CRIMINOLOGIA.IT, RIVISTA INTERNET DI TEORIA E SCIENZE CRIMINALI

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Una riflessione sui manicomi e sugli effetti della "legge Basaglia"
Psichiatria, 30 anni dopo 
di Dott. G.L. Biagini
(Psichiatra, USL 6 Presidio Ospedaliero Servizio Psichiatrico Piana di Lucca)

"Le belve, se un giorno dovranno giudicare gli uomini, porteranno come atto d'accusa contro di noi, la ferocia degli uomini sani contro gli uomini folli". Queste parole di Bruno Cassinelli, epigrafe del suo libro "Storia della pazzia", aderiscono perfettamente alla profonda disperazione nella quale la legge 180 ha scaraventato migliaia di malati psichici e i loro familiari.
In questi ultimi tempi si è ripreso a parlarne, dopo un lungo periodo di scandaloso silenzio; adesso, quegli esponenti politici, che, con la complicità ovviamente, dei tecnici a loro vicini, vararono la legge, stanno rendendosi conto del tragico errore commesso, e intendono correre ai ripari, non per motivi umanitari, beninteso, ma per la sopravvenuta opportunità di sfruttare il dramma di tanti infelici a scopo di pura bottega elettorale.
Tutti, o quasi, conoscono la legge 180; nata come miracolistica soluzione dei problemi dei malati, si è rivelata ben presto quello che qualunque persona di buon senso avrebbe previsto: una colossale presa in giro da parte di demagoghi, alcuni dei quali hanno tardivamente riesaminato le loro posizioni, mostrando comunque di preoccuparsi ben poco dei disastri registrati. Fra le scempiaggini in essa contenute, la più vistosa prevede la partecipazione del malato acuto alla decisioni che lo riguardano e il suo ricovero in reparti di medicina generale, oltre alla possibilità di comunicare con chiunque durante il ricovero; questo significa ignoranza completa di questioni psichiatriche.
Per quanto riguarda gli psichiatri che in quegli anni seguivano la moda antipsichiatrica, i fanatici "innovatori" che negavano la malattia mentale, non è infrequente osservarli ai Congressi di Psichiatria, di Psicofarmacologia ecc. in ossequioso atteggiamento verso gli onnipotenti baroni universitari, allora esecrati "nemici del popolo" e adesso fatti segno della più ruffianesca venerazione. Destino eroico di basagliani di ferro!
Questa legge, mi viene da pensare, è una delle ultime perle degli sventurati anni Sessanta, che già ci avevano regalato il terrorismo, il compromesso storico, gli esami di gruppo all'Università, l'abolizione del latino dalle scuole: da tutto questo, si dirà, poteva uscire, in contemporanea con le UUSSLL, autentica sciagura nazionale, anche la 180, che ha preteso di "liberare" i malati, e invece ha tolto loro la possibilità di ricevere cure adeguate e alle Case di cura private la prospettiva di dover chiudere i battenti.
Oggi, come prima dicevo, si assiste a qualche timido tentativo per ridiscutere la legge; e non si capisce proprio come sia possibile la revisione anche profonda di acquisizioni che parevano inattaccabili (basti pensare che autorevoli esponenti sindacali hanno ammesso la possibilità che i lavoratori abbiano torto!), mentre questo fossile post-sessantottesco sembra protetto da un'assurda inviolabilità; per molto tempo chiunque formulasse critiche alla 180 si attirava addosso le consuete, stupide accuse di "manicomialista", quando non addirittura di "fascista", parola magica che in quegli anni forse era comodo buttare addosso a chi si staccava dal gregge.
Intendiamoci bene, l'introduzione di una simile legge, che richiama alla mente un famoso detto attribuito a Talleyrand ("è molto peggio di un delitto, è un errore!"), non stupisce se teniamo presente il clima di quegli anni: psichiatri travestiti da politici e politici travestiti da psichiatri andavano cianciando dell'inesistenza delle malattie mentali e dell'esclusiva responsabilità della società capitalistica nei confronti di ogni tipo di disagio psicologico; oggi sembrano lontane anni-luce queste idiozie, almeno fuori dalla Toscana, ma non scherzo affatto quando dico che il manicomio era considerato il contenitore della manodopera non utilizzata dal potere capitalista, il quale toglieva così di mezzo tante persone non più produttive e quindi inutili, spesso etichettate addirittura come prigionieri politici (sic!), in quanto non libere di... esprimersi compiutamente! Si resta senza parole di fronte a simili sciocchezze che, fra l'altro, provenivano da persone che non hanno mai manifestato alcuna perplessità riguardo ai manicomi sovietici, dove migliaia di persone venivano rinchiuse per aver letto un verso di Pasternak o una pagina di Bulgakov. A queste persone si poteva pur fare l'elettroshok e somministrare massicce dosi di psicofarmaci, a Solgenitzyn veniva riservato l'esilio (trattamento di favore!), ma i fanatici dell'ideologia si strappavano le vesto per gli ospiti dei manicomi italiani e liquidavano i dissidenti del regime brezneviano, con un cenno frettoloso, il giorno del loro funerale. Gorbaciov per accreditare in ogni modo i suoi tentativi di cambiare le cose, ha invitato una troupe televisiva francese in uno dei lager disseminati per tutto l'impero, mostrando così al mondo intero la realtà di uomini condannati ai lavori forzati per un semplice reato di opinione. Lodevole lo sforzo di "glasnost" da parte dell'ex capo del Cremlino che, purtroppo, è finito come è finito. Di questo sepolcro di errori, conosciuto da tempo da chiunque avesse occhi per vedere, ma solo ora scoperchiato del tutto, in quegli anni era persino proibito parlare! Figuriamoci quindi se il superamento del manicomio, del tutto automatico con un lavoro continuo da parte di persone preparate, in possesso di strumenti adeguati (luoghi di cura per malati acuti, strutture intermedie per i pazienti da seguire nel tempo, ecc.) sarebbe stato mai possibile in questo desolante panorama intellettuale e culturale.
E molti sono rimasti abbarbicati alle loro posizioni, con atteggiamenti francamente paranoicali, proprio nel senso che alla paranoia viene attribuito dalla Clinica psichiatrica: una psicosi cronica caratterizzata da un delirio più o meno sistematizzato, e che significa follia, sconvolgimento della mente; per secoli ha interessato gli studiosi, che ne hanno fornito interpretazioni svariate, tutte concordi nel ravvisare nell'incrollabilità delle convinzioni, il nucleo principale della malattia che, detto per inciso, fu da Freud considerata una modalità difensiva contro l'omosessualità latente in ognuno di noi. Ebbene, neppure l'autentico genocidio dei malati, non ancora cessato del resto, ha ingenerato dubbi sullo scempio perpetrato: il manicomio non è certo eliminato, migliaia di persone ci vivono ancora dentro in condizioni subumane, moltissimi infermieri hanno lasciato l'attività, spogliata ormai di ogni attrattiva, senza che i responsabili abbiano manifestato alcun turbamento; i politici che in quegli anni brigarono per queste demenziale forma di chiusura dei manicomi, sono stati dirottati ad altri incarichi e per lunghi anni sulla tragedia dei malati e dei loro familiari è caduto il silenzio. Adesso questi ultimi hanno acquistato importanza: messi in croce da dimissioni selvagge, rappresentano una notevole piattaforma elettorale che conferisce loro un indubbio potere, del quale  non sentivano proprio la mancanza. Ricordo, in una riunione organizzata dalla DC, il padre di un malato che invitava i politici a "privilegiare la psichiatria", che potrebbe loro procurare molti voti, senza che suscitasse scandalo la subordinazione degli interessi dei malati al vantaggio elettorale che, a dire di quel soggetto, potrebbe derivare!
Non è facile prevedere una positiva evoluzione della situazione, certo non è accettabile la leggerezza con la quale viene oggi liquidato il buio periodo nel quale questa legge ha avuto incubazione. Gaetano Benedetti, in un recente libretto contenente due suoi articoli sulla schizofrenia, ha affermato che "una certa debolezza della psichiatria sociale dell'ultimo ventennio è stata dovuta alla speranza che il solo trapianto di immense quantità di malati dagli ospedali nella società, la chiusura delle "fabbriche della follia" ove sarebbero nati gli artefatti schizofrenici, avrebbe mobilitato nei pazienti risorse comunicative e integrative; e che la società sarebbe stata rapidamente disposta ad integrarli, senza un'adeguata preparazione di decenni e senza la prevista creazione di un'immensa rete di assistenza ambulatoriale".
E' incredibile che simili considerazioni provengano da uno dei più autorevoli studiosi, indiscusso maestro in tema di psicoterapia della schizofrenia; avrei preferito infatti che dall'alto della sua autorità avesse messo in guardia proprio da quelle madornali semplificazioni delle quali oggi egli stesso duole. Ma in quegli anni è accaduto questo e altro.

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Criminologia.it - Pubblicato in rete il 11.4.2008 Foto: claudiocolombo.net