone il significato e il significante. Legge bene una striscia
disegnata in senso da sinistra a destra e va correttamente in linea se
la storia comporta più immagini. Ricostruisce una storia a lei nota,
mettendo al posto giusto le immagini necessarie a tale scopo. Sa
tradurre oralmente le immagini che simboleggiano gli avvisi, i divieti
stradali o quotidiani (vietato, chiuso, pericolo di morte, ecc.).
Linguaggio grafico
Maria ha la capacità percettivo-visiva per
cui sa riferire verbalmente la figura umana osservata nella sua forma,
nel movimento e nelle interpretazioni naturalistiche, oltre che
simboliche, stilizzate o caricaturali.
Ella è in grado di riferire verbalmente
sull’aspetto naturale (vegetale o animale). Dagli aspetti visivi dei
mass-media coglie finezze e particolari delle immagini, oltre che il
significato, anche critico, di spot, film, ecc.
PARTE TERZA
Un percorso didattico
Il problema in esame deve prevedere
un’azione didattica volta all’inserimento ed integrazione dell’alunna
nel gruppo-classe. A tale scopo, sarebbe auspicabile un’azione anche
collegiale dei docenti, sia curriculari e sia di sostegno, anche se
questo assume un aspetto utopistico, giacché tra i docenti curriculari
vige un'ignoranza crassa a capire il fenomeno del sostegno, l'autorità conferita
all'insegnante di sostegno è subordinata ed inadeguata. L'insegnante di
sostegno è erroneamente inteso come il badante, il docente del singolo
alunno, l'insegnante di ripetizione del ragazzo portatore d'handicap. E
la cosa triste è che gli insegnanti di sostegno si rassegnano ed
accettano questo ruolo subalterno ed anche umiliante, parliamoci chiaro!
(E questo è il problema nel problema).
In ogni caso,
l'obiettivo dovrebbe mirare a migliorare la fiducia di Maria in se
stessa, con l’accettazione ed acquisizione di metodologie utilizzate o
sperimentali, per far conoscere alla ragazza la realtà adolescenziale
(con gli annessi problemi che questa comporta per tutti, a prescindere
dell’handicap) e scolastica. Gli obiettivi comuni allora possono
mirare a migliorare l’autonomia personale e l’autostima della ragazza.
In sede di programmazione, si dovrà dare spazio alle abilità
“trasversali” dell’alunna, per esempio, saper organizzare il proprio
materiale di lavoro e di studio; saper porre domande, sapersi
organizzare anche per uscite autonome (tra cui, favorire la sua
partecipazione alle gite scolastiche, visite guidate, ecc.) sia nella
vita sociale che scolastica. L’insegnante di sostegno può agire da
mediatore tra scuola e famiglia, cercando di limitare l’ansia scaricata
sulla ragazza, che probabilmente non corrisponde alle reali attese
ideali, di entrambi i genitori.
La didattica dovrà puntare ad insegnare all’alunna d’imparare ad
imparare con fiducia in se stessi e nelle proprie capacità personali. A
tale scopo si dovranno utilizzare strumenti sia metodologici
(scoraggiare, per esempio, l’egocentrismo o l’autosvalutazione della
ragazza) sia didattici (prove strutturate, semistrutturate, ecc.)
senza sconfinare nel tecnicismo che potrebbe rivelarsi dannoso, anziché
aiutare la ragazza stessa.
-
Abstract del P.E.P.
Area della socializzazione e delle autonomie
-
Saper rispettare le regole fondamentali
del vivere in gruppo.
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Rafforzare il senso di responsabilità
nel portare a termine gli incarichi assegnati.
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Saper collaborare con i compagni nello
svolgimento delle attività pratiche.
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Sapersi organizzare il proprio lavoro
utilizzando le competenze acquisite.
-
Sviluppare una maggiore consapevolezza
di sé, delle proprie capacità e del proprio ruolo nella scuola e
nella società.
Area psicomotoria
-
Migliorare la coordinazione dinamica
generale.
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Potenziare la motricità.
Area cognitiva (apprendimento, stile
cognitivo)
-
Migliorare la memoria a breve e lungo
termine.
-
Potenziare le capacità di osservazione e
di controllo.
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Migliorare i tempi di attenzione.
-
Potenziare le capacità di concentrazione.
Area umanistica e linguistica letteraria
-
Potenziare le abilità linguistiche di
base.
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Ampliare il lessico.
-
Migliorare la pronuncia e l’espressione
orale.
-
Migliorare la conoscenza e l’uso del PC.
Area logico-matematica
-
Rafforzare le capacità di calcolo.
-
Rafforzare la capacità di risoluzione di
problemi inerenti l’uso del denaro.
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Generalizzare le abilità acquisite in
contesti diversi.
Area professionale
-
Conoscere l’attrezzatura.
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Conoscere le ricette basi (salse, impasti,
ecc.).
-
Conoscere le regole di igiene del
personale e delle attrezzature.
La scelta dell’obiettivo
Negli obiettivi del PEP si dovrebbe
agevolare l’asse dell’identità personale e dell’autonomia, puntando al
rafforzamento dell’autostima ed al miglioramento della sicurezza in se
stessa dell’alunna. Attraverso la lettura mirata d’autori (come
Boudelaire o Leopardi, i quali nonostante il loro handicap sono riusciti
nella vita a divenire davvero molto importanti) e comprensione di testi,
con esercizi di calligrafia, si può favorire il miglioramento della
capacità comunicativa e di relazione con gli altri. Saper scrivere in
forma adeguata (superando lo stampatello) e sviluppando una padronanza
del lessico professionale e del vissuto, porta inevitabilmente a
migliorare il rendimento scolastico, ma anche a rendere più sicura di sé
l’alunna stessa. Di seguito si riporta la riproduzione di un compito
dove si evince lo sforzo di superare il carattere stampatello maiuscolo
e gli errori tipici della disgrafia e della disortografia.
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Col tempo si dovrebbero utilizzare libri di
testo e non più materiale strutturato, selezionando argomenti e temi
utili al raggiungimento degli obiettivi suddetti.
PARTE QUARTA
I "RAGAZZI DIFFICILI"
Il caso preso in esame fin qui, è stato
affrontato con una impostazione neuropsichiatrica e neuropsicologica,
come avviene oggi in Italia in tutti i casi di sostegno scolastico.
Noi possiamo teorizzare che la ragazza certificata come "soggetto
effetto d'handicap", è, di per sé, un handicap, in quanto
costituisce uno stigma difficile da condividere; la ragazza, in quanto "certificata",
ossia fatta risultare agli atti con una certificazione medico-neuropsichiatrica,
di per sé, ha un nuovo handicap sull'handicap.
Maria è una ragazza difficile, con problemi d' insicurezza e di scarsa
autostima; ma quanti sono gli studenti che nelle scuole hanno identici
problemi? C'è da rilevare, che la timidezza (ossia, la mancanza
d'iniziativa e d'intraprendenza allontanandosi anche dalle regole del
gruppo o sociale), può essere uno "svantaggio" (quindi, un handicap) in
una Scuola Professionale Alberghiera (dove impari ad affrontare il
pubblico, ossia a sentirti futuro cameriere al servizio degli altri),
per esempio, ma un valore aggiunto al Liceo classico (dove impari a
sentirti futura "classe dirigente").
Così come, allo stesso modo, possiamo ritenere che una persona non è
necessariamente "deviante" (ossia, diversa dalla media), perché, per
esempio, ha violato una legge, giacché quello stesso atto o fatto
deviante, se è commesso in un altro Paese, dove non è contemplato come
reato, cosa succede? La persona è diventata "deviante" (o
"cattiva") nel secondo Stato, oppure a causa del comportamento deviante
(o criminale) è da ascrivere alla diversa legislazione penale o stato?
L'etichettamento, allora, formula affermazioni con una logica causale ed
enuncia proposizioni verificabili (cfr. Wellford, 1975), che poche
teorie "scientifiche" possono vantare di poter fare.
I criminologi Lilly, Cullen e Ball (1989) affermano che una falsa
etichetta, per il solo fatto di essere stata applicata, può diventare
facilmente la verità per quelli pronti a credervi.
Il sociologo Tannenbaum scrive, che ogni qual volta un bambino viene
sorpreso a commettere un atto deviante, gli viene affissa un'
"etichetta" che l'identifica come deviante, ne modifica l'autoimmagine.
L' "etichetta" fa in modo che gli altri reagiscano ad essa, non al
bambino. L'affissione delle etichette è, quindi, la causa reale
della devianza. Per avere un esempio di questo fenomeno, provate a
ricordarvi se per caso siete stati mai accusati di qualcosa che non
avete commesso. Non era importante il fatto che non avevate fatto
niente, quanto il fatto che qualcuno avesse reagito verso di voi come se
lo aveste fatto.
E' evidente, quindi, che la devianza sta nello sguardo di chi osserva o
accusa. I criminologi clinici hanno anche posto la loro attenzione di studio e
di ricerca, sulle conseguenze dell'etichettamento sulla persona etichettata
come deviante. Due sono le modalità di questo processo: a) l'etichetta
attrae l'attenzione di chi etichetta, che osserva e rafforza
l'etichettamento della persona; b) la persona interiorizza l'etichetta,
arrivando ad autodefinirsi deviante.
Entrambi i processi possono portare ad un'espansione della devianza
(Wilkins, 1965). Gli individui etichettati diventano più visibili, nel
senso che la gente si accorge di loro con maggiore consapevolezza.
L'attenzione verso i devianti si concentra maggiormente e rende più
facile la scoperta di altri tipi di devianza, sia per la cultura
neuropsichiatrica, intrinseca al DSM-IV, sia per la cultura legalista.
Disabilità ed handicap
Anticamente l’uomo riteneva diversi ed
emarginava i bambini disabili, psicologicamente considerati come un
errore della natura, li uccideva, li riteneva malati di spirito e li
cacciava dai villaggi, facendoli imbarcare sulle navi dei mercanti,
verso una destinazione ignota. Il più delle volte, come la zavorra,
venivano buttati in mare alla prima difficoltà con l’equipaggio; oppure,
per poter sbarcare, dovevano pagare un tributo. Bambini mostro, dunque,
dove l’handicap era visto come il castigo divino o di qualche malignità
sopranaturale, scagliato per lo più contro la madre che ha dato alla
luce un bambino mostro.
Durante il Nazismo, la teoria folle della razza pura non ammetteva
imperfezioni fisiche e quindi venivano uccisi, torturati o sterminati
tutti i “diversi”, a prescindere se fossero ritenuti marginali o
devianti. La situazione odierna è cambiata, come scrive Carlo Fratini:
“Appare chiaro che l’handicap (che in ogni caso non va confuso con il
deficit che è, per sua stessa natura, oggettivo e irreversibile) dipende
prevalentemente da una serie di barriere di carattere
architettonico, sociale, psicologico e educativo che possono ostacolare
in forma permanente o transitoria chiunque, anche se in genere risultano
maggiormente colpite le persone più deboli”.
Marginalità e mass-media
Tuttavia, rimanendo nel tema,
a complicare le cose oggi ci sono i mass-media, che entrano
prepotentemente nelle case di milioni di persone ed attraverso un
bombardamento di parole ed immagini stereotipate diffondono modelli,
stili di vita e di linguaggio, che riescono nell’insieme a dare forma
alla realtà. E’ vero che i mass-media sono anche fonte d’informazione,
ma questa è utile finché non diviene alienante (Ferrarsi O., 2000). E’
anche vero che i mass-media non creano patologie, ma è altrettanto vero
che essi amplificano quelle pre-esistenti (Kappler, 1987). La Tv ha
anche favorito l’alfabetizzazione, diffuso l’uso di una lingua comune e
favorito la vicinanza tra culture diverse. In ogni caso, come tutte le
innovazioni tecnologiche, ha i suoi effetti collaterali e
controindicazioni, tra cui, per esempio, far sentire emarginato sia chi
non possiede le scarpe “Nike” o il profumo “Armani” e sia chi non
acquista l’ultimo successo di Vasco Rossi o il più aggiornato e
moderno telefonino ultra comandato. Ci si sente emarginati, seguendo i
mass-media, se non riusciamo ad essere nella realtà ciò in cui la TV ci
fa sognare di essere nella finzione.
Stigma, identità, normalità
La parola stigma fu
usata per prima dai Greci, per indicare i segni fisici associati agli
aspetti insoliti e criticabili della condizione morale di chi li ha.
Questi segni venivano incisi nel corpo con il coltello (oppure impressi
col fuoco) per rendere chiaro a tutti che li portava era uno schiavo, un
criminale, un traditore, o comunque una persona infame che doveva essere
evitata soprattutto pubblicamente.
Con l’avvento del Cristianesimo a tale termine fu aggiunto un senso
metaforico di tipo medico con allusione religiosa; ovvero, il ritenere
quei segni corporei come la forma di sfoghi di pelle o di disordine
fisico.
Oggi si ritiene che lo stigma sia un concetto che produce un profondo
discredito. A volte è definito una mancanza, un handicap, una
limitazione. Esso costituisce una frattura tra l’identità sociale
immaginata (Sé sociale) e l’identità sociale attualizzata (Sé
individuale).
Il termine stigma è riferito soltanto come un attributo profondamente
dispregiativo, dove conta molto il linguaggio dei rapporti e non quello
degli attributi. Un attributo che stigmatizza una persona, può
essere accettato comunemente quando si riferisce ad un’altra persona,
per cui, in se stesso, non può suscitare né assoluta credibilità né
assoluto discredito. Per esempio, in America ci sono alcuni posti di
lavoro in cui la gente è spinta a nascondere la mancanza di
un’istruzione a livello universitario. In altri, invece, c’è chi
nasconde di aver ricevuto un’istruzione universitaria elevata per paura
di essere considerato come un fallito o un escluso.
Rispetto lo stigma sono noti i comportamenti di noi “normali”, spinti a
ritenere che chi possiede lo stigma non è proprio una persona umana.
Partendo da tale premessa pratichiamo molte discriminazioni, grazie alle
quali gli riduciamo (anche inconsciamente) le possibilità di vita.
Mettiamo su una teoria dello stigma, un’ideologia atta a spiegare la sua
inferiorità e ci preoccupiamo talvolta razionalizzando un’animosità
basata su altre differenze, come quella di classe.
Linguaggio e stigma
Nel parlare comune
utilizziamo termini particolari, come cieco, storpio, bastardo, demente,
mutilato, pazzo, che diventano una fonte di metafore e di immaginazione.
Nello stesso tempo tendiamo ad attribuire una vastità di imperfezioni
partendo da quella originaria, specie di natura soprannaturale, quali il
“sesto senso” o la “comprensione”. Per esempio, tendiamo a pensare che
un cieco possa meglio di altri riconoscere la natura di un rumore o che
un sordo possa vedere meglio di un vedente. Può capitare che entrando in
contatto con un cieco gli si gridi le cose come se pensassimo fosse
sordo; mentre in contatto con un sordo tendiamo a guidarlo come se fosse
un cieco. E’ in questo modo che ciascuno può far scaturire una vasta
gamma di credenze radicate nello stereotipo ed esternate nel linguaggio
comune.
Il deviante normale
Si può teorizzare che il
ruolo sociale della persona normale e quello della persona
stigmatizzata, sono due facce della stessa medaglia, giacché si presume
che la persona normale e la persona stigmatizzata abbiano la stessa
struttura mentale. Si può anche presupporre, che le persone con stigmi
differenti si trovino in una situazione particolarmente simile e
rispondano anche in modo simile.
Una persona anziana che si accorge di dimenticare alcuni nomi dei suoi
amici più intimi, è probabile che cessi di frequentare i posti dove
potrebbe incontrarsi con loro, dimostrando l’imbarazzo e la realtà di
una situazione da cui i vecchi sono esclusi. Se quindi non possiamo
chiamare lo stigmatizzato un deviante, sarà meglio chiamarlo un deviante
normale, almeno nella misura in cui la situazione venga analizzata nel
contesto che abbia presentato.
I ruoli dello stigmatizzato e del normale non sono soltanto
complementari, ma hanno in comune anche parallelismi e somiglianze. Una
prova efficace di ciò sta nello psico-dramma. Al fondo di questa
“terapia” c’è la premessa che i malati di mente e gli altri che sono al
di là del limite siano in grado, sul palcoscenico, di scambiarsi le
parti. Il ruolo della persona normale sarà trasferito su chi impersona
il proprio ruolo per le persone normali. In realtà questo tipo di
rappresentazione viene fatto con molta competenza.
Un'altra prova sul fatto che l’individuo possa controllare sia il ruolo
normale che dello stigmatizzato lo troviamo osservando alcuni
scherzi. I normali quando sono tra loro “decollano” a spese di uno
stigmatizzato. In altre situazioni invece è lo stigmatizzato che fa lo
stesso con i normali, come pure con se stesso. Questa specie di gioco
dello stigmatizzato dimostra non tanto una specie di distanza cronica
che l’individuo ha rispetto a se stesso quanto che lo stigmatizzato è,
come tutti gli altri, prima di ogni cosa abituato alla concezione che
gli altri hanno di persone come lui. Inoltre, differisce da loro per
avere anzitutto una ragione particolare di resistere alla degradazione
dello stigma quando si trova in loro presenza e di godere di una
speciale licenza di parlarne quando loro ci sono.
IN-CONCLUSIONE
Il DSM-IV, com'è
noto, raccoglie 374 cd "disordini mentali", ossia un numero record di
classificazioni! Molte di queste classificazioni sono soltanto delle
metafore, suggestive, forse, ma che tuttavia non hanno nulla di
scientifico.
Tanto per essere più chiari: nel 1952 i disordini mentali catalogati
erano 112; nel 1968 erano 163; nel 1980 erano 224; nel 1987 253; nel
1994 erano 254 e l'elenco è destinato ad aumentare, giacché
gli individui etichettati (e la
certificazione d'handicap è di per sé un'etichetta) diventano più
visibili, nel senso che la gente si accorge di loro con maggiore
consapevolezza. L'attenzione verso i devianti si concentra maggiormente
e rende più facile la scoperta di altri tipi di devianza.
Il caso di Maria
può essere inquadrato clinicamente con una (pseudo)diagnosi secondo il DSM-IV,
come s'è detto; oppure può essere affrontato con un approccio pedagogico
evitando lo stigma e l'etichettamento. Intervenire nel sostegno
scolastico con l' approccio pedagogico anziché neuropsichiatrico,
significa non solo tener fuori dalla scuola il più possibile psicologi e
psichiatri (e criminologi clinici), non solo evitare di aumentare le classificazioni del
DSM di anno in anno,
ma restituire la scuola alla pedagogia più intelligente, quella che non
insegue le mode aziendalistiche e tecnicistiche né confonde gli alunni
con l'utenza e li etichetta come "capitale umano", mandando in soffitta
l'essenza e la propria ragione d'essere come pedagogia.
BIBLIOGRAFIA
Zanobini, M./Usai, M. C.
Psicologia dell'handicap e della
riabilitazione,
Angeli, Milano 1999.
------------- Note al saggio di Saverio Fortunato, Il deviante normale
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Funzioni linguistiche (la lingua scritta in un sistema alfabetico è
il frutto di una codifica di linguaggio orale), metalinguistiche e
metafonologiche, motorie, visuo-percettive, di orientamento, di
lavoro nella dimensione temporale e spaziale, di integrazione
visivo-uditiva, sono alcune delle funzioni implicate
nell’apprendimento della lingua scritta.
Fratini T., Lezione del 12/01/2005, Università di Firenze
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