Saverio Fortunato: epistemologia e psichiatria

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Per una critica epistemologica alla perizia psichiatrica forense, come tentativo di ricondurla a dei criteri di scientificità

di Prof. Saverio Fortunato
(Specialista in Criminologia Clinica)
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Il termine metodologia proviene dal latino methodus che, a sua volta, proviene dal greco methodos, parola composta da meta e hodos, strada, la strada che si percorre, la direzione a una meta. Per Socrate, l’attività che ha per fine una conoscenza deve attenersi a delle regole come ogni altra arte; per Aristotele, il metodo  era già indagine di per se stesso, “arte” della ricerca.

Nel campo forense ritengo che la metodologia peritale non deve essere intesa in senso etico o filosofico-politico, ma più correttamente in senso epistemologico della filosofia delle scienze.
La psichiatria forense, però, non va confusa con la Psicologia, la Sociologia o la Storia per il solo fatto che queste si occupano di attività scientifica. Per altri versi, non va nemmeno considerata sostitutiva della Criminologica Clinica, trattandosi di due specializzazioni post-lauream sovrapponibili, ma con l'intesa filologica che così come l'ingegneria l'insegna e la spiega l'ingegnere, allo stesso modo la parola crimine ci rimanda, volendo dare senso al senso, al criminologo (clinico) e non allo psichiatra (parola composta da iatria= cura) o allo psicologo (parola composta da psiche=anima).
Capire il nesso casuale tra un evento criminoso ed il diritto penale è compito specialistico del Criminologo Clinico, non di altre figure professionali. L'attività peritale criminologica (clinica) deve attenersi a dei criteri di scientificità, ragion per cui, la perizia non potrà essere richiesta allo psicologo, in quanto la psicologia si occupa di condotte mentali in generale e la psicoanalisi o altre teorie psicologiche o psicoanalitiche hanno poco o nulla di scientifico, come nulla o, quasi, è la loro conoscenza del Diritto.
La Psichiatria, in genere, di fronte alla psiche si pone in un atteggiamento scientifico, tuttavia al perito forense non è richiesta una competenza  medico-biologica, ma scientifica, vale a dire, attinente alla logica.
Il giudice non chiede al perito di curare l'imputato o di diagnosticare in base a quali patologie vere o presunte l'imputato ha commesso o no il reato (perché così agendo -come avviene puntualmente- si confonde la diagnosi clinica con la perizia), ma più correttamente d'individuare la conditio sine qua non (ai sensi dell'art. 40 del codice penale) senza la quale l'azione criminosa non sussiste. 
Stante così le cose non soltanto la Psicologia è estranea al sapere peritale scientifico, ma anche la Psichiatria forense, poiché, una volta privata dell'approccio medico-biologico, offre soltanto un insieme di teorie, e mi riferisco: all'indirizzo psicodinamico, indirizzo sociologico-culturale, indirizzo comportamentistico e cognitivo, all'indirizzo fenomelogico-esistenziale. 
Affermiamo, allora, che la metodologia peritale è una disciplina scientifica attinente alla produzione di un linguaggio scientifico e al perito psichiatra forense non gli è sufficiente la conoscenza della psichiatria di per sé, ma gli occorre anche la competenza del ragionamento scientifico. Ciò perché, in primo luogo, la scienza non è solo oggetto di osservazione, ma anche di ricerca; poi,  perché, a noi interessa definire lo stretto rapporto tra il porsi degli obiettivi peritali (quesiti del giudice e della ricerca) e individuare il metodo (o "i" metodi) per raggiungerli, elaborando delle regole di corrispondenza e delle tecniche vincolate da un rigore logico, senza però che la ricerca peritale parti da qualche postulato legalista o pregiudizio (proprio o sociale). Dunque, definisco metodologo colui che studia, analizza, elabora la tecnica e la teoria della ricerca peritale.
Tuttavia, non tutti i problemi della ricerca sono metodologici. Lo sono soltanto quelli razionali e regolabili. Il fatto che lo scienziato fisico generalmente non partecipa al fenomeno che sta studiando, al contrario dello scienziato sociale, porta molti ricercatori a chiedersi se la ricerca nella scienza sociale potrà mai essere realizzata come nella scienza fisica.

La disputa sulla differenza tra le scienze fisiche e le scienze sociali s’impernia sulla metodologia non sul metodo. Intendiamo come metodo  semplicemente la tecnica o lo strumento di ricerca utilizzato per raccogliere i dati. In campo psichiatrico forense una volta acquisita la competenza del ragionamento scientifico a base metodo-logica, possiamo chiamare metodi tutti gli indirizzi suddetti che appartengono alla psichiatria.

Anche se non c’è dubbio che nelle scienze fisiche si usano strumenti diversi da quelli utilizzati nelle scienze sociali (i fisici non usano i sondaggi di opinione come i sociologi non utilizzano i microscopi elettronici), tuttavia, è anche vero che gli strumenti differiscono ampiamente tra loro, anche all’interno delle scienze fisiche e all’interno delle scienze sociali; ed, inoltre, alcune differenze di metodo, tra le scienze fisiche e le scienze sociali, sono di grado piuttosto che di genere.
Ad esempio, il ricercatore utilizza la tecnica dell’osservazione sia che usi un microscopio elettronico, una batisfera, uno specchio unidirezionale oppure l’osservazione partecipante di per se stessa.

Col termine metodologia intendo la filosofia del processo di ricerca. Essa comprende gli assunti ed i valori che servono da base razionale della ricerca, gli standard o i criteri che il ricercatore utilizza per interpretare i dati e per pervenire alle conclusioni. Una metodologia della ricerca determina fattori come il modo di formulare le ipotesi e di definire il grado di conferma necessario per decidere se respingere o meno un’ipotesi.

La metodologia delle scienze fisiche è attualmente più rigorosa della metodologia delle scienze sociali. In particolare, gli scienziati fisici tendono molto più degli scienziati sociali a definire i rapporti tra variabili in termini esatti, di solito sotto forma di equazioni matematiche. Lo scienziato sociale si accontenta spesso di dimostrare l’esistenza di un rapporto tra due variabili senza dire alcunché sulla natura di tale rapporto.

La possibilità che la metodologia della scienza sociale possa mai riprodurre la metodologia della scienza fisica è una questione filosofica trascurabile. Il problema basilare è che esiste una varietà di metodologie alternative o di approcci e criteri per la comprensione dei fenomeni sociali. Nella scienza sociale questi variano dal qualitativo al quantitativo. Alcuni ricercatori dapprima scelgono un problema di ricerca e poi stabiliscono quale prospettiva metodologica sia superiore alle altre per quello studio. Altri ricercatori si sentono intellettualmente vincolati ad una particolare prospettiva metodologica e scelgono un problema di ricerca congruente con tale prospettiva.

Alcuni scienziati sostengono che la scienza è razionale in quanto non basata sulla metodologia, altri invece sostengono esattamente il contrario. In campo peritale forense, però, per ancorare a dei criteri di scientificità l'attività psichiatrica forense o criminologica clinica dobbiamo partire dalla consapevolezza, che alla base della razionalità scientifica c’è sempre il ragionamento. Ciò perché, com' è noto, la ragione scientifica si realizza per mezzo del ragionamento, vale a dire, in virtù di proprietà linguistiche, che giustificano sul piano logico una scelta in base a motivi prevalentemente oggettivi, ossia in base a delle proposizioni vere, che sono tali a prescindere da chi li pone in essere.

La proposizione "Tutti i corvi sono neri" e vera finché effettivamente tutti i corvi sono neri, sarà sufficiente dimostrare che un solo corvo non è nero e la proposizione è da ritenersi falsa. Allo stesso modo, la proposizione "L'imputato non è in grado d' intendere e volere" è da ritenersi vera finché tutte le condizioni che portano ad affermarla non sono smentite, sarà sufficiente che un solo elemento non sia vero e la proposizione è falsa.

Di conseguenza nel campo peritale psichiatrico-forense definisco come scientifica una soluzione peritale quando è la conclusione di un’inferenza operata tramite procedure (logiche), utilizzando sempre nelle premesse, come condizione necessaria, l’evidenza empirica.

Premesso che la ricerca è logica applicata e non pura, diremo che una ricerca in perizia è valida quando l’interpretazione di un argomento è valida. L’argomento valido richiede premesse non contraddittorie, ma attendibili. Inoltre, la validità riguarda il rispetto delle regole inferenziali usate nelle operazioni di ricerca. Ma qui bisogna rilevare che il criterio classico strutturale, che suddivide la logica deduttiva (inferenze certe) e induttiva (inferenze incerte), va integrato con ulteriori criteri pragmatici attinenti all’uso che dobbiamo fare della logica, secondo cui, appaiono e scompaiono fallacie e paradossi. Infatti, secondo Putnam, “un’assunzione può essere accettabile razionalmente ma, al tempo stesso, non vera”.  A noi interessa affermare che la razionalità scientifica esclude alcuni errori possibili; in questo senso, l’ottica della ricerca scientifica non è quella di avvicinarci alla verità, ma di allontanarci il più possibile dall’errore. Il criterio di verità è argomentativo (almeno in parte, metodologico), non semantico: "Vero è ciò che si basa su argomentazioni fondate”. Ciò che la scienza può garantire è l’eliminazione di alcune (o molte) fallacie, non la verità semantica dei propri risultati. Infatti, diciamo subito che in termini epistemologici noi parliamo di verità peritale solo in senso gnoseologico, non altro.

       Nella ricerca, dunque, il risultato vero  viene a coincidere con quello valido,  ma la validità non va confusa con la rilevanza teorica; poiché non è nemmeno detto che i risultati di una ricerca valida siano necessariamente interessanti, anzi, a volte avviene proprio il contrario. L’attenzione data ai problemi di metodo può fare trascurare quelli di “sostanza”. Il fatto è che i problemi di sostanza risolti senza  metodo sono piuttosto “facili”; e una ricerca stimolante, ma non valida, non ha alcun interesse scientifico.

       Alla domanda in perizia: "Come fai a sostenere questo?" si risponde elencando le premesse che sostengono la conclusione, se qualcuna delle premesse viene contestata, s' illustrano i motivi per cui la si è affermata, ripetendo il procedimento. Da qui l’importanza dell’esplicitazione e della documentazione della ricerca, che fa comprendere come qualsiasi risultato sia discutibile.  L’argomento della ricerca è sempre complesso e questo vale per la ricerca sociale, scarsamente formalizzata, induttivamente debole, retoricamente ricca, ma a maggior ragione “in perizia”, dove le argomentazioni usate dal perito di turno, spesso, sono del tutto soggettive, poiché non poggiano su alcun fondamento teorico o empirico,  mutando l’argomentazione in una mera autorità o in un vero arbitrio, là dove il risultato della perizia anziché come “parere tecnico qualificato” viene dato addirittura come una “prova inconfutabile”.

Il ragionamento scientifico si differenzia dagli altri tipi di ragionamento perché deduttivo e induttivo, legato all’evidenza empirica e teorica. Il sapere scientifico si caratterizza per il vincolo empirico, il rigore logico, la cura e la precisione con cui vengono trattate le operazioni. Sono queste le proprietà che lo definiscono scientifico e che lo differenziano dalle altre esperienze umane.

L’affermazione che la razionalità scientifica non è quella metodologica, nel senso che è riducibile a essa, è condivisibile; non lo è quando l’affermazione esclude la razionalità metodologica da quella scientifica. Quest’ultima resta un sottoinsieme della prima, anche se non coincidente con essa. Una concezione razionale può collocare e valutare diversamente la metodologia nell’attività scientifica, non essere anti-metodologica o pro-metodologica. Se la scienza non è "la" metodologia, tuttavia la metodologia è sua condizione necessaria.

       La moderna metodologia non teorizza più "il" metodo, unico ed esclusivo, cui ridurre tutta l’attività scientifica, e mediante cui definirla, ma "i" metodi restano la parte qualificante della ricerca scientifica e sono individuati in base alla metodologia del metodo.

       Del resto, se individuiamo la scienza nelle regole della logica, dobbiamo accettare anche quelle della metodologia che le interpretano. La metodologia non è che la realizzazione operativa (di parte) dell’argomentazione. Vi sono (molte) operazioni che si ripetono (a un certo livello di astrazione), che possono essere oggetto di attenzione, migliorabili sul piano dell’efficacia o dell’efficienza.

       Ma non tutti i comportamenti scientifici sono oggetto della metodologia, né qualsiasi argomentazione può dirsi metodologica. La razionalità metodologica è parziale  anche in questo senso, perché si occupa solo delle attività utilmente regolabili per la ricerca. Le altre sono escluse dal suo dominio d’indagine. Per fare un esempio, in perizia scientifica non ci interessa né la retorica né la dialettica eristica, che appartengono al (fare e) dire avvocatesco, ma non peritale.

La metodologia, dunque, aiuta il ricercatore a risolvere i suoi problemi ed a seconda di come lo aiuta abbiamo i diversi ambiti metodologici.

Noi distinguiamo una  metodologia pura  da una applicata. Quella pura si realizza prima della ricerca, l'altra, applicata dentro la ricerca; la prima è propria del metodologo, la seconda del ricercatore. Compito del metodologo è costruire le tecniche, compito del ricercatore è quello di applicarle, tenendo conto della situazione in cui opera e del linguaggio che intende modificare.

       La situazione in cui il ricercatore opera è sempre particolare, mentre le regole sono generali. La divisione e la diversità dei compiti tra metodologo e ricercatore non escludono la cooperazione né sminuiscono l’importanza che il fare ricerca ha per il metodologo. La ricerca deve far parte delle sue esperienze professionali: le regole si costruiscono sui problemi e i problemi, più che astrattamente, si incontrano nella ricerca. La metodologia, dunque,  è anche una meta-ricerca. Il perito allora deve agire sia come metodologo e sia come ricercatore, oltre che come esperto nella propria disciplina.

Fino ad oggi, in perizia psichiatrica forense si è adottato una "metodologia del risultato". In tal caso, il perito per risolvere un problema parte da qualche pregiudizio, fornitogli sia dalla teoria (o più genericamente dalle conoscenze esistenti) sia dalla cultura cui appartiene, se non altro dalla sua personalità.  Questi pregiudizi consistono in generici orientamenti, in semplici schemi concettuali o in precise ipotesi. Dall’esame delle concordanze o delle discordanze delle informazioni analizzate con i pregiudizi, il perito si forma delle ulteriori convinzioni, che vanno a rafforzare le precedenti, a modificarle od a eliminarle.

Termina così l’attività più propriamente giustificata.

       Invece, quando il perito adotta la "metodologia del metodo", per evitare che sia il pregiudizio a guidarlo nella ricerca deve ricorrere alla costruzione delle regole (poiché senza regole la ricerca è incontrollata e incontrollabile); queste regole usate dai periti vengono costruite dal metodologo.

       Per comprendere tutto ciò seguiamo lo schema dello studioso von Wright, che così suddivide le norme:

 

a)    regole (come sono quelle del gioco);

b)    prescrizioni (come sono quelle morali);

c)    norme direttive o tecniche (come sono quelle ingegneristiche).

 

In questa classificazione le regole metodologiche fanno parte delle norme direttive o tecniche.  L’enunciato tecnologico è un condizionale che rappresenta una relazione mezzo-fini, dove il fine è l’obiettivo cognitivo, i mezzi sono le risorse cognitive. Inizialmente, il perito opera nell’ambito dello schema fine-mezzi: dato il fine, ossia il quesito del Giudice, cerca i mezzi (sia ricorrendo al metodo della metodologia e sia all’uso degli appositi strumenti) per raggiungerlo. Successivamente converte lo schema in quello mezzo-fini: opera sui mezzi per ottenere un fine seguendo la metodologia del metodo. Il corpo enunciativo del metodo consiste nell’insieme di queste regole che esprimono il rapporto mezzo-fini. Esse non risolvono necessariamente un problema, aumentano la sua probabilità di risoluzione corretta; combattono l’aleatorietà dei comportamenti, minimizzando le scelte arbitrarie, respingendo quelle fallaci.

Senza questo rigore metodo-logico la perizia psichiatrica forense rimane nella vaghezza e può anche essere pericolosa.

Riuscire ad usare in perizia le regole della ricerca scientifica non rende, ovviamente, la psichiatria una scienza, ma aiuta lo psichiatra (o meglio ancora il criminologo clinico) ad allontanarsi il più possibile dall’errore, anche se nulla di vero, assoluto ed universale, può riferire al giudice. Difatti, il compito del perito forense (come della scienza) non è quello di dare al giudice risposte giuste, ma di evitare quelle sbagliate.
 

© Criminologia.it 2004 . Testo tratto dal "Manuale di Metodologia Peritale", di Saverio Fortunato, Editore Ursini, a cui si rimanda per le fonti delle note bibliografiche. Vietata la riproduzione