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"Le belve, se un giorno dovranno giudicare
gli uomini, porteranno come atto d'accusa contro di noi, la ferocia degli uomini
sani contro gli uomini folli". Queste parole di Bruno Cassinelli, epigrafe del
suo libro "Storia della pazzia", aderiscono perfettamente alla profonda
disperazione nella quale la legge 180 ha scaraventato migliaia di malati
psichici e i loro familiari.
In questi ultimi tempi si è ripreso a parlarne, dopo un lungo periodo di
scandaloso silenzio; adesso, quegli esponenti politici, che, con la complicità
ovviamente, dei tecnici a loro vicini, vararono la legge, stanno rendendosi
conto del tragico errore commesso, e intendono correre ai ripari, non per motivi
umanitari, beninteso, ma per la sopravvenuta opportunità di sfruttare il dramma
di tanti infelici a scopo di pura bottega elettorale.
Tutti, o quasi, conoscono la legge 180; nata come miracolistica soluzione dei
problemi dei malati, si è rivelata ben presto quello che qualunque persona di
buon senso avrebbe previsto: una colossale presa in giro da parte di demagoghi,
alcuni dei quali hanno tardivamente riesaminato le loro posizioni, mostrando
comunque di preoccuparsi ben poco dei disastri registrati. Fra le scempiaggini
in essa contenute, la più vistosa prevede la partecipazione del malato acuto
alla decisioni che lo riguardano e il suo ricovero in reparti di medicina
generale, oltre alla possibilità di comunicare con chiunque durante il ricovero;
questo significa ignoranza completa di questioni psichiatriche.
Per quanto riguarda gli psichiatri che in quegli anni seguivano la moda
antipsichiatrica, i fanatici "innovatori" che negavano la malattia mentale, non
è infrequente osservarli ai Congressi di Psichiatria, di Psicofarmacologia ecc.
in ossequioso atteggiamento verso gli onnipotenti baroni universitari, allora
esecrati "nemici del popolo" e adesso fatti segno della più ruffianesca
venerazione. Destino eroico di basagliani di ferro!
Questa legge, mi viene da pensare, è una delle ultime perle degli sventurati
anni Sessanta, che già ci avevano regalato il terrorismo, il compromesso
storico, gli esami di gruppo all'Università, l'abolizione del latino dalle
scuole: da tutto questo, si dirà, poteva uscire, in contemporanea con le UUSSLL,
autentica sciagura nazionale, anche la 180, che ha preteso di "liberare" i
malati, e invece ha tolto loro la possibilità di ricevere cure adeguate e alle
Case di cura private la prospettiva di dover chiudere i battenti.
Oggi, come prima dicevo, si assiste a qualche timido tentativo per ridiscutere
la legge; e non si capisce proprio come sia possibile la revisione anche
profonda di acquisizioni che parevano inattaccabili (basti pensare che
autorevoli esponenti sindacali hanno ammesso la possibilità che i lavoratori
abbiano torto!), mentre questo fossile post-sessantottesco sembra protetto da
un'assurda inviolabilità; per molto tempo chiunque formulasse critiche alla 180
si attirava addosso le consuete, stupide accuse di "manicomialista", quando non
addirittura di "fascista", parola magica che in quegli anni forse era comodo
buttare addosso a chi si staccava dal gregge.
Intendiamoci bene, l'introduzione di una simile legge, che richiama alla mente
un famoso detto attribuito a Talleyrand ("è molto peggio di un delitto, è un
errore!"), non stupisce se teniamo presente il clima di quegli anni: psichiatri
travestiti da politici e politici travestiti da psichiatri andavano cianciando
dell'inesistenza delle malattie mentali e dell'esclusiva responsabilità della
società capitalistica nei confronti di ogni tipo di disagio psicologico; oggi
sembrano lontane anni-luce queste idiozie, almeno fuori dalla Toscana, ma non
scherzo affatto quando dico che il manicomio era considerato il contenitore
della manodopera non utilizzata dal potere capitalista, il quale toglieva così
di mezzo tante persone non più produttive e quindi inutili, spesso etichettate
addirittura come prigionieri politici (sic!), in quanto non libere di...
esprimersi compiutamente! Si resta senza parole di fronte a simili sciocchezze
che, fra l'altro, provenivano da persone che non hanno mai manifestato alcuna
perplessità riguardo ai manicomi sovietici, dove migliaia di persone venivano
rinchiuse per aver letto un verso di Pasternak o una pagina di Bulgakov. A
queste persone si poteva pur fare l'elettroshok e somministrare massicce dosi di
psicofarmaci, a Solgenitzyn veniva riservato l'esilio (trattamento di favore!),
ma i fanatici dell'ideologia si strappavano le vesto per gli ospiti dei manicomi
italiani e liquidavano i dissidenti del regime brezneviano, con un cenno
frettoloso, il giorno del loro funerale. Gorbaciov per accreditare in ogni modo
i suoi tentativi di cambiare le cose, ha invitato una troupe televisiva francese
in uno dei lager disseminati per tutto l'impero, mostrando così al mondo intero
la realtà di uomini condannati ai lavori forzati per un semplice reato di
opinione. Lodevole lo sforzo di "glasnost" da parte dell'ex capo del Cremlino
che, purtroppo, è finito come è finito. Di questo sepolcro di errori, conosciuto
da tempo da chiunque avesse occhi per vedere, ma solo ora scoperchiato del
tutto, in quegli anni era persino proibito parlare! Figuriamoci quindi se il
superamento del manicomio, del tutto automatico con un lavoro continuo da parte
di persone preparate, in possesso di strumenti adeguati (luoghi di cura per
malati acuti, strutture intermedie per i pazienti da seguire nel tempo, ecc.)
sarebbe stato mai possibile in questo desolante panorama intellettuale e
culturale.
E molti sono rimasti abbarbicati alle loro posizioni, con atteggiamenti
francamente paranoicali, proprio nel senso che alla paranoia viene attribuito
dalla Clinica psichiatrica: una psicosi cronica caratterizzata da un delirio più
o meno sistematizzato, e che significa follia, sconvolgimento della mente; per
secoli ha interessato gli studiosi, che ne hanno fornito interpretazioni
svariate, tutte concordi nel ravvisare nell'incrollabilità delle convinzioni, il
nucleo principale della malattia che, detto per inciso, fu da Freud considerata
una modalità difensiva contro l'omosessualità latente in ognuno di noi. Ebbene,
neppure l'autentico genocidio dei malati, non ancora cessato del resto, ha
ingenerato dubbi sullo scempio perpetrato: il manicomio non è certo eliminato,
migliaia di persone ci vivono ancora dentro in condizioni subumane, moltissimi
infermieri hanno lasciato l'attività, spogliata ormai di ogni attrattiva, senza
che i responsabili abbiano manifestato alcun turbamento; i politici che in
quegli anni brigarono per queste demenziale forma di chiusura dei manicomi, sono
stati dirottati ad altri incarichi e per lunghi anni sulla tragedia dei malati e
dei loro familiari è caduto il silenzio. Adesso questi ultimi hanno acquistato
importanza: messi in croce da dimissioni selvagge, rappresentano una notevole
piattaforma elettorale che conferisce loro un indubbio potere, del quale
non sentivano proprio la mancanza. Ricordo, in una riunione organizzata dalla DC,
il padre di un malato che invitava i politici a "privilegiare la psichiatria",
che potrebbe loro procurare molti voti, senza che suscitasse scandalo la
subordinazione degli interessi dei malati al vantaggio elettorale che, a dire di
quel soggetto, potrebbe derivare!
Non è facile prevedere una positiva evoluzione della situazione, certo non è
accettabile la leggerezza con la quale viene oggi liquidato il buio periodo nel
quale questa legge ha avuto incubazione. Gaetano Benedetti, in un recente
libretto contenente due suoi articoli sulla schizofrenia, ha affermato che "una
certa debolezza della psichiatria sociale dell'ultimo ventennio è stata dovuta
alla speranza che il solo trapianto di immense quantità di malati dagli ospedali
nella società, la chiusura delle "fabbriche della follia" ove sarebbero nati gli
artefatti schizofrenici, avrebbe mobilitato nei pazienti risorse comunicative e
integrative; e che la società sarebbe stata rapidamente disposta ad integrarli,
senza un'adeguata preparazione di decenni e senza la prevista creazione di
un'immensa rete di assistenza ambulatoriale".
E' incredibile che simili considerazioni provengano da uno dei più autorevoli
studiosi, indiscusso maestro in tema di psicoterapia della schizofrenia; avrei
preferito infatti che dall'alto della sua autorità avesse messo in guardia
proprio da quelle madornali semplificazioni delle quali oggi egli stesso duole.
Ma in quegli anni è accaduto questo e altro. |