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La polizia di Montecatini al Columbus Day in USA
US POLICE: AMATA E RISPETTATA, MODELLO DI EFFICIENZA
 Intervista al Dr. Giuseppe Picariello
dal ns. inviato Sebastiano Ferraro

 

Organizzazione, spirito di corpo, efficienza. Sono i caratteri della polizia statunitense. Ne parliamo con il dottor Giuseppe Picariello, Vice Questore Aggiunto della Polizia di Stato, dirigente del Commissariato di Montecatini Terme, il quale, in occasione del Columbus Day, è stato invitato, con pochi altri, negli Stati Uniti, ove ha avuto la possibilità di un confronto con la realtà delle forze di polizia statunitensi.
Dottor Picariello, conosciamo la polizia statunitense dalla realtà romanzata dei telefilm. Quanto di quello che vediamo corrisponde al vero? Come è organizzata la polizia americana?
Il sistema della polizia americana si basa molto sull’aspetto locale. A livello di città esiste un unico corpo di polizia alle dipendenze del sindaco, la polizia metropolitana, il cui capo (Chief) è appunto nominato dal sindaco stesso e del quale gode la fiducia, venendo a rappresentare una sorta di collegamento tra il livello operativo e quello politico. Le dimensioni dei dipartimenti di polizia variano ovviamente a seconda delle dimensioni della comunità di riferimento: si può andare da poche unità ai 12.000 uomini circa del dipartimento di New York, che per esigenze operative è ulteriormente suddiviso in sezioni e decentrato nei vari quartieri.

 
 

 Ampliando lo sguardo, il coordinamento di tutte le attività di polizia nell’ambito delle contee è affidato allo Sceriffo, eletto dai cittadini a seguito di una vera e propria campagna elettorale, spesso sponsorizzata dai partiti, che risponde del suo operato direttamente al governatore dello Stato. Lo Sceriffo può essere paragonato a una sorta di “superquestore”, assume compiti che in Italia spetterebbero al Questore e al Prefetto insieme, integra il controllo delle varie realtà locali presenti nella contea, gestisce la sicurezza collettiva, coordina l’attività delle forze di polizia in caso di crimini commessi in più località, organizza i servizi di vigilanza nei tribunali e ha competenza anche sugli istituti penitenziari della contea, diretti da un fiduciario dello Sceriffo.
A livello dei singoli Stati federati, esiste la Polizia di Stato, con compiti prevalentemente di polizia stradale, esercitato sulle Highways (autostrade) che attraversano il territorio di più contee, oltreché di supporto all’attività degli sceriffi, assicurato tramite le “troops” (stazioni) distribuite un po’ su tutto il territorio dello Stato.

 
 

Questo modello è sempre valido?
L’organizzazione è la regola, ma ci sono varie eccezioni. Prendiamo ad esempio la contea di Suffolk, caratterizzata da un ampio territorio disseminato di piccole comunità; qui il coordinamento è accentrato, affidato a un unico dipartimento che abbraccia l’intera area. Tutto questo nel tipico spirito pratico americano.

Esistono conflitti di competenza o rivalità?
E’ possibile, può accadere che venga mal interpretata l’ingerenza dello Sceriffo nelle realtà locali, e a livello di agenti può esistere qualche rivalità fra dipartimenti o contee contigue, ma è il sistema stesso, con il ruolo di coordinamento attribuito allo Sceriffo, a scongiurare eventuali conflitti.

Come viene formato il personale?
Nell’ambito delle contee si trovano le accademie di polizia che preparano i poliziotti di tutte le realtà locali della contea stessa. Sono molto rigide e militarizzate, come del resto lo è la polizia medesima, le reclute che non corrispondono agli elevati standard richiesti sono scartate con facilità. Questo perché negli Stati Uniti esiste una forte criminalità e il poliziotto deve essere preparato adeguatamente per dare una risposta efficace.

 


Il Dr. Giuseppe Picariello Vice Questore Aggiunto della nostra Polizia di Stato
con il Dr. Joseph Esposito, Capo Dipartimento Polizia New York

 

E per quanto riguarda la polizia scientifica?
Ho prestato particolare attenzione alla scientifica. Ho potuto constatare che è organizzata fondamentalmente come quella italiana, vi differisce solo per alcune procedure: per fare un esempio, in Italia le impronte digitali rinvenute sulla scena del crimine vengono asportate mediante adesivo, in America vengono soltanto fotografate.

L’impronta viene così immagazzinata in un sistema informatico certificato elettronicamente, concepito in modo che sia impossibile modificare successivamente i dati inseriti, di modo che la fotografia viene per tal via ad assumere piena prova davanti alle Corti.

Esiste mobilità fra le diverse forze di polizia?
Il poliziotto viene assunto nell’ambito della comunità di riferimento, tuttavia per un verso i licenziamenti, come le assunzioni, sono molto più facili, per l’altro non esiste la mentalità del posto fisso, c’è molto ricambio. Come conseguenza c’è un mix di anziani dotati di grande esperienza e di giovani in ogni ufficio.

Qual è il sentimento degli appartenenti alle forze di polizia?
Sono molto motivati, esiste un forte spirito di corpo, quasi di fratellanza, e di reciproco rispetto, in generale verso tutti i poliziotti, anche stranieri. Sono partito verso gli Stati Uniti in uno stato di quasi soggezione, ma quello che ho riscontrato è la stima che loro nutrono verso la Polizia di Stato italiana. Accadeva spesso che i poliziotti in pattuglia venissero a salutarci, durante la nostra visita.

E qual è il sentimento dei cittadini verso la polizia?
Fondamentalmente c’è molta considerazione per la polizia e per i vigili del fuoco, c’è grande rispetto, ulteriormente accresciuto dalla tragedia dell’11 settembre. Ho visitato il Commissariato dell’autorità doganale di New York, il più vicino a Ground Zero, i cui agenti furono i primi ad attraversare il fiume e ad intervenire per prestare soccorso alle persone intrappolate nelle Torri Gemelle; di circa 250 elementi, 80 di quel reparto furono tra coloro che diedero la vita nel tentativo di salvare altre vite.
I loro nomi sono fra i 17.000 scolpiti nel marmo del National Law Enforcement Officers Memorial, il sacrario sito in Washington D.C. dedicato alla memoria di tutti i poliziotti caduti per motivi di servizio negli Stati Uniti, indipendentemente dal corpo di appartenenza e dallo Stato di provenienza.
Oltre alle monumentali lapidi sulle quali erano incisi i nomi di questi eroici poliziotti, ve ne erano altre intatte, prive di iscrizioni, pronte ad accogliere il ricordo di altri eroi e vittime del dovere, destinati a essere ricordati non per il modo in cui morirono, ma per il modo in cui vissero, come recitano le parole di Vivian Eney Cross marcate nel marmo del Memorial, “It is not how these officers died that made them heroes, it is how they lived”.

 
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© Criminologia.it 17.10.2010 - Vietata la riproduzione