Il limite della psichiatria forense

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Imbracciò il fucile e in libertà assoluta lo uccise. Poi seppe dalla perizia che non era libero né di intendere né di volere. (Pontiggia, L'arte della fuga)


Sul tema dell' infermità mentale
Né con Abele né con Caino
Il limite della psichiatria forense

di Prof. Saverio Fortunato
(Specialista in Criminologia clinica)


Ancor prima del XVIII secolo, chi commetteva un delitto atroce era guardato come un animale selvaggio, socialmente era ritenuto un “infame”, stigmatizzato e marchiato, in modo che fosse ben riconoscibile in mezzo al pubblico e, quindi, evitato.

Con l’avvento della psichiatria forense e, ancora oggi, si ritiene, invece, che una persona non è responsabile di una sua azione atroce nel caso l’azione stessa è riconducibile ad una malattia mentale. In altre parole, non ci si preoccupa di provare che gli mancano le ragioni per il suo comportamento, ma ci si limita a fornire una spiegazione del comportamento basata su cause e non su ragioni, e formuliamo una dichiarazione di infermità mentale, totale o parziale, in modo che la persona che ha commesso il crimine sia considerata non un soggetto morale, ma malata di mente.

Proporre una giustificazione per aver commesso il crimine Y (per esempio, ritenere che Tizio ha ucciso perché glielo ha “ordinato” X), non equivale a non aver ragione per commettere il crimine Y. All’opposto: si ritiene non tanto che l’attore non abbia ragioni, ma che le sue ragioni siano distorte, quindi “maniacali”, “folli”, “insane”, “disturbate”, “patologiche”.

Ora, accettare l’infermità di uno schizofrenico, che dice di aver ucciso per “ordine” di X, significa non considerare che costui aveva intenzione di uccidere la vittima e le voci che egli ode, a ben vedere, sono esattamente le sue; vale a dire, sono interiori a se stesso, anche se ne disconosce la fonte[1]. Questi soggetti, come pure i kamikaze, che invece offrono il martirio in nome di Dio, non sono vittima di un irrefrenabile impulso: sono agenti, sono soggetti che fanno vittime, ma razionalizzano la propria azione attribuendola ad un’autorità superiore e incontrollabile. L’interpretazione psichiatrica forense è una drammatica metafora che sia i soggetti attori sia gli ascoltatori possono o no accettare quale verità di un fatto criminale[2].

Nella nostra società perché una persona abbia il riconoscimento dello status d’agente morale deve essere abile, in altre parole deve disporre della capacità d’intendere e volere. Riguardo a ciò, nella nostra società esistono due stratagemmi psichiatrico-forensi: il primo, consiste nel trattare taluni incapaci, quando in realtà non lo sono (cosa ritenuta sufficiente a giustificare che si possa far loro del male, con il sotterfugio dell’aiuto); il secondo, consiste nel trattare certi altri da vittime, mentre in realtà fanno vittime (magari, sono dei criminali feroci) e si ritiene che ciò ne giustifichi l’esclusione dalla responsabilità per il loro agire, trasferendo così sulle vittime i loro atti lesivi di se stessi o di altri.

Le scienze naturali si basano su leggi che non subiscono l’influenza da motivazioni umane.  Così, per spiegare la forza di gravità Newton lasciò cadere, osservando e sperimentando, prima un corpo solido e poi una piuma, traendo da ciò la cd “legge di gravità”. Richard Feynman[3], premio Nobel per la  Fisica, ha detto: “Il principio della scienza, quasi la sua definizione, è il seguente, La prova di tutta la conoscenza è l’esperimento. L’esperimento è il solo giudice della “verità” scientifica. Ma qual è la sorgente della conoscenza? Da dove vengono le leggi che devono essere provate? L’esperienza stessa aiuta a produrre tali leggi, nel senso che ci fornisce dei suggerimenti. Ma è pure necessaria l’immaginazione per creare da questi suggerimenti le grandi generalizzazioni – per indovinare i meravigliosi, semplici ma molto strani schemi che vi stan sotto, e poi sperimentare al fine di verificare nuovamente se abbiamo indovinato gli schemi giusti. Questo processo immaginativo è talmente difficile che nella fisica si fa una divisione del lavoro: vi sono i fisici teorici i quali immaginano, deducono e cercano di indovinare nuove leggi, ma non fanno esperimenti; e poi vi sono i fisici sperimentali i quali fanno esperimenti, immaginano, deducono e cercano d’indovinare”.

In psichiatria è esattamente l’opposto. Thomas S. Szasz, Professore Emerito di Psichiatria, scrive: “In psichiatria disponiamo di una serie di principi con cui spiegare il funzionamento della persona sana di mente, e di un altro insieme atto a spiegare il funzionamento della persona malata di mente: attribuiamo a ragioni i comportamenti accettabili, “razionali”, e i comportamenti inaccettabili, “irrazionali”, li attribuiamo a cause. L’individuo sano di mente è visto come un agente attivo: è uno che prende decisioni che, per esempio, sceglie di sposare l’amata. Al contrario, l’individuo malato di mente è visto come qualcosa di passivo: in quanto paziente, è vittima di processi biologici, chimici o fisici che agiscono sul suo corpo e sono lesivi, cioè vittima di malattie (del suo cervello), per esempio vittima di un “irresistibile impulso” a uccidere.

Sir Henry Maudsley, il fondatore della moderna psichiatria in Gran Bretagna (1835-1918), scriveva: “La nevrosi epilettica, tende tradursi in un’incontrollabile esplosione di violenza… Ritenere una persona insana di mente quale responsabile del mancato controllo dei suoi impulsi insani… in certi casi è altrettanto improprio… quanto ritenere responsabile delle proprie convulsioni un uomo a cui sia stata praticata un’iniezione convulsivante di stricnina.”. E’ una falsa analogia. Uccidere è un’azione coordinata, mentre la convulsione è una scoordinata contrazione di muscoli, un accadimento.

L’opinione forense largamente diffusa e condivisa è la seguente: la malattia mentale nega il presupposto della razionalità, quindi non c’è punibilità per chi commette crimini o atti delinquenziali.

A riguardo, Szasz afferma: “Tizio apre l’ombrello quando piove perché non vuole bagnarsi. Caio getta Sempronio sotto il treno della metropolitana non perché “ha” la schizofrenia o perché la schizofrenia glielo “fa” fare. Se lo fa è perché, al pari di Tizio che apre l’ombrello, desidera migliorare la propria esistenza. Siamo in grado anche di spiegare l’azione apparentemente irrazionale di Caio attribuendola ad una ragione, come per esempio, il desiderio di attirare l’attenzione su di sé o di sottrarsi alla responsabilità di provvedere al proprio sostentamento. La malattia può limitare la loro libertà d’azione, non il loro status d’agenti morali. E aggiunge: “Al pari di come la fondazione della chimica, come scienza della natura della materia, ha richiesto il riconoscimento della non esistenza del flogisto, così la fondazione della psichiatria, come scienza della natura del comportamento umano, esige il riconoscimento della non esistenza della malattia mentale.


 

[1] Interpretazione, questa, che trova conferma negli studi sul neuroimagismo: in chi si trova in stato di allucinazione risultano attivazioni dell’area di Broca (del linguaggio) e nessuna attivazione dell’area di Wernicke (uditivo).

[2] Non è un caso, infatti, che nella letteratura psichiatrica mentre esistono riferimenti a voci che ordinano di uccidere, non esistono voci che ordinano di essere garbati con l’amico o con il prossimo.

[3] Feynman R., The Feynman lectures on Physics, volume I, parte I, Masson, Milano, 1968.
 

Questo articolo è stato pubblicato su "Il Quotidiano della Calabria" del 14 maggio 2005, pg. 48