Fortunato: Lo spettacolo della giustizia

I professionisti-copertina, ovvero i Signori Tutto e Niente della giustizia-spettacolo

 

Magistrati-soubrette, Periti-attore, Investigatori-romanziere,
Criminologi-solottiere, Esperti-detersivo...

I professionisti-copertina,
ovvero i signori Tutto e Niente
della giustizia-spettacolo

di
Prof. Saverio Fortunato
(
Specialista in Criminologia clinica, già cultore per l'insegnamento di Teoria e Tecniche della comunicazione di massa all'università di Firenze,
Cultore per l'insegnamento di Criminologia all'Università di L'Aquila)

 


 


L’influenza psicologica dei mass-media è subdola o esplicita, perché i media creano ed al tempo stesso demoliscono, esaltano ed al tempo stesso deprimono, la figura o il profilo di una persona, inventandone il personaggio.
Il perito (o l’investigatore o il Pm, ecc.), che si lascia intervistare durante le indagini, può essere coinvolto dal
principio del contraccambio: vale a dire, nel restituire agli altri il tipo d’azione compiuta verso di lui. Il rischio maggiore è che il professionista forense,  affascinato dagli effetti sociali dei media (risonanza, notorietà, fama, ecc.), diventa (in senso mediatico) una figura, poi un profilo e, infine, un personaggio-professionista; ossia, l’altro di sé proiettato sui mass-media.

Inoltre, i media creano assuefazione, ragion per cui, il fatto d’apparire una volta, genera il bisogno di riapparire e, per farlo più volte, occorrono sempre notizie “nuove”; se però non le si possiede, allora c’è il rischio d’inventarsele (truccando), anche basandole sul nulla.  La TV, sul nulla, costruisce grattacieli!

Ai mass-media non interessa la metodologia peritale o investigativa o processuale, ossia la sostanza delle cose: sia perché lo “spazio” in Tv costa moltissimo sia perché il cinismo è intrinseco alla natura stessa dei mass-media, secondo la famosa regola: "E' notizia non se il cane morde l'uomo, ma se è l'uomo a mordere il cane!".
Ai giornalisti interessa ciò che fa
vendere i giornali, alle tv ciò che fa audience. La notizia, perché tale, deve essere breve, ad effetto, omogeneizzata e… filtrata. Il linguaggio è ridotto a marmellata: frasi ad effetto dove il “come” si dice, prevale sul “cosa” si dice e le immagini prevalgono sul sonoro; in altre parole, in Tv prevale l’opinione alla ragione, la forma alla sostanza, la fotocopia all'originale, l’apparire prima dell’essere.

In Tv sono importanti anche le posizioni del corpo, poiché esse danno un’immagine di chi parla e un sostegno al suo discorso. Così, una posizione rigida, fissa, manca di colore. Chi si agita o si muove troppo non ispira confidenza.  Un corpo curvo corrisponde ad un atto di ripiego; mentre, un corpo dritto, lo sguardo fissato sull’interlocutore esprime franchezza. Anche gli atteggiamenti sono importanti. Se uno è seduto e l’altro in piedi è in vantaggio chi è seduto, ma il rapporto s’inverte se la persona seduta ha un atteggiamento contratto.
Nel video hanno grande importanza le immagini che mostrano la scena, poiché essa, a livello persuasivo, prevale sempre sull’audio.
Sui Media le immagini mostrano soltanto un punto di vista, uno dei tanti possibili sulla realtà trattata. Tramite la ripresa e il montaggio, le immagini registrano, scompongono e si ricompongono secondo una sequenza che non è una copia fedele del fatto stesso, ma una rielaborazione, che si propone di dare un’idea soggettiva dell’evento raccontato. In questo senso è fondamentale l’opera del regista (o del direttore di testata o del montatore...) nel riproporre il suo punto di vista, soggettivo, sugli altri punti di vista possibili, sullo stesso fatto raccontato e mostrato.

Gli effetti criminogeni dei media, in rapporto alla giustizia-spettacolo, sono devastanti.
La Tv può indurre, chi è psicologicamente predisposto
[1], a ritenere che commettere un reato porta alla notorietà, grazie alla spettacolarizzazione delle indagini e del processo. Paradossalmente, la notorietà è tanto più grande quanto più grave è il delitto. Tanto maggiore è la gravità del delitto commesso e maggiore è lo spazio che i media offrono al crimine ed al criminale.

L’attività forense dovrebbe sottrarsi alla spettacolarizzazione della giustizia, che trasforma gli esperti in detersivi: imbellettati ed intenti a seguire le logiche del telemarketing.
Ad ogni delitto efferato lo spettacolo della giustizia mette in moto il
fenomeno da baraccone: cronisti, reporter ed operatori televisivi appostati sul luogo del crimine come al “Festival di Sanremo”. Pronti a cogliere ogni starnuto degli esperti, dei parenti delle vittime, dei vicini di casa della vittima... In questo baraccone (mediatico) da circo, tutti vogliono dire qualcosa di qualcosa, tutti fanno fatica  a sottrarsi alla spettacolarizzazione dell'evento criminale o criminoso. E, come se ciò non bastasse, si assiste poi ad un altro divagante fenomeno di comunicazione di massa: tutti in tv sono esperti di tutto.
Di fronte un crimine la parola passa allo psichiatra, poi allo psicologo, poi allo scrittore di libri gialli, poi al detective in erba, poi al fumettista, poi a chi scrive barzellette, poi al mago o al sensitivo o al fattucchiere oppure... al "giornalista-so-tutto". Insomma, a tutti, tranne che al criminologo clinico, ossia a chi si è specializzato dopo la laurea (quadriennale) alla facoltà di medicina e chirurgia superando 22 esami e la tesi di specialità.
Ecco, puntuale, il copione cui si assiste ad ogni spietato delitto: il "giornalista-brillante" (o chi per lui) illustra i dettagli del crimine, con il plastico che ricostruisce ad arte il tutto; l'esperto (criminologo?) che commenta tutto, senza magari porsi il problema che quando si parla di crimini sui media ci sono gli effetti criminogeni dei media stessi, di cui si deve tener conto.

Insomma, nell'attività forense non dovrebbe trovare posto il trucco e la menzogna, che appartengono al mondo mediatico e telecratico, giacché nel connubio, si dovrebbe favorire e distinguere: alle opinioni telecratiche la ricerca e lo studio, alla verità soggettiva (delle vaghe opinioni) quella più "oggettiva" (che segue l'epistemologia, l'ermeneutica, l'etica, la gnoseologia).
Nei media tutto è finzione, giacché tali mezzi (Tv e cinema) si basano sulle principali arti della finzione: la recitazione, l'improvvisazione, la fotografia e la pittura.
Nel mondo reale forense, invece, non ci sono verità (peritali, investigative o processuali) assolute o risposte giuste, sarebbe necessario e sufficiente evitare quelle sbagliate. Non c'è finzione nel dolore o nel decidere il  futuro del sospettato o dell'imputato ma è la cruda realtà.
L’attività forense, quindi, dovrebbe liberarsi del professionista-copertina: investigatore-attore, perito-cartomante, avvocato-regista, magistrato-soubrette. Insomma, occorrerebbe liberarsi dei signori Tutto e Niente, favorendo una maggiore autorità (culturale e scientifica) su un minore potere (sia politico-giudiziario e sia mediatico)
[2].

 


 

Note

1)Studi sulle comunicazioni di massa (Klapper, 1963) affermano che i membri del pubblico non si presentano ai media in uno stato di nudità psicologica; essi sono, invece, rivestiti e protetti da predisposizioni esistenti, da processi selettivi e altri fattori. L’interpretazione trasforma e modella il significato del messaggio ricevuto, improntandolo alle attitudini ed ai valori del destinatario, talvolta fino a mutare radicalmente il senso del messaggio stesso; in altre parole, i media non creano patologie o stereotipi, ma consolidano e amplificano quelli già esistenti nella psicologia dello spettatore. Altri studi (Hovland-Lumsdaine-Sheffiel, 1969) hanno rivelato, che in alcuni casi, mentre subito dopo l’esposizione del messaggio, l’efficacia persuasoria risulta quasi nulla, col passare del tempo essa risulta aumentata. Se all’inizio l’atteggiamento negativo dello spettatore verso la fonte mediatica costituisce un’efficace barriera alla persuasione, la memorizzazione selettiva attenua questo elemento e persistono invece i contenuti del messaggio, che aumentano via via la loro influenza persuasoria. 
2] I mass-media creano assuefazione e questa può provocare delle crisi di astinenza, ove la frequenza sui media è facile e ossessiva. il rischio è che pur di apparire si finisce con il non sapere più quello che si dice. Ciò richiama alla mente la figura del ciarlatano. A riguardo, saggiamente, Giorgio Cosmacini (medico, con una laurea anche in filosofia, primario nell’Istituto Scientifico dell’Ospedale Maggiore di Milano, docente di Storia della Sanità nella Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Milano) nel suo libro “Ciarlataneria e medicina”, scrive: “Uomini di poca qualità, ammantati di ciarle, abbondano in ogni campo. Nell’ambiente delle cure, la maschera del ciarlatano ebbe nei secoli un ruolo non privo di una sua dignità. A fronte di una medicina ufficiale, che diceva di sapere e potere, mentre poco sapeva e nulla poteva, la ciarlataneria, a modo suo, tra millanterie e stravaganze rispose ad un bisogno umano insopprimibile e primario: trovare un rimedio, anche solo consolatorio dell’inguaribilità della malattia, all’incalzare della vecchiaia, alla paura della morte. Il ciarlatano fu storicamente un prodotto dell’angoscia esistenziale dell’uomo e della sua ansia di vivere. Sfruttare quest’ansia, lucrare sull’angoscia e sull’ignoranza altrui rese in molti casi la maschera del ciarlatano ignobile e la sua figura spregevole.

 

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