Saverio Fortunato: sui delitti aggressivi

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Delitto di Novi Ligure: perché tanta malvagità?

Erika è malata, ma ci sono siti che dicono che ha fatto bene, allora, che malattia è?
di Gabriella Belcaro

Sono una ragazza di Milano, sto frequentando il corso di OSS operatore socio sanitario, la mia scuola una volta diplomata mi permette di operare negli ospedali, con malati terminali, con tossicodipendenti, con persone come Erika e Omar, ma che Dio mi perdoni se dovessi avere a che fare con Erika, la prima cosa che farei gli sputerei in faccia.
Ieri sera ho visto su Italia 1 proprio la storia del delitto di Novi Ligure, lo psichiatra Massimo Picozzi ha più volte detto che Erika è malata e che il padre ha più volte detto che sua figlia è malata; ma che malattia è? Io non riesco a capire, ma come fa la mente umana a generare tanta malvagità? Sono entrata in alcuni siti in internet, di persone che dicono che vorrebbero fare quello che ha fatto Erika, che amano Erika... Insomma, sono malate anche queste persone? Io non posso credere che esista una malattia che arriva a farti fare queste cose, se invece esiste, allora io mi vergogno di essere un essere umano. Da ieri sera non faccio altro che pensare al piccolo Gianluca di soli 11 anni, da una parte la sua giovane, età non gli ha fatto capire in che mondo schifoso viviamo, perché lui pensava sicuramente a giocare a calcio, alle sue figurine, a guardare i cartoni animati; insomma, aveva 11 anni, 11 anni! E continuo a sentire che sua sorella che l'ha ammazzato con decine di coltellate è malata: Dio mio!, perché mi hai messo al mondo come essere umano? Vi prego di rispondermi.

alla lettrice Gabriella Belcaro, risponde il direttore di Criminologia.it, Saverio Fortunato

Dal vuoto di sé al fuori di sé

La famiglia atomizzata e la crisi d' autorità,
come fattori criminogeni dei delitti aggressivi
di Prof. Saverio Fortunato
(Specialista in Criminologia Clinica)

 

Che "malattia" è? Beh!, si potrebbe dire che al momento del delitto era incapace di intendere e volere in preda ad un delirio distruttivo alimentato da psicosi, agendo supportata dal fidanzato, giacché in simbiosi. Si potrebbe dire dell'altro, ma il punto non è psichiatrizzare il crimine (giacché è facile fare "diagnosi" su chi uccide, lo è meno il definire la "normalità"), come cercherò di spiegare meglio. 
Quando all'interno di una famiglia "normale" si giunge a scoprire che la figlia adolescente trama e poi agisce per massacrare la madre e il fratellino, come nel caso del delitto di Omar ed Erika a Novi Ligure, allora vuol dire che quella famiglia non solo è atomizzata, ma anche frantumata negli affetti e minata nell'autorità che dovrebbe principalmente legare i genitori con i figli.

Come diviene una famiglia atomizzata e priva d'autorità? L'atomizzazione è figlia della crisi economica e dei modelli imposti dai mass-media, che inseguono le logiche del consumismo sfrenato:  ogni membro della famiglia è a sé stante. Per intenderci, è come se si fosse all'interno di un supermercato, dove centinaia di persone affollano la cassa, ma ognuno è estraneo all'altro. Nella famiglia atomizzata si finisce con il non parlarsi più, con l’essere estraneo uno con l'altro, pur vivendo insieme. Ognuno è a sé, proprio come al supermercato. La famiglia atomizzata appare con una facciata in un modo, ma ne nasconde un'altra del tutto diversa. In superficie tutto sembra che scorra, in realtà al suo interno ognuno vive tenendo per sé i problemi, dolori, ansie e così via. Non c'è un vero dialogo e la fiducia reciproca è messa a dormire. Aggiungiamo a ciò, nella famiglia, la crisi d'autorità.

Comunemente l’autorità è confusa con un certo modo di esercitare il potere o la violenza e intesa come sinonimo d’autoritarismo. In realtà l’autorità esclude sia la violenza e la forza sia la menzogna e la persuasione.

La filosofa Hannah Arendt* ha studiato molto bene l'autorità ed il nesso che intercorre con il potere; ella scrive:  “Il rapporto d’autorità tra chi comanda e chi obbedisce non si fonda né su ragioni convincenti né sul potere di chi comanda; l’una e l’altra delle parti in causa hanno in comune la gerarchia stessa, che entrambe riconoscono giusta e legittima, e nella quale entrambi hanno un posto fisso e prestabilito”.

A differenza di ciò, oggi, nella famiglia atomizzata è venuto meno il ruolo della madre come figura autorevole per i figli e l'attenzione è quindi rivolta verso il futuro.

Arendt ci dice che nel passato investiti d’autorità erano gli anziani, il Senato o i patries, che avevano ricevuto l’autorità stessa per trasmissione (tradizione) ereditaria da quanti avevano posto le fondamenta per tutte le cose a venire, gli antenati, detti perciò i maiores. Nella vecchiaia, poiché distinta dalla semplice maturità, i romani sentivano il culmine vero e proprio della vita umana: non tanto per la saggezza e le esperienze accumulate negli anni, quanto perché il vecchio era più vicino agli antenati e al passato. L’autorità, a differenza del potere (potestas), era radicata nel passato, ma in un passato non meno presente e attuale alla vita della città di quanto non lo fossero il potere e la forza dei vivi contemporanei.

Tuttavia, mentre i romani sentivano la crescita come un processo diretto nel passato, oggi si prende le distanze dal passato, venendo meno la tradizione d'autorità che legava l'essere anziani con l'essere giovani.

Oggi, si guarda al futuro non al passato e quindi le madri non trasmettono più alle figlie la tradizione a divenire mamme. In famiglia spesso gli anziani sono ritenuti un “peso” da sopportare, mentre la società sembrerebbe non voler garantire loro la pensione, l'assistenza sanitaria, dunque, la sicurezza di poter invecchiare serenamente, dopo una vita di sacrifici e lavoro. Chi discute del tempo libero degli anziani? Quanti genitori sono orgogliosi dei loro genitori? Quante figlie sono fiere dei loro nonni? Quanti affrontano serenamente la vecchiaia?

La famiglia atomizzata è incapace di promuovere e riconoscere l'autorità. I figli atomizzati sono inclini al vizio ed al vuoto di sé, predisposti così al bisogno psicologico di rimanere delusi, giacché incapaci a provare veri legami verso gli oggetti e le persone. A loro, tutto è dovuto, giacché sin da piccoli sono stati abituati a sentirsi dire più sì che no. Non sono stati educati a gestire l'ansia nelle relazioni personali né ad avere rispetto verso l'altro di sé. Dalla nutella al motorino, possiamo dire, tutto è dovuto; ma come la mettiamo nel momento in cui qualcosa non è loro dovuta o concessa? Ecco, allora, che un 4 in matematica, un rifiuto della fidanzata, un lutto, una delusione amara, una sconfitta cocente li fa sprofondare nel crimine o nel suicidio o in ogni caso in azioni distruttive, violente o menzognere. Fin qui la crisi dell'autorità, ma il potere genitoriale?

Arendt ci suggerisce quest’illuminata definizione: “Il potere è realizzato solo dove parole e azioni si sostengono a vicenda, dove le parole non sono vuote e i gesti non sono brutali, dove le parole non sono usate per nascondere le intenzioni ma per rivelare realtà, e i gesti non sono usati per violare e distruggere, ma per stabilire relazioni e creare nuova realtà”.
In rapporto a ciò, allora, poiché i figli apprendono dall'esempio più che dai rimproveri, nella funzione educativa le azioni e le parole usate dai padri verso i figli  sono concordanti, oppure si predica bene e si razzola male? Un padre che fuma o beve alcolici come può insegnare al figlio di non fumare o bere? Un padre violento o aggressivo come può educare il figlio a non essere tale? Il padre che non rispetta la moglie o i propri genitori, come può insegnare ai figli il rispetto verso l'altro?

La parola autorità deriva dal verbo augere, che vuol dire accrescere, elevare. Una persona autorevole riconosce e promuove l'autorità, in un rapporto gerarchico dove è pacifico chi comanda e chi obbedisce.

La madre che tende più a fare la sorella maggiore oppure il padre che vuole apparire come l'amico del figlio, sono il segno del fallimento dell'autorità e la crisi del potere. Invece, l'autorità ed il potere richiedono parole e azioni concordanti, parole verso i figli che non contengano la menzogna, il trucco o l'inganno; gesti che non siano violenti o brutali, quindi spropositati rispetto la loro personalità. La punizione al figlio gli deve essere "cucita" addosso come un buon vestito, vale a dire, né troppo larga né troppo stretta.

Oltre all'esempio in positivo, in ogni modo, un figlio ha bisogno d’affetto e d’amore, da parte dei genitori che devono aiutarlo a crescere e divenire adulto insegnandogli ad accettare il principio di realtà e il principio di responsabilità.

Essere vuoti di sé vuol dire, che si vive inseguendo le illusioni (ossia, caricando di speranza e d’attesa un'azione), per poi scontrarsi con la realtà (che è sempre interpretata nemica; giacché è evidente che non basta, per esempio, illudersi di giocare i numeri al lotto perché poi questi escano ed io vinca! La realtà sovrasta sempre la fantasia!) ed infine, perdendo sempre di più l'interesse verso gli oggetti, le persone, i valori... s’alimenta la disillusione, vale a dire, il bisogno di rimanere delusi e ricominciare (come in un vortice) con l'illusione che rigenera disillusione.
Chi è vuoto di sé è anche predisposto ad uscire fuori di sé (per es., assumendo alcool o droghe, giacché alimentano le allucinazioni). In questo modo il pensiero si stacca sempre di più dalla realtà ed al vuoto di sé sopraggiunge il fuori di sé, uccidendo gli altri o distruggendo completamente se stessi e chi ci vive accanto.


Mini bibliografia consigliata:

*Arendt Hannah, "Tra passato e futuro", Garzanti, 1991.

Savater Fernando, "A mia madre, mia prima maestra", Laterza Ed., 1995.

Aa.Vv., "Bugiardi e traditori", Bollati Boringhieri.

Aa. Vv., "L'invidia", Bollati Boringhieri.

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Pubblicato in rete 29.2.2001