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Un
problema molto dibattuto nelle epistemologie delle scienze dello spirito e
delle scienze criminali è quello attinente la verità di ciò che è
affermato, derivante dal rapporto che viene istituto fra soggetto conoscente
ed oggetto della conoscenza; ma, che cos’è la verità? A lungo si
dichiarerà che la verità, in quanto tale, sta nell’adeguamento del soggetto
che conosce all’oggetto conosciuto. Dietro questa concezione vi era la
convinzione che la ragione umana fosse in grado di conoscere l’oggetto, la
realtà in sé delle cose, la loro intima essenza. Per questo motivo la
conoscenza era strettamente connessa alla metafisica, cioè al sapere che
scopriva tale struttura della realtà.
Un’altra concezione vicina a questa, era
quella che ha messo in discussione o ha negato la possibilità di conoscenza
oggettiva e per conseguenza ha messo in dubbio la possibilità della
conoscenza metafisica, quando non è arrivata a negare l’esistenza stessa di
quegli “oggetti” privilegiati della metafisica. Nei casi in cui si è
affermata una verità, questa non poteva che riguardare le cose così come si
presentano a noi, non come sono in se stesse.
Nella domanda di
Kant: <<Che cosa posso sapere?>> vi era un’impostazione che, invece di
mettere l’accento sul primato dell’oggetto conosciuto, riteneva essenziale
mettersi dal punto di vista del soggetto che conosce e domandarsi
possibilità e limiti della conoscenza. Il problema della conoscenza si
poneva nella domanda kantiana non solo come problema di che cosa, ma
anche di come all’uomo fosse possibile sapere. Ci si chiede, cioè,
quali siano le fonti a cui il soggetto attinge per conseguire delle
conoscenze vere, o comunque attendibili (l’esperienza sensibile? Le idee
della ragione?) e quali, infine, siano i fondamenti del ragionamento
corretto.
Il problema della verità, ossia della conoscenza delle cose,
si ripresenta in perizia come problema epistemologico delle scienze dello
spirito, delle scienze dell’investigazione e delle scienze criminali. La
verità, in perizia e nelle indagini, ci rimanda alle conoscenze
dell’oggetto, rispetto il soggetto che afferma di conoscerlo. Le domande che
ci poniamo, sul piano epistemologico, in ordine alla conoscenza, sono:
vi
è una sola Verità o ve ne sono tante? Ognuno ha la sua personale
verità oppure è possibile trovare un fondamento comune di verità?
E se vi è la verità, possiamo realmente conoscerla oppure possiamo
solamente cercarla senza mai poter dire con certezza di averla trovata?
Trasportando questo dilemma in perizia, sul piano meto-dologico ed
epistemo-logico delle scienze criminali, diremo allora: la verità di
qualsiasi affermazione sembrerebbe dipendere dalla sua corrispondenza
con uno stato di cose esistente. La proposizione “tutti i periti sono
intelligenti” è vera solo se effettivamente tutti i periti sono
intelligenti. Sarà sufficiente che un solo perito non lo sia e la
proposizione non è più vera. Del pari, la proposizione “Tizio è capace
d’intendere e volere” è vera se e solo se, effettivamente, tutte le
condizioni che indicano il significato di intendere e volere lo confermano.
Sarà sufficiente che un solo elemento di questi non lo sia e la proposizione
non è più vera.
Nella filosofia dello spirito ci si è chiesti: se tutto quello che pensiamo
è un fatto mentale, se cioè ogni nostra idea –impressione o concetto- è solo
nella mente, chi può garantirci che essa corrisponda effettivamente alla
cosa che viene pensata? Ed ancora: qual è la natura della verità? E’ il
frutto di una rivelazione divina oppure è il prodotto della mente umana? In
quest’ultimo caso, fin dove può arrivare la nostra possibilità di conoscere
la verità? Non è forse necessario conoscere preliminarmente quali siano i
limiti della nostra capacità conoscitiva?
Socrate affermava che l’impegno del vero filosofo è di smascherare ogni
presunzione di verità, ogni acquisizione superficiale del sapere, ogni
atteggiamento acritico e dogmatico. La sua pratica filosofica fondamentale è
la confutazione del sapere corrente, cioè la dimostrazione che ciò che si
ritiene vero si basa su una serie di opinioni e affermazioni che,
opportunamente analizzate, si rivelano palesemente in contraddizione fra
loro e non fondate.
Non l’affermazione presuntuosa della propria competenza e del proprio
sapere, ma il riconoscimento della propria ignoranza, cioè “il sapere di
non sapere”, costituisce il passaggio obbligato per ogni reale
acquisizione di verità. Colui che presume di sapere, dice Socrate, non
assumerà un atteggiamento di ricerca. Come afferma Socrate, il dio è
sapiente ma l’uomo è filosofo, ricercatore della verità e della sapienza. La
ricerca della verità è caratteristica dell’uomo e della condizione umana.
L’insegnamento di Socrate è utile per affermare, che compito della perizia
ancorata a dei criteri di scientificità che sono propri delle scienze dello
spirito e delle scienze criminali, non è quello di rendere i periti più
sapienti (o sapientissimi, come lo erano i Sofisti criticati da Socrate),
ma più consapevoli di sé e dei limiti del proprio sapere. E’ necessario
imparare a ragionare scientificamente, ossia: usando la logica in senso
logico, sapendo optare tra metodologia del metodo e metodologia del
risultato della ricerca peritale. Occorre dunque insegnare a ragionare,
diceva Socrate, ossia abituare gli individui a riflettere per raggiungere
autonomamente le proprie convinzioni e per compiere le scelte più adeguate.
Dialogando ed indagando, indagando e dialogando, il perito-filosofo, ossia
il ricercatore dei perché, pianta nell’anima del proprio
interlocutore alcuni semi –una capacità d’interrogarsi e d’interrogare, di
riflettere e comprendere- che può dare dei frutti, ma a condizione che
ciascuno conosca prima se stesso. Per conoscere se stessi Socrate suggerisce
che è un compito difficile che va svolto nell’arco della vita. La vita, per
dirla con Socrate, è ricerca incessante perché la verità non è mai data una
volta per tutte, ma esige una tensione continua dell’intelligenza, una
vigilanza e una consapevolezza critiche che non possono mai venir meno.
Socrate come metodo della metodologia della ricerca comune indica la
meieutica, ossia una tecnica aperta ma rigorosa di conversazione fra
individui consapevoli che –in tale indagine- in gioco è il senso stesso
della loro assenza.
Secondo Aristotele, Socrate ha per la prima volta realizzato un procedimento
volto a fornire la definizione razionale di quei valori, per determinarne il
concetto e l’essenza. Ma mentre a Socrate non interessano
tanto la dimensione teorica del “concetto” o i termini logici in cui è
possibile una sua “definizione”, quanto le finalità morali della propria
indagine; né interessa il raggiungimento di un risultato definitivo ed
irreversibile, ma la ripresa della ricerca e del confronto in situazioni
nuove e diverse; nella nostra epistemologia peritale vale il contrario:
al perito scientifico non interessano le qualità morali dell’oggetto (o
fatto) da periziare, ma la sua dimensione (consistenza) teorica ed i termini
logici che lo sorreggono o meno, verso il raggiungimento di un risultato,
che si allontani il più possibile dall'errore, e sia da ritenersi definitivo ed irreversibile, finché
non se ne dimostra la sua falsificazione.
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