|
Ancor prima del XVIII secolo, chi commetteva un delitto atroce
era guardato come un animale selvaggio, socialmente era ritenuto
un “infame”, stigmatizzato e marchiato, in modo che fosse ben
riconoscibile in mezzo al pubblico e, quindi, evitato.
Con l’avvento
della psichiatria forense e, ancora oggi, si ritiene, invece,
che una persona non è responsabile di una sua azione atroce nel
caso l’azione stessa è riconducibile ad una malattia mentale. In
altre parole, non ci si preoccupa di provare che gli mancano le
ragioni per il suo comportamento, ma ci si limita a fornire una
spiegazione del comportamento basata su cause e non su ragioni,
e formuliamo una dichiarazione di infermità mentale, totale o
parziale, in modo che la persona che ha commesso il crimine sia
considerata non un soggetto morale, ma malata di mente.
Proporre una
giustificazione per aver commesso il crimine Y (per esempio,
ritenere che Tizio ha ucciso perché glielo ha “ordinato” X), non equivale a non aver ragione per commettere il
crimine Y. All’opposto: si ritiene non tanto che l’attore non
abbia ragioni, ma che le sue ragioni siano distorte, quindi
“maniacali”, “folli”, “insane”, “disturbate”, “patologiche”.
Ora, accettare
l’infermità di uno schizofrenico, che dice di aver ucciso per
“ordine” di X, significa non considerare che costui aveva
intenzione di uccidere la vittima e le voci che egli ode, a ben
vedere, sono esattamente le sue; vale a dire, sono interiori a
se stesso, anche se ne disconosce la fonte.
Questi soggetti, come pure i kamikaze, che invece offrono il
martirio in nome di Dio, non sono vittima di un irrefrenabile
impulso: sono agenti, sono soggetti che fanno vittime, ma
razionalizzano la propria azione attribuendola ad un’autorità
superiore e incontrollabile. L’interpretazione psichiatrica
forense è una drammatica metafora che sia i soggetti attori sia
gli ascoltatori possono o no accettare quale verità di un fatto
criminale.
Nella nostra
società perché una persona abbia il riconoscimento dello status
d’agente morale deve essere abile, in altre parole deve disporre
della capacità d’intendere e volere. Riguardo a ciò, nella
nostra società esistono due stratagemmi psichiatrico-forensi:
il primo, consiste nel trattare taluni incapaci, quando in realtà non
lo sono (cosa ritenuta sufficiente a giustificare che si possa
far loro del male, con il sotterfugio dell’aiuto); il secondo,
consiste nel trattare certi altri da vittime, mentre in realtà
fanno vittime (magari, sono dei criminali feroci) e si ritiene
che ciò ne giustifichi l’esclusione dalla responsabilità per il
loro agire, trasferendo così sulle vittime i loro atti lesivi di
se stessi o di altri.
Le scienze
naturali si basano su leggi che non subiscono l’influenza da
motivazioni umane. Così, per spiegare la forza di gravità
Newton lasciò cadere, osservando e sperimentando, prima un corpo solido e poi
una piuma, traendo da ciò la cd “legge di gravità”.
Richard Feynman,
premio Nobel per la Fisica, ha detto: “Il principio della
scienza, quasi la sua definizione, è il seguente, La prova di
tutta la conoscenza è l’esperimento. L’esperimento è il solo
giudice della “verità” scientifica. Ma qual è la sorgente della
conoscenza? Da dove vengono le leggi che devono essere provate?
L’esperienza stessa aiuta a produrre tali leggi, nel senso che
ci fornisce dei suggerimenti. Ma è pure necessaria
l’immaginazione per creare da questi suggerimenti le grandi
generalizzazioni – per indovinare i meravigliosi, semplici ma
molto strani schemi che vi stan sotto, e poi sperimentare al
fine di verificare nuovamente se abbiamo indovinato gli schemi
giusti. Questo processo immaginativo è talmente difficile che
nella fisica si fa una divisione del lavoro: vi sono i fisici
teorici i quali immaginano, deducono e cercano di indovinare
nuove leggi, ma non fanno esperimenti; e poi vi sono i fisici
sperimentali i quali fanno esperimenti, immaginano, deducono e
cercano d’indovinare”.
In psichiatria
è esattamente l’opposto. Thomas S. Szasz, Professore
Emerito di Psichiatria, scrive: “In psichiatria disponiamo di
una serie di principi con cui spiegare il funzionamento della
persona sana di mente, e di un altro insieme atto a spiegare il
funzionamento della persona malata di mente: attribuiamo a
ragioni i comportamenti accettabili, “razionali”, e i
comportamenti inaccettabili, “irrazionali”, li attribuiamo a
cause. L’individuo sano di mente è visto come un agente attivo:
è uno che prende decisioni che, per esempio, sceglie di sposare
l’amata. Al contrario, l’individuo malato di mente è visto come
qualcosa di passivo: in quanto paziente, è vittima di processi
biologici, chimici o fisici che agiscono sul suo corpo e sono
lesivi, cioè vittima di malattie (del suo cervello), per esempio
vittima di un “irresistibile impulso” a uccidere.
Sir Henry
Maudsley, il fondatore della moderna psichiatria in Gran
Bretagna (1835-1918), scriveva: “La nevrosi epilettica, tende
tradursi in un’incontrollabile esplosione di violenza… Ritenere
una persona insana di mente quale responsabile del mancato
controllo dei suoi impulsi insani… in certi casi è altrettanto
improprio… quanto ritenere responsabile delle proprie
convulsioni un uomo a cui sia stata praticata un’iniezione
convulsivante di stricnina.”. E’ una falsa analogia. Uccidere è
un’azione coordinata, mentre la convulsione è una scoordinata
contrazione di muscoli, un accadimento.
L’opinione
forense largamente diffusa e condivisa è la seguente: la
malattia mentale nega il presupposto della razionalità, quindi
non c’è punibilità per chi commette crimini o atti
delinquenziali.
A riguardo, Szasz afferma:
“Tizio apre l’ombrello quando piove perché non vuole bagnarsi.
Caio getta Sempronio sotto il treno della metropolitana non
perché “ha” la schizofrenia o perché la schizofrenia glielo “fa”
fare. Se lo fa è perché, al pari di Tizio che apre l’ombrello,
desidera migliorare la propria esistenza. Siamo in grado anche
di spiegare l’azione apparentemente irrazionale di Caio
attribuendola ad una ragione, come per esempio, il desiderio di
attirare l’attenzione su di sé o di sottrarsi alla
responsabilità di provvedere al proprio sostentamento. La
malattia può limitare la loro libertà d’azione, non il loro
status d’agenti morali. E aggiunge: “Al pari di come la
fondazione della chimica, come scienza della natura della
materia, ha richiesto il riconoscimento della non esistenza del
flogisto, così la fondazione della psichiatria, come scienza
della natura del comportamento umano, esige il riconoscimento
della non esistenza della malattia mentale.
|