Le psicoterapie sono dei teoremi, di Saverio Fortunato

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Epistemologia e Logica scientifica
 

Le psicoterapie sono teoremi,
basati su postulati indimostrabili
di Prof. Dott. Saverio Fortunato
(Specialista in Criminologia Clinica
Docente al Corso di Laurea Scienze Investigazione Università di L'Aquila)
 

Le tecniche d’intervento psicologico si definiscono psicoterapie. L’obiettivo che si pone la psicoterapia è la cura del disagio mentale e si differenzia dalla psichiatria, come metodo d’intervento sulla psiche, perché non è basata sui farmaci (lo psicologo non può prescrivere farmaci, non essendo un medico), ma sulla parola.
Un’altra caratteristica che differenzia le varie psicoterapie è data dalla scelta dell’analista di agire sul singolo paziente (psicoterapie individuali) o sul gruppo (psicoterapie di gruppo); ed un’ulteriore differenza è lo scopo: ci sono le psicoterapie che partono dal presupposto di voler intervenire per «modificare la struttura della personalità o di rieducare il paziente e di riadattarlo, puntando sulla persona e sul rapporto che la stessa instaura con il terapeuta e le psicoterapie che invece puntano sulla modificazione del sintomo attraverso interventi di carattere tecnico-sperimentale, non assegnando quindi valore primario al rapporto tra chi cura e chi è portatore del disturbo»
[1].

Le tecniche psicoterapiche sono numerose:

-la psicoanalisi, che si deve a Freud, con i suoi studi sull’isteria e sulle nevrosi che tuttavia, va detto, non gli consentirono di guarire nessuno dei suoi pazienti.

Il prof. Zonta riassume così questa psicoterapia: «Il lavoro inizia con i colloqui preliminari, durante i quali lo psicoanalista ha modo di verificare il funzionamento dell’Io del paziente e la sua capacità di accettare e di vivere con giusta motivazione il rapporto con l’analista. Si procede poi con il lavoro analitico vero e proprio, mediante delle sedute che, secondo la psicoanalisi classica, non dovrebbero essere meno di tre alla settimana». Ci sono delle regole da osservare, la prima, è detta fondamentale (definita così dallo stesso Freud) e consiste nel lasciar parlare liberamente il paziente, a ruota libera e senza interferire. Questa regola, scrive Zonta, ha lo scopo di rendere più accessibile il determinismo inconscio che, a livello cosciente, può manifestarsi proprio attraverso idee improvvise, disorganizzate e casuali. Poi c’è la regola dello specchio, incitando il paziente a proiettare e trasferire sull’analista il proprio mondo, la propria realtà, i propri vissuti, vivendo l’analista stesso, appunto, come uno specchio, in cui non appaiono altre cose se non le proprie. Necessario, precisa Zonta, è che il paziente non venga a conoscenza di particolari della vita dell’analista, che potrebbero disturbare questa operazione di trasferimento, il cosiddetto, appunto, transfert. Una terza regola è l’astinenza, che obbliga l’analista a non dare soddisfazione alle richieste del paziente ed a non svolgere i ruoli che egli tende ad imporre. La regola dell’astinenza serve ad evitare che la quantità di libido liberata dal lavoro analitico venga immediatamente reinvestita su oggetti esterni e quindi scaricata in modo diverso rispetto alla modalità dell’espressione verbale, la sola che consente il mantenere il trasferimento della libido stessa nella situazione analitica[2].  

-La Psicologia individuale, tecnica psicoterapica che si rifà alle teorie di Alfred Adler ed interpreta il disturbo psicologico come una abnorme compensazione, che l’analista deve individuare analizzando lo stile di vita del soggetto concentrandosi su tre aspetti: l’amore, l’amicizia e il lavoro. La psicoterapia avrà curato il paziente, se ed in quanto riuscirà ad organizzare uno stile di vita proprio e sociale, realmente nuovo e positivo.

-La Psicologia analitica, è una tecnica ideata da C.G. Jung che si rivolge al singolo paziente (rapporto 1:1) ed esclude il metodo della terapia di gruppo.  Per Jung «l’individuazione è un processo di differenziazione che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale»[3].  L’analista junghiano aiuta il paziente a gestire i suoi conflitti e sopportare le tensioni che caratterizzano i suoi rapporti con la realtà esterna e con se stesso.

-La Psicoanalisi ad indirizzo kleiniana, che si richiama agli studi di rielaborazioni del pensiero di Freud, compiuti dalla psicologa viennese Melanie Klein, rielaborati a loro volta da altri autori (H. Segal,, H. Rosenfeld e altri). La terapia prevalentemente è individuale e si rivolge soprattutto ai bambini poi anche agli adolescenti senza escludere gli adulti. Zonta c’informa che lo psicoterapeuta kleniano procede, dapprima, al contenimento dell’azione della struttura infantile, che tende a danneggiare la realtà oggettuale adulta e, successivamente, ad arricchire questa realtà per rinforzare e valorizzare le parti più mature e responsabili della persona.

-La Bioenergetica, tecnica psicoterapica ideata dal medico americano Alexander Lowen, che parte dal presupposto che ogni tensione di carattere psichico corrisponde ad una tensione fisica, per cui agendo sull’una si condiziona l’altra. L’analista interviene con tecniche di rilassamento, di respirazione, ecc., oltre che basarli sull’uso della parola. I pazienti sono sia bambini che adulti.

-La Psicosintesi  è una tecnica ideata dallo psichiatra italiano Roberto Assaggioli (1888-1974),  che si basa sul presupposto teorico che l’uomo vive in presa alla sensazione di mancanza, di vuoto e di separazione, da qui l’esigenza di trovare l’armonia. Assaggioli contrappone l’Io all’Inconscio, che suddivide in inferiore (relativo ai contenuti rimossi) medio (relativo ai contenuti più vicini alla realtà cosciente) e superiore (relativo alle potenzialità del soggetto). Zonta precisa: «Lo psicoterapeuta psicosintetico ha il compito di portare il paziente a riconoscere la sua reale situazione, quindi a staccarsi psicologicamente dalla stessa situazione esistenziale, per arrivare, alla fine del processo di maturazione, allo sviluppo delle potenzialità ed a un nuovo vissuto, caratterizzato da sicura autonomia e capacità critica nei confronti dello stesso terapeuta, di se stesso e degli eventi esterni»[4]. Questa tecnica, spiega ancora Zonta, è ritenuta utile dagli psicosintetici nei casi disturbo da alcolismo e droga, perché proponendo al paziente la scoperta delle potenzialità dell’inconscio superiore, lo mette di fronte a valori prima non vissuti e lo libera dal senso di vuoto esistenziale.

Poi c’è la terapia della Gestalt, che si richiama al tedesco Frederick S. Perls (1893-1970); la Psicoterapia Umanistica, che ritiene l’inesistenza di un approccio teorico o pratico che sia da preferire agli altri; la Psicoterapia rogersiana, affine a quella umanistica, ma si richiama allo psicologo americano C.R. Rogers; poi c’è la Psicoterapia breve perfezionata da Bellak e Small[5]. Tutte queste psicoterapie si basano sul rapporto umano tra psicoterapeuta e paziente.

Accanto a queste tecniche sussistono quelle che si prefiggono di modificare, alleviare ed eliminare i sintomi. Queste sono:

-La terapia comportamentale, si basa sui principi del comportamentismo, ovvero sul presupposto teorico che ogni comportamento, anche quello disturbato, è frutto di un apprendimento, pertanto, può essere modificato (decondiziomento) e sostituito da un comportamento nuovo e più appropriato (ricondizionamento) a prescindere dalle cause del disturbo.
-La terapia cognitiva, che ha origine dal Cognitivismo, dall’etologia e dalla teoria dell’attaccamento di J. Bowlby e si prefigge di modificare le strutture cognitive del paziente, le sue opinioni in ordine alla conoscenza di se stesso e della realtà esterna, puntando sulla presa di coscienza di come tali opinioni si siano sviluppate e abbiano scatenato emozioni patologiche. La terapia punta ad allentare il condizionamento socio-culturale attraverso lo sviluppo della coscienza o della conoscenza riflessiva di sé.
-La terapia costruttivista, che si richiama agli studi dello psicologo americano G.A. Kelly, si muove dal presupposto che la nostra conoscenza della realtà non è mai stabile, ma soggetta a cambiamenti ed a nuove interpretazioni. La percezione del mondo è una soggettiva costruzione che dipende dalla nostra esperienza. Il paziente che vive un disturbo psicologico ha elaborato un sistema di costrutti personali incapace di modificarsi e di adattarsi rispetto alle modificazioni percepite nell’ambiente che lo stesso sistema definisce. Il disturbo ha dunque origine non al di fuori del sistema personale, ma all’interno di esso, nei processi che lo elaborano. Il paziente deve essere aiutato sul piano relazionale a costruire un sistema capace di operare elaborazioni di tipo diverso
[6].

I postulati delle psicoterapie

Tutte le psicoterapie però, si basano su dei postulati: Io, Es e Super-io in Freud; il presupposto teorico che l’uomo vive in preda alla sensazione di mancanza, di vuoto e di separazione per Assaggioli (e poi l’anteporre l’Io all’Inconscio, suddiviso in inferiore, medio e superiore); oppure su interpretazioni del pensiero di autori originali, per es., Freud fonda la psicoanalisi; poi arriva M. Klein e fonda la “sua” psicoanalisi; poi sopraggiungo W. Bion, H. Segal, H. Rosenfeld, E. Bick, D. Meltzer e altri ancora e, ciascuno a suo modo, modifica l’opera di Klein togliendovi ed aggiungendovi qualcosa per poi passarla ad altri, e così via. Indipendentemente dal tipo di psicoterapia ci sono degli elementi basilari (postulati): qualsiasi intervento di psicoterapia dipende largamente dalla personalità dello psicoterapeuta; lo psicoterapeuta deve, anzitutto, saper ascoltare il paziente; inoltre, deve saper gestire le tensioni che emergono in terapia col paziente; deve saper controllare i propri sentimenti. Dice Zonta: «Non bisogna mai adattare la realtà del paziente alla tecnica o al metodo adottati, ma si deve fare esattamente il contrario, senza eccessivi timori di diventare “eretici” o pericolosamente “eclettici” dal punto di vista metodologico. (…) I migliori psicoterapeuta sono probabilmente proprio coloro che si sono dovuti confrontare con difficoltà proprie e che sono riuscite a superale. (…) L’azione psicoterapica diventa efficace se viene condotta da un professionista preparato, ma occorre non dimenticare che occorrono certi requisiti del paziente. Anzitutto, egli deve essere cosciente di essere portatore di un disturbo e che è necessario un certo lavoro per liberarsene».

In questa descrizione cristallina di Zonta, intellettualmente onesta e corretta, c’è l’essenza dell’ascientificità delle psicoterapie. Primo perché le qualità richieste allo psicoterapeuta può benissimo possederle il buon padre di famiglia, l’amico del cuore, la fidanzata amata e chiunque abbia vissuto delle sofferenze per cui offre l’aiuto. Potremmo adottare il detto di Pio Baldelli: “Solo il povero capisce l’affamato!”.  
Inoltre, una cura è tale a prescindere dalla volontà del paziente. Se io ho la malattia del tifo e mi somministrano della penicillina questa una volta iniettata nel corpo fa effetto sulla malattia indipendentemente se credo o no nelle capacità del medico. Questa è scienza, l’altra è autoconvincimento, effetto placebo o altro ancora, ma non è scienza.

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[1]Roberto Zonta, Psicologia Generale dello Sviluppo e Applicata, Edizione Padus, 1996, p. 434.

[2]R. Zonta, op. cit. p. 435, 436.

[3]C.G. Jung, Tipi psicologici, in Op. complete, Boringhieri, vol. VI, p. 463.

[4]R. Zonta, op. cit, p. 441.

[5]Bellak e Small, Psicoterapia d’urgenza e psicoterapia breve, Ed. Pensiero Scientifico, 1983

[6]R. Zonta, op. cit. p. 445.
 

La psicodiagnosi grafica (o grafodiagnosi) è un non-senso per essenza Leggi

 


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