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Di
RedazioneTrapanimese |
Vi è solamente un problema
filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita
valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito
fondamentale della filosofia. Il resto (...) viene dopo. Prima bisogna
rispondere“. Così scriveva Albert Camus, ne «Il mito di Sisifo», del
1942. La risposta ancora nessuno l`ha data, o se l`ha data, non l`hanno
ascoltata i ragazzi, gli uomini e le donne che, a Trapani, negli ultimi
sei mesi si sono tolti la vita. Tanti. Dall`ottobre scorso una media di
due casi al mese. Quattordici persone che si sono tolte la vita. Che su
una popolazione di meno di centomila abitanti è un dato che deve
cominciare a far riflettere. È una impressione superficiale, diffusa,
che ha destato la preoccupazione di alcuni, che ha lasciato
nell`indifferenza altri. Non entriamo nel dettaglio di alcuno di questi
casi. Alcuni sono stati riportati dai mass media, altri, pure noti alle
redazioni, non sono stati pubblicati. Il perché è semplice: «La notizia
della morte di una persona invade la sfera intima della medesima.
Massimo ritegno deve essere usato nei casi di suicidio. La pubblicazione
è ammessa, eccezionalmente. quando il gesto ha avuto una grande
risonanza pubblica; quando il suicida è una personalità pubblica e si
può quindi supporre che il gesto abbia un rapporto con tale sua
funzione; quando è in relazione con un reato reso noto dalla polizia;
quando il gesto aveva carattere dimostrativo e intendeva richiamare
l`attenzione pubblica su un problema irrisolto; quando il gesto diviene
spunto di un pubblico dibattito; Quando serve a smentire dicerie o
accuse incontrollate». È scritto nella direttiva 7.9 della Dichiarazione
dei doveri e dei diritti del giornalista. Una direttiva che, a Trapani,
in massima parte viene rispettata da tutte le redazioni. L`abisso della
disperazione non guarda in faccia a nessuno. E non fa discriminazioni di
età. Tra i ragazzi, i più soggetti a casi di suicidio, avvenuti in
Italia, sono quelli di età compresa tra i 25 e i 29 anni. Seguiti a
ruota, nella classifica della disperazione, da quelli tra i 19 e i 24
anni. E mentre tra le donne è maggiore il numero dei tentativi di
suicidio, a morire, cedendo a questa «sconfitta», sono per la maggior
parte gli uomini. Per comprendere meglio l`andamento del fenomeno alcuni
dati di confronto che, a causa della attenzione con cui si stilano le
statistiche, non sono aggiornati al 2002, ma al 1998 (fonte ISTAT). In
Sicilia la provincia di Trapani è ultima per numero di suicidi con un
valore di che va da 0 a 3,9 per 100.000 abitanti. Seguono le aree
metropolitane: Palermo, Catania e Messina (3,9 - 5,7). Ed ancora
Siracusa (5,7 - 7,6); Caltanisetta e Ragusa (7,6 - 9,9); infine Enna
(9,9 - 19,2). Dati, lo ricordiamo, che si riferiscono all`intero
territorio provinciale. In valore assoluto questo l`andamento dei
suicidi a Trapani: 1996 (11 suicidi; 8 tentati suicidi); 1997 (20; 15
tentati); 1998 (1; 7 tentati); 1999 (21; 6 tentati). Sono più i maschi
che le femmine che scelgono di togliersi la vita. A Trapani dall`ottobre
scorso già 4 donne si sono suicidate. Sono soprattutto giovani, tra i 22
ed i 30 anni. Ecco un altro dato che non è omogeneo rispetto alla media
siciliana e nazionale e che sfugge anche alle rigide catalogazioni
statistiche che individua due fasce 18 24 anni e 25 44 anni. «Il
suicidio, ha scritto il Vescovo Francesco Miccichè, è la risposta
risolutiva, scioccante che nella cronaca trapanese troppo spesso, negli
ultimi tempi, abbiamo dovuto registrare. Queste morti violente squassano
l`anima, interrogano con forza, mettono profondamente in crisi. Non
possiamo dire: “Sono forse io il guardiano di mio fratello? (Gen, 4,9)”.
Tutti siamo responsabili di tutti”. La Chiesa trapanese è stata fino ad
oggi l`unica a gettare una pietra nello stagno. Distratta la politica,
in assenza di una sede universitaria e di cattedre di sociologia e
psicologia, l`argomento rimane oggetto di discussione tra pochi
professionisti addetti ai lavori. Eppure il suicidio, che nasce come
scelta unilaterale e personale, è un fatto sociale, come scrive
Saverio
Fortunato:
«Il suicidio non è mai un fatto individuale, ma sociale. Ciascuno muore
per come ha vissuto». Dovremmo cominciare a chiederci come hanno vissuto
nella nostra città coloro che si sono tolti la vita e, nel nostro
piccolo microcosmo di città di provincia, provare a dare la risposte al
problema posto da Albert Camus. |