F. SAVATER: I LIMITI DELLA TOLLERANZA, A CURA DI SAVERIO FORTUNATO

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F. Savater


Filosofia

Fernando Savater: insegna Filosofia all’Universidad Complutense di Madrid. Filosofo e scrittore impegnato da sempre nella lotta contro l’intolleranza per una libertà politica e culturale, per una convivenza fra uomini e morale. Savater indica la via dell’etica, che non è comportamento naturale e non va confusa con la politica: la politica serve a formare le istituzioni, l’etica serve a formare persone migliori. E per seguire questa strada bisogna cominciare proprio dai bambini.

 



Voltaire


FERNANDO SAVATER, I LIMITI DELLA TOLLERANZA
di Prof. Saverio Fortunato
(Docente di Criminologia Clinica Libera Università Ludes di Lugano
Abilitato all'insegnamento di Filosofia, Psicologia e Scienze dell'Educazione)
 

IL SENSO DELLA TOLLERANZA

Quel è il senso della tolleranza? Quali sono i suoi limiti? Si tratta di un tema molto attuale, rispetto al quale si usano molte espressioni e si fa confusione proprio sul senso che può avere l’idea di tolleranza in quanto tale, nell’ambito delle virtù sociali e dei giochi relazionali con cui ci muoviamo e viviamo. Ma che cos’è la tolleranza? La tolleranza, dice Savater, è la disposizione civica a convivere in armonia con persone che hanno un credo diverso o anche opposto rispetto al nostro, che hanno abitudini sociali e costumi che non condividiamo.

Savater sottolinea la discrepanza con ciò che non condividiamo. La tolleranza -afferma- non è indifferenza, nel senso che non si può dire che tolleriamo le cose che non ci interessano e che ci lasciano indifferenti. Allo stesso modo, dice Savater, non siamo nemmeno tolleranti con le cose che amiamo o che ci piacciano. La tolleranza, afferma, indica che quello che stiamo tollerando non ci piace, non ci convince. Non c’è nulla di male nel fatto che ci siano costumi, credenze, pratiche sessuali che non ci convincono e non ci piacciono. E’ normale ciò. E’ giusto così. Ognuno di noi ha il proprio giudizio e capacità di giudicare. Il problema sorge, invece, quando vogliamo impedire a qualcuno di esercitare i propri gusti, il proprio credo o i propri desideri. Noi tolleriamo quello che potremmo impedire o ostacolare nel suo manifestarsi e rinunciamo a farlo, perché capiamo che vivere in libertà presuppone convivere con cose che non ci piacciono.

La persona tollerante, secondo Savater, è colei che sa che dovrà sempre convivere con costumi, credenze, comportamenti altrui che non gli piacciono. Questa è la libertà. Libertà che richiede una certa preparazione ed educazione. Se tutti ci comportiamo allo stesso modo, dice Savater, se vediamo riflesso il nostro viso in quello degli altri non c’è problema. Il problema nasce quando invece vediamo visi diversi dal nostro e sentiamo linguaggi, credenze e gusti diversi dai nostri.  Evidentemente questa accettazione ha dei limiti. Non tutto può essere tollerato. Ci sono delle leggi e nell’ambito del bene comune si accettano gli usi, i costumi, le abitudini e le credenze degli altri; si accetta che ognuno possa cercare la propria via per affermare la propria eccellenza.
Voltaire confrontava l’Inghilterra del XVIII secolo con la Francia e diceva: “Ogni inglese o francese va in cielo o all’inferno scegliendo la strada che preferisce”. E’ questo il senso della tolleranza, che porta a dire: anche se non la penso come te e non sono come te però non posso importi certe cose. Posso pensare che stai sbagliando, che stai sprecando la tua vita, però debbo lasciarti procedere sul tuo cammino perché ognuno di noi ha il diritto di arrivare al cielo o all’inferno come vuole.

Il dibattito sulla tolleranza inizia nel XVII secolo con il saggio sulla tolleranza di Joan Locke, che poi è stato addirittura copiato da Voltaire nel secolo successivo. Comunque, nel saggio di Locke, che si riferiva soltanto alla tolleranza delle religioni, con cui si doveva convivere in quel periodo. Locke esclude dalla sfera della tolleranza gli atei, perché in quel momento era normale che il cittadino giurasse sulla bibbia per ottenere un lavoro pubblico. In conseguenza, la persona atea non aveva valore che giurasse su qualcosa cui non credeva e questo gli impediva di essere un cittadino completo e di assumere certi incarichi pubblici. Dopo Locke questa discussione è stata portata avanti e Thomas Jefferson chiuse il discorso con una bella frase: “Finché il mio vicino non mi rompe la gamba e non mi ruba la borsa, non importa se creda in un solo dio o in tanti dei o in nessun dio”.
Questo atteggiamento di Jefferson assomiglia molto all’atteggiamento che oggi vige in molti paesi democratici. Il che non significa, ovviamente, dice Savater, che non ci sia un limite tra il tollerabile e l’intollerabile. 
Secondo Savater, il fatto che una persona appartenga ad una famiglia o ad una etnia particolare, non significa che deve necessariamente condividerne il credo religioso, questi sono i limiti di quanto può essere tollerato. Oltretutto, non tollerare l’intollerabile, anche questo può essere un modo di lottare per la tolleranza. Dice Savater: se si tollera l’intollerabile o quando si tollerano gli intolleranti stiamo fomentando l’intolleranza, non la tolleranza. Quando, invece, non tolleriamo l’intolleranza o lottiamo contro le forme di intolleranza, allora lì veramente lottiamo a vantaggio della tolleranza.  Questo sembra essere molto importante perché delle volte il problema si presenta capovolto: ossia, appare come intolleranza quello che invece tende a favorire la vera tolleranza.

TOLLERANZA E BAMBINI

Savater pone questa domanda: è giusto che siano i genitori a scegliere il credo religioso per i loro figli? Dice Savater, prendiamo una foto che ritrae tre bambini: uno cristiano, uno ebreo e uno musulmano che giocano tranquillamente in Palestina.  Questo ci sembra normale, ma pensiamo di vedere la stessa foto, la cui didascalia indica un bambino marxista, uno neoliberale e uno conservatore che giocano tranquillamente.
Una cosa del genere ci sembrerebbe assurda, perché per noi le ideologie politiche sono scelte soggettive, non accettiamo che ci vengano tramandate dai genitori. Questo discorso però non vale per  il credo religioso, che invece è obbligatoriamente determinato dai genitori dei bambini. Bisognerebbe invece chiedersi, dice Savater, fino a che punto la vera e propria tolleranza ci spinga a imporre le nostre idee ai figli, anziché aspettare che certe scelte li facciano loro appena raggiunta la maggiore età. Per Savater il credo religioso non dovrebbe essere trasmesso come un’eredità genetica.

D’altro canto però, la tolleranza ha anche una controparte. Dice Savater: se io sono tollerato, debbo a mia volta tollerare che ci siano persone che non accettano e che criticano le mie idee e il mio modo di vivere. Un eccesso di criticità e suscettibilità è compatibile con una società tollerante. Ovviamente, c’è anche una questione di buona educazione. Se ci troviamo con persone che sappiamo essere molto religiose evitiamo di raccontare barzellette anticlericali per non offendere nessuno, ma questa è educazione civica. Quello che tolleriamo, dice Savater, sono le persone e i loro comportamenti, ma questo non vuol dire che dobbiamo tollerare le loro idee. A torto, spesso si dice che tutte le opinioni sono rispettabili, ma è assurdo: tutte le persone sono rispettabili (tranne che non si tratti di un serial killer), non tutte le opinioni. Ci sono opinioni assurde o errate o incredibili o che semplicemente non ci piacciono e che vanno criticate,  ma le persone vanno rispettate, pur senza rinunciare a far loro delle critiche.

L’INTOLLERANZA A PARTIRE DALLA TOLLERANZA

Ci sono gruppi sociali che si riuniscono perché appartengono ad una certa chiesa o ad una etnia o una minoranza sessuale ecc. e questi gruppi, non appena qualcuno li critica o se qualcuno fa un commento contrario alle loro idee, immediatamente si irrigidiscono e reagiscono parlando di fobia. Oggi si parla di omo-fobia, religione-fobia, cristiano-fobia, islam-fobia ecc. Dice Savater: la parola fobia non è una parola innocua o innocente; essa indica una malattia. Considerare che i dissidenti siano delle persone "malate di mente", è tipico di ogni sistema totalitario, il cui scopo è sempre quello annientare coloro i quali dissentono dal regime. Bisogna invece accettare, che se io ho il diritto di comportarmi come voglio (nel rispetto delle leggi, ovviamente), anche gli altri hanno il diritto di non approvare il mio comportamento, di giudicarlo, come anche di scherzarci sopra.

Il fatto che ci siano religioni o credi religiosi con cui non si può scherzare perché si usano subito espressioni del tipo: “Mi sento ferito nel mio credo”, per Savater è socialmente culturalmente molto pericoloso. Le persone che si sentono ferite nelle loro convinzioni, dice Savater, significa che si sentono legittimate a ferire gli altri; non le convinzioni a loro ostili, ma le persone. In una società pluralistica non si possono considerare le idee come parte della propria carne, per cui appena si viene criticati è come se si ricevesse una ferita.

Qualche anno fa c’è stato lo scandalo sulle vignette su Maometto. Erano della caricature su Maometto pubblicate su un giornale. Forse la parola caricatura è impropria perché si usa rispetto qualcosa che si conosce, mentre Maometto non lo si conosce; tuttavia, queste vignette sono state interpretate come un crimine, mentre si trattava di una questione di cattivo gusto, ma come si può dire che sia un crimine?

Secondo Savater un attacco alla tolleranza, per esempio, sta nel fatto che le autorità religiose vogliono convertire quello che  loro considerano come un peccato, in un reato per tutelare la società. Già Cesare Beccaria in “Dei delitto e delle pene” insegnava a distinguere il peccato dal reato. Il peccato è quello che stabilisce l’autorità religiosa per i suoi fedeli, se non si accetta questa autorità o questa dottrina, non si accetta nemmeno il peccato. Il resto della società però è laica e se la parte laica non si sottomette all’autorità religiosa, perché deve accettare come reato, quello che solo per i credenti è peccato?

Savater critica anche le minoranze sessuali. Si deve accettare -osserva- che ci sono delle persone con motivazioni più o meno antiquate che disapprovano il comportamento degli omosessuali. Anche se Savater è convinto che una coppia omosessuale abbia veramente il diritto ad essere riconosciuta e debba avere tutti i diritti come qualsiasi altra coppia o famiglia (eredità, domicilio, ecc.); tuttavia, dice Savater, ci saranno sempre delle persone che criticheranno o faranno ironia sul comportamento degli omosessuali, ma questo fa parte della democrazia e del pluralismo delle idee.

Quando accettiamo il pluralismo sociale, la compagnia degli altri a volte è difficile o dolorosa, perché c’è una sorta di attrito con persone che vivono in un altro modo. L’intollerante, il fanatico o chi persegue il comportamento degli altri, non è che è molto convinto di quello che fa. Se io mi comporto in un certo modo e tutti gli altri si comportano diversamente, allora mi chiedo: perché solo io faccio quello che faccio? E ho dei dubbi. Il fanatico, quindi, avendo dei dubbi interni, perseguita gli altri perché lui si sente nel giusto. Quelli più intransigenti non sono i più credenti, i più convinti, ma al contrario, sono quelli che hanno più paura degli altri e sono i più insicuri e deboli.
In una dittatura, dice Savater, quando il dittatore non ammette voci contrarie alla propria, non lo fa perché si crede sicurissimo nel suo credo, ma perché teme che se quelle voci a lui ostili si diffondono, potrebbero minare l’unanimità sociale e ostacolare quel cammino che lui vuole imporre. Sono, dunque, le società più deboli o rigide le più timorose del diverso.

DIRITTO ALLA DIFFERENZA O DIFFERENZA DI DIRITTI?

Si afferma che c’è un diritto alla differenza. Niente da obiettare in una società pluralistica. Il diritto alla differenza o la differenza di diritti, sono due cose diverse. Non è lo stesso avere un diritto condiviso da tutti; oppure avere delle differenze nell’ambito comune. Ci sono dei diritti diversi per ogni gruppo (etnia, sesso ecc.). Quello che è inaccettabile in ogni società è il frantumare la legge. Trasformare questa necessaria uguaglianza di fronte alla legge in gruppi diversi di legislazioni, di accordi, di costumi, di pressioni sociali e così via. Questa è una forma di debolezza e d’incapacità nei confronti della tolleranza.
La vera tolleranza è la lotta contro un nemico o per meglio dire avversario o diverso.  Seneca parlando della gente che la pensava in modo diversa, diceva di essere uno storico, ma che era incuriosito al punto di andare nel campo del nemico come esploratore; vale a dire, che andava nel campo del nemico non perché aveva cambiato la propria opinione, ma solo per esplorare, per capire cosa si stava perdendo. Noi potremmo fare lo stesso, ossia capire se c’è una lezione da apprendere anche da queste persone, che ci sembrano così diverse dai nostri gusti e dalle nostre idee.

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© - Pubblicato in rete 29.5.2008 - Tutti i diritti riservati