|
|
||||||
|
||||||
|
|
||||||
|
IL SENSO DELLA TOLLERANZA |
||||||
|
Quel è il senso della tolleranza? Quali sono i suoi limiti? Si tratta di un tema molto attuale, rispetto al quale si usano molte espressioni e si fa confusione proprio sul senso che può avere l’idea di tolleranza in quanto tale, nell’ambito delle virtù sociali e dei giochi relazionali con cui ci muoviamo e viviamo. Ma che cos’è la tolleranza? La tolleranza, dice Savater, è la disposizione civica a convivere in armonia con persone che hanno un credo diverso o anche opposto rispetto al nostro, che hanno abitudini sociali e costumi che non condividiamo. Savater sottolinea la discrepanza con ciò che non condividiamo. La tolleranza -afferma- non è indifferenza, nel senso che non si può dire che tolleriamo le cose che non ci interessano e che ci lasciano indifferenti. Allo stesso modo, dice Savater, non siamo nemmeno tolleranti con le cose che amiamo o che ci piacciano. La tolleranza, afferma, indica che quello che stiamo tollerando non ci piace, non ci convince. Non c’è nulla di male nel fatto che ci siano costumi, credenze, pratiche sessuali che non ci convincono e non ci piacciono. E’ normale ciò. E’ giusto così. Ognuno di noi ha il proprio giudizio e capacità di giudicare. Il problema sorge, invece, quando vogliamo impedire a qualcuno di esercitare i propri gusti, il proprio credo o i propri desideri. Noi tolleriamo quello che potremmo impedire o ostacolare nel suo manifestarsi e rinunciamo a farlo, perché capiamo che vivere in libertà presuppone convivere con cose che non ci piacciono. La persona
tollerante, secondo Savater, è colei che sa che dovrà sempre convivere con
costumi, credenze, comportamenti altrui che non gli piacciono. Questa è la
libertà. Libertà che richiede una certa preparazione ed educazione. Se tutti ci
comportiamo allo stesso modo, dice Savater, se vediamo riflesso il nostro viso
in quello degli altri non c’è problema. Il problema nasce quando invece vediamo
visi diversi dal nostro e sentiamo linguaggi, credenze e gusti diversi dai
nostri. Evidentemente questa accettazione ha dei limiti. Non tutto può
essere tollerato. Ci sono delle leggi e nell’ambito del bene comune si accettano
gli usi, i costumi, le abitudini e le credenze degli altri; si accetta che
ognuno possa cercare la propria via per affermare la propria eccellenza. Il dibattito
sulla tolleranza inizia nel XVII secolo con il saggio sulla tolleranza di Joan
Locke, che poi è stato addirittura copiato da Voltaire nel secolo successivo.
Comunque, nel saggio di Locke, che si riferiva soltanto alla tolleranza delle
religioni, con cui si doveva convivere in quel periodo. Locke esclude dalla
sfera della tolleranza gli atei, perché in quel momento era normale che il
cittadino giurasse sulla bibbia per ottenere un lavoro pubblico. In conseguenza,
la persona atea non aveva valore che giurasse su qualcosa cui non credeva e
questo gli impediva di essere un cittadino completo e di assumere certi
incarichi pubblici. Dopo Locke questa discussione è stata portata avanti e
Thomas Jefferson chiuse il discorso con una bella frase: “Finché il mio
vicino non mi rompe la gamba e non mi ruba la borsa, non importa se creda in un
solo dio o in tanti dei o in nessun dio”. |
||||||
|
TOLLERANZA E BAMBINI |
||||||
|
Savater pone questa domanda: è giusto che siano i
genitori a scegliere il credo religioso per i loro figli? Dice Savater,
prendiamo una foto che ritrae tre bambini: uno cristiano, uno ebreo e uno
musulmano che giocano tranquillamente in Palestina. Questo ci sembra
normale, ma pensiamo di vedere la stessa foto, la cui didascalia indica un
bambino marxista, uno neoliberale e uno conservatore che giocano
tranquillamente. D’altro canto però, la tolleranza ha anche una controparte. Dice Savater: se io sono tollerato, debbo a mia volta tollerare che ci siano persone che non accettano e che criticano le mie idee e il mio modo di vivere. Un eccesso di criticità e suscettibilità è compatibile con una società tollerante. Ovviamente, c’è anche una questione di buona educazione. Se ci troviamo con persone che sappiamo essere molto religiose evitiamo di raccontare barzellette anticlericali per non offendere nessuno, ma questa è educazione civica. Quello che tolleriamo, dice Savater, sono le persone e i loro comportamenti, ma questo non vuol dire che dobbiamo tollerare le loro idee. A torto, spesso si dice che tutte le opinioni sono rispettabili, ma è assurdo: tutte le persone sono rispettabili (tranne che non si tratti di un serial killer), non tutte le opinioni. Ci sono opinioni assurde o errate o incredibili o che semplicemente non ci piacciono e che vanno criticate, ma le persone vanno rispettate, pur senza rinunciare a far loro delle critiche. |
||||||
|
L’INTOLLERANZA A PARTIRE DALLA TOLLERANZA |
||||||
|
Ci sono gruppi sociali che si riuniscono perché appartengono ad una certa chiesa o ad una etnia o una minoranza sessuale ecc. e questi gruppi, non appena qualcuno li critica o se qualcuno fa un commento contrario alle loro idee, immediatamente si irrigidiscono e reagiscono parlando di fobia. Oggi si parla di omo-fobia, religione-fobia, cristiano-fobia, islam-fobia ecc. Dice Savater: la parola fobia non è una parola innocua o innocente; essa indica una malattia. Considerare che i dissidenti siano delle persone "malate di mente", è tipico di ogni sistema totalitario, il cui scopo è sempre quello annientare coloro i quali dissentono dal regime. Bisogna invece accettare, che se io ho il diritto di comportarmi come voglio (nel rispetto delle leggi, ovviamente), anche gli altri hanno il diritto di non approvare il mio comportamento, di giudicarlo, come anche di scherzarci sopra. Il fatto che ci siano religioni o credi religiosi con cui non si può scherzare perché si usano subito espressioni del tipo: “Mi sento ferito nel mio credo”, per Savater è socialmente culturalmente molto pericoloso. Le persone che si sentono ferite nelle loro convinzioni, dice Savater, significa che si sentono legittimate a ferire gli altri; non le convinzioni a loro ostili, ma le persone. In una società pluralistica non si possono considerare le idee come parte della propria carne, per cui appena si viene criticati è come se si ricevesse una ferita. Qualche anno fa c’è stato lo scandalo sulle vignette su Maometto. Erano della caricature su Maometto pubblicate su un giornale. Forse la parola caricatura è impropria perché si usa rispetto qualcosa che si conosce, mentre Maometto non lo si conosce; tuttavia, queste vignette sono state interpretate come un crimine, mentre si trattava di una questione di cattivo gusto, ma come si può dire che sia un crimine? Secondo Savater un attacco alla tolleranza, per esempio, sta nel fatto che le autorità religiose vogliono convertire quello che loro considerano come un peccato, in un reato per tutelare la società. Già Cesare Beccaria in “Dei delitto e delle pene” insegnava a distinguere il peccato dal reato. Il peccato è quello che stabilisce l’autorità religiosa per i suoi fedeli, se non si accetta questa autorità o questa dottrina, non si accetta nemmeno il peccato. Il resto della società però è laica e se la parte laica non si sottomette all’autorità religiosa, perché deve accettare come reato, quello che solo per i credenti è peccato? Savater critica anche le minoranze sessuali. Si deve accettare -osserva- che ci sono delle persone con motivazioni più o meno antiquate che disapprovano il comportamento degli omosessuali. Anche se Savater è convinto che una coppia omosessuale abbia veramente il diritto ad essere riconosciuta e debba avere tutti i diritti come qualsiasi altra coppia o famiglia (eredità, domicilio, ecc.); tuttavia, dice Savater, ci saranno sempre delle persone che criticheranno o faranno ironia sul comportamento degli omosessuali, ma questo fa parte della democrazia e del pluralismo delle idee. Quando
accettiamo il pluralismo sociale, la compagnia degli altri a volte è difficile o
dolorosa, perché c’è una sorta di attrito con persone che vivono in un altro
modo. L’intollerante, il fanatico o chi persegue il comportamento degli altri,
non è che è molto convinto di quello che fa. Se io mi comporto in un certo modo
e tutti gli altri si comportano diversamente, allora mi chiedo: perché solo io
faccio quello che faccio? E ho dei dubbi. Il fanatico, quindi, avendo dei dubbi
interni, perseguita gli altri perché lui si sente nel giusto. Quelli più
intransigenti non sono i più credenti, i più convinti, ma al contrario, sono
quelli che hanno più paura degli altri e sono i più insicuri e deboli. |
||||||
|
DIRITTO ALLA DIFFERENZA O DIFFERENZA DI DIRITTI? |
||||||
|
Si afferma che c’è un diritto alla differenza. Niente da obiettare in una
società pluralistica. Il diritto alla differenza o la differenza di diritti,
sono due cose diverse. Non è lo stesso avere un diritto condiviso da tutti;
oppure avere delle differenze nell’ambito comune. Ci sono dei diritti diversi
per ogni gruppo (etnia, sesso ecc.). Quello che è inaccettabile in ogni società
è il frantumare la legge. Trasformare questa necessaria uguaglianza di fronte
alla legge in gruppi diversi di legislazioni, di accordi, di costumi, di
pressioni sociali e così via. Questa è una forma di debolezza e d’incapacità nei
confronti della tolleranza. |
||||||
|
||||||
|
© - Pubblicato in rete 29.5.2008 - Tutti i diritti riservati |