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Criminologia.it
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Per esempio, leggo su uno dei tanti libri (che non cito esplicitamente, solo per non pubblicizzarlo): «La grafia di una persona, può suggerire la sua predisposizione a una malattia. Attraverso la grafodiagnosi è possibile delineare elementi grafologici per stabilire: disturbi gastro-intestinali, ulcera, colite, stitichezza cronica, disturbi psicosessuali, affaticamento, ansia e stress, ipertensione, cefalee, sindromi allergiche». Nient’altro? Non mi soffermo sulla barzelletta con cui la grafodiagnosi indica la stitichezza ecc., ma solo all'aspetto forense. Anche se alla patologia delle perite "grafologhe casalinghe" (quelle che con la quinta elementare e il diplomino post-laurea senza la laurea, si autoconvincono di essere periti[1]) si somma adesso il fenomeno dei “grafoanalisti”. Lei cosa fa? Io sono grafoanalista! Si spieghi meglio: "Eseguo diagnosi attraverso l’analisi della scrittura". E nella commedia, Totò, direbbe: “Perbacco! Perdinci! Perdindirindina!”. “Piacere, io eseguo psicodiagnosi grafiche!". " Ah, piacere, io sono un geometra dell’inconscio!".
La "Psicodiagnosi grafica", è un non-senso per essenza Cerchiamo di affrontare l’argomento della “Psicodiagnosi grafica” o "Grafopatologia" (e non so se dopo questo articolo nasceranno altri nomi, sempre col giochetto delle idiozie linguistiche), ammettendo per un attimo che tale teoria (nell’attesa che diventi una materia o una disciplina e, infine, una cattedra all'università internazionale verso l'infinito e oltre ...) sia scientifica. Se una teoria vuole ritenersi scientifica, al pari di quella molecolare dei gas, allora deve osservare, spiegare, dimostrare, verificare o prevedere alcuni fenomeni osservabili. Inoltre, poiché non c’è scienza senza logica, allora la grafopatologia o psicodiagnosi grafica, deve rispettare i principi ed i criteri della logica. Al pari di ogni scienza d’osservazione della natura o sociale. Deve, altresì, essere convalidata empiricamente, il che significa che dalle sue proposizioni devono poter essere tratte conseguenze determinate, senza le quali la teoria stessa non possiede un contenuto definito. Inoltre, devono esistere delle regole di corrispondenza (o definizioni) che consentano di collegare questa o quella nozione teorica a fatti precisi. La convalida empirica, inoltre, deve soddisfare il principio di falsificabilità e trovare nell'evidenza empirica una conferma, non il fondamento. Nella grafopatologia o psicodiagnosi grafica nulla di tutto ciò accade. Si tratta di una "metodologia del non-metodo", che attribuisce al segno della scrittura (significante) un significato, dettategli da questo o quell’autore delle “scienze" grafologiche e così afferma la diagnosi. Esattamente come avviene col cartomante, il quale, legge le figure sulle carte (significante), rimandando il significante al significato precostituito, dettategli da questo o quell’autore di questa o quella scuola delle “scienze" dell’occulto e prevede il futuro (ossia, esegue la “sua” diagnosi per risolvere problemi d'amore, salute e lavoro).
Se la “psicodiagnosi grafica” fosse una cosa seria, dovrebbe attenersi alla metodologia della ricerca, che è una disciplina scientifica attinente alla produzione di un linguaggio scientifico. Ciò, perché, in primo luogo, la scienza non è solo oggetto d’osservazione, ma anche di ricerca[2]. Il linguaggio usato nella psicodiagnosi grafica nel campo forense, dai consulenti e periti, è vago in senso vago. Che cosa vuol dire, vago in senso vago? In senso vago, è vago ciò che non è completamente determinato. Quindi, un ente semaforo, vale a dire, portatore di sema, di significato. Quali sono gli enti semaforo? Sono le parole e la loro collocazione, nel tentativo di voler dire al giudice “qualcosa di qualcosa”. Vaghezza è l’indeterminazione nella definizione di qualcosa, mediante l’uso del linguaggio, fatto di parole e gesti, ma anche di segni e, quindi, di scrittura. Indeterminatezza semantica la ritroviamo nella denominazione “psicodiagnosi grafica”, che costituisce un non-senso, per essenza; è come dire “geometra dell’inconscio”. I tre termini (psico, diagnosi e grafica) sono in conflitto. Vediamoli. Psic(o)- Primo elemento di voci der. o comp., nelle quali indica "relazione con la mente, con la psiche" (dal gr. psyché, "respiro", "forza vitale", "animo")[3] Diagnosi (di-àn’n’osi) s.f. 1. In medicina è la determinazione della natura o della sede di una malattia in base alla valutazione di sintomi.[4] Grafica s.f. 1. Il complesso delle opere grafiche di un autore (la g. di Klee) o la singola opera grafica (una g. di Matisse). 2. Nell’editoria, il complesso delle caratteristiche grafiche di un libro o di uno stampato. 3. L’insieme delle arti grafiche e la loro produzione [Femm. Sostantivo dell’agg. grafico]
Come s’osserva, psico-diagnosi, vuol dire: la determinazione della sede di una malattia (sic) in base alla valutazione di sintomi della psiche; mentre, il concetto di grafica, è improprio, ma per sforzo di “comprensione”, rimandiamolo a grafico.
Gràfico, agg. e s. m. (pl. m. -ci) 1. agg. Attinente alla trascrizione o descrizione mediante segni convenzionali con riferimento sia alla sola scrittura (variante g.), sia al solo disegno (prova g.; rappresentazione g. di un fenomeno) ~ part. Costruzione g. o metodo g., possibilità di una costruzione geometrica, per lo più piana; questioni g., in geometria, quelle che richiedono solamente le nozioni di appartenenza o di parallelismo. ٭ Pertinente alla stampa dal punto di vista tecnico; arti g., l’insieme dei processi con i quali si ottiene la riproduzione a stampa di un testo. ~ Come s. m. (f. –a), tecnico specializzato nella grafica (V. GRAFICA nel sign. 2.); più specificatamente, colui al quale è affidata l’impaginazione di un’opera editoriale, oppure la composizione della disposizione sulla pagina di disegni e testi pubblicitari; al. pl.: i g., i lavoratori dell’industria grafica. 2. s. m. La rappresentazione schematica di un fenomeno di un meccanismo per mezzo di un opportuno disegno convenzionale. [Dal lat. Graphìcus ‘attinente al disegno’, gr. Graphìcόs, der. di gràphō ‘scrivere, disegnare’][5].
E’ evidente come i termini sono in conflitto, giacché
quello di “grafica” è improprio, quello di diagnosi è arbitrario e quello di
psico è pleonastico.
La disciplina che studia la scrittura è necessariamente la grafologia (da graphia e lόgos, discorso sulla scrittura); mentre la grafica (da graphia) attiene solo ai segni convenzionali su cui si basa la scrittura (che è l’oggetto dello studio della grafologia).
Dunque l’affermazione “psicodiagnosi grafica” non ha senso sul piano linguistico né epistemologico. La grafologia, nel campo forense, deve limitare il suo intervento soltanto per stabilire la paternità della scrittura, se appartiene a Tizio o Caio, non altro.
Anche la proposizione “esame clinico della scrittura”, è un non-senso, giacché “clinico” vuol dire: “1. agg. Relativo alla diagnosi e al controllo di una malattia”[6] e si ritorna a quanto predetto. Si può fare l’esame grafo-logico della scrittura, ma non clinico.
L’esame clinico lo si può fare del capello, del sangue,
della frattura di un osso, di una cellula, ma come si fa a farlo della
scrittura (ossia, di una comunicazione non-verbale)? Allora si
potrebbe fare l’analisi clinica anche della comunicazione verbale (la voce)
e paraverbale (il tono)? Ecco la vaghezza in senso vago. La Psicodiagnosi grafica contraddice persino la storia della psicologia sperimentale, perché già Wundt (1879) con l’individuazione della psicologia fisiologica nel primo laboratorio di psicologia a Lipsia, si pose il problema opposto alla grafopatologia, ossia era interessato all’attività psichica normale e non alle sue disfunzioni, non si occupa dell’attività patologica. L’oggetto di studio per Wundt era l’esperienza diretta o immediata, distinguendola dall’esperienza indiretta o mediata. Wundt muoveva le sue ricerche da questo punto fermo: le scienze naturali studiano l’esperienza indiretta o mediata, mentre ciò non vale per lo psicologo. Se, per esempio, il chimico studia il calore che si sviluppa in una reazione chimica, oggetto del suo studio non è la percezione del calore, ma il calore percepito, quindi il chimico non studia direttamente e immediatamente quel colore, ma ha un’esperienza mediata di quel colore. Viceversa, la percezione del calore, in quanto esperienza immediata, è oggetto di studio dello psicologo quando vuole studiare i fatti percettivi, non ci sono mediazioni, non c’è strumentazione, è il calore in quanto tale per come viene percepito direttamente. La psicologia è lo studio d’osservazione diretta (che è quella per Wundt), mentre quella indiretta, è per le altre scienze naturali (fisica, chimica, ecc.). Afferma Wundt: il mio problema non è sapere come un soggetto è triste, ma come varia il suo sentimento a seconda del variare della situazione in cui il soggetto si trova. Se c’è questa variazione, è questo il dato importante per la psicologia sperimentale e non tanto il valore di per sé del sentimento. Se c’è variazione dei contenuti di coscienza, e se io quello che voglio cogliere non è tanto il valore del contenuto in sé, ma questa variazione al variare della situazione in cui colloco il soggetto, questa variazione, sarà indifferente al fatto che me ne parli, attraverso un atto di introspezione, Tizio o Caio o Sempronio. Se questa variazione, in quanto tale, si dimostra attendibile trasversalmente per tutti i miei soggetti, allora il valore assoluto dei contenuti di coscienza, che io non potrò mai cogliere nella loro realtà oggettiva, diventa relativamente poco importante. Parafrasandolo e proseguendo per assurdo si potrebbe utilizzare la teoria di ricerca di Wundt adattandola così: il mio problema in grafologia non è sapere se un soggetto scrive così perché è triste, ma come varia il suo modo di scrivere col variare del sentimento a seconda del variare della situazione in cui si trova. Se c’è questa variazione, è questo il dato importante per la psicologia sperimentale, e non tanto il valore di per sé del sentimento che si riflette nella scrittura o viceversa. Wundt però si rese conto che il fattore errore può essere sminuito solo se i soggetti sono prossimi allo sperimentatore. In altre parole, se il soggetto è più vicino in senso socio-culturale allo sperimentatore, allora è più difficile che usi parole e termini troppo vaghi o arbitrari. Se è stato educato come lo sperimentatore, nello stesso ambiente, attraverso gli stessi strumenti educativi che hanno influito sullo sperimentatore, allora è molto facile che il significato della parola "triste" assuma per entrambi un simile significato. Per questo motivo, gran parte dei soggetti di Wundt utilizzati negli esperimenti di laboratorio, erano costituiti da Wundt stesso e dai suoi assistenti. La psicologia sperimentale fu definita scientifica, ma Comte non era d'accordo, posto che nelle scienze umane includeva la sociologia come teoria scientifica primaria e poi l'antropologia ecc., tranne la psicologia. Nella psicodiagnosi grafica, invece, rispetto alla psicologia fisiologica di Wundt ci sono già due pretese assurde: 1) voler stabilire una correlazione causale tra la scrittura (vista sia come strumento sia come fine diagnostico) e la malattia; 2) stabilire la correlazione causale a prescindere dall’eterogeneità dei soggetti campione. Inoltre, l’idea di Wundt, che pure era più ferrea rispetto a quella della grafopatologia di oggi, fu abbandonata per le critiche spietate cui fu sottoposta. Se all’inizio della ricerca Wundt era convinto che solo attraverso l’introspezione l’individuo potrebbe capire ciò che avviene quando vede un colore o sente un suono o un rumore o prova un sentimento, ecc., si rese subito conto, però, anche perché lo stesso Kant lo aveva preannunciato un secolo avanti a lui, che l’introspezione non è uno strumento attendibile, privo di sospetti e di errori per un’indagine scientifica. I contenuti di coscienza, infatti, come si fa a sapere se sono gli stessi in presenza o in assenza d’introspezione? E così dicasi per la scrittura, come si fa a capire che il soggetto che scrive, per esempio, lento-pigro, lo fa in virtù del fatto che si sente triste (o depresso o annoiato o disinteressato a scrivere)? E il fatto che lui si senta triste (o altro), vuol dire che effettivamente è triste? E ciò che lui ritiene che significhi essere triste, corrisponde a quello che intendo io, come osservatore? E così via, nulla facendo e concludendo sul piano scientifico.
Per eseguire la perizia sull’incapacità d’intendere e
volere già è errato affidarsi alla perizia psicologica (figuriamoci i rischi
nell'affidarsi alla
psicodiagnosi grafica), non solo per i limiti posti dall’art. 220
c.p., II comma, ma soprattutto perché, come afferma il giudice Cesare
Marziali: «La perizia [sull’imputabilità] non
potrà mai essere affidata ad un esperto nelle discipline psicologiche,
perché la psicologia si occupa delle condotte mentali in generale, mentre la
psichiatria si occupa della diagnosi (oltre che della cura) della malattia
mentale».[7]
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[1] Sul tema della patologia del perito grafologo, rimando al mio articolo sul sito: www.grafologiaforense.it [2] Fortunato Saverio, Manuale di Metodologia Peritale, Ursini, Catanzaro 2004, p. 74. [3] Susanna Marinelli, Guida Etimologica alla terminologia tecnico-scientifica, Calderini, Bologna 1991, p. 102. [4] Devoto, G/ Oli, G.C. - Nuovo Vocabolario Illustrato della Lingua Italiana, p. 869. [5] Devoto, G/ Oli, G.C. - Nuovo Vocabolario Illustrato della Lingua Italiana, p. 1352. [6] Devoto, G/ Oli, G.C. - Nuovo Vocabolario Illustrato della Lingua Italiana, p. 640 [7] Cesare Marziale, “L’esegesi sull’incapacità d’intendere e di volere alla luce della nozione di infermità mentale tra scienza e diritto”, in Saverio Fortunato, Manuale di metodologia peritale, Ursini 2004, p. 157 [8] entrambe sono specializzazioni triennali e post-lauream che si conseguono presso la facoltà di Medicina. © Criminologia.it -Tutti i diritti riservati- Pubblicato in rete il 16.9.2006 h: 18,40 Aggiornato il 12.12.2006 |
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