Teoria e Tecniche della comunicazione di massa
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Mass-media e violenza
di
Prof. Pio Baldelli*
(* Fondatore Cattedra Teoria e Tecniche della Comunicazione di massa, Università Firenze)


Cattiva maestra televisione? titolo di una raccolta di saggi di Karl Popper e John Condry, ampliata con scritti di Wojthla, pontefice mass-mediatico per eccellenza.

"Tv violenta": accusa giornaliera ai genitori, educatori, psicologi ed operatori sociali. E' colpa della stampa- "colpa della televisione": frasi ripetute all'infinito dalla "gente" (come si suol dire oggi) per spiegare in modo plausibile quanto sbrigativo ogni male del mondo contemporaneo.

"Giornalisti irresponsabili, mass media tendenziosi e sensazionalistici": sentenze care ai politici, imprenditori, "personaggi" di ogni sorta ed a comuni mortali.

E potremmo allungare a piacimento l'elenco delle colpe che vengono rinfacciate, giorno dopo giorno, ai mass-media che tanto spazio occupano nella vita di oggi: stampa, radio, cinema e, naturalmente, televisione.

Si tratta di luoghi comuni o di valutazioni oggettive? I mass media producono e moltiplicano effettivamente immagini di violenza e, diffondendole, incitano, a loro volta, ad atti o atteggiamenti di violenza? ma, prima ancora, che cosa significa "violenza"? E che cosa significa la violenza in relazione ai mass media contemporanei?

Nella vita quotidiana, tutti sappiamo (o crediamo di sapere) riconoscere e definire fatti e gesti violenti: con sfumature diverse, rientrano nella violenza: un incidente stradale come un raptus di follia omicida, uno stupro come una rapina a mano armata, una rissa fra ubriachi come un regolamento di conti tra malviventi, una scenata di gelosia tra amanti come una "guerriglia" tra tifoserie opposte, un cataclisma come l'esplosione di una bomba o un'aggressione militare.

Quali sono, invece, le categorie della violenza nei mass-media? Combaciano con quelle del nostro vivere e sentire comune o ne divergono? E, in caso affermativo, in che senso e in quale misura ne divergono?

Consapevole dei confini fluidi tra le categorie della violenza mediatica -e quindi senza la pretesa di stabilire classifiche rigide o "tassative" - mi pare tuttavia di potere indicare alcuni "generi" fondamentali. E precisamente:

1) la violenza documentata ovvero oggettiva;

2) la violenza virtuale;

3) la violenza subliminale ovvero psicologica;

4) la violenza gratuita.

1) La violenza documentata, ovvero oggettiva

Intendo per "oggettivamente violenta" la notizia o il servizio che si propone d' informare correttemente l'utente (lettore/ascoltatore/telespettatore) di un fatto o evento di per sé violento, descrivendolo -con la parola o l'immagine- in modo aderente alla realtà, vale a dire senza fronzoli che gonfino la notizia. Per esempio: la visione (fotografica o televisiva) di una o più macchine accartocciate in uno dei tanti scrontri mortali di fine settimana sull'autostrada: situazione sufficiente per "informare" correttamente sull' accaduto, in quanto l'immagine delle auto distrutte risulta "oggettivamente violenta", mentre la visione di qualche cadavere carbonizzato segnerebbe lo slittamento dalla "violenza-documento" alla violenza "gratuita" (ovvero innecessaria ai fini puramente informativi). E ancora: le immagini tuttore vive dei bombardamenti a tappeto di Belgrado ed altre città serbe, con i cieli notturni illuminati a giorno dalle esplosioni, la visione delle fabbriche e case distrutte o quella della popolazione civile che tenta di salvare un minimo di "normalità esistenziale", tra una bomba e l'altra, dànno la misura oggettiva degli orrori di una guerra, senza aggiunte autocompiaciute o ammiccamenti senzazionalistici. In altri termini: la "violenza-documento" delle testimonianze fotografiche e televisive rappresenta, di per sé, come informazione, un atto di accusa contro ogni guerra. O prendete la sequenza recente dei pescatori ungheresi che rovistano, desolati, negli ammassi di pesci agonizzanti o già morti nelle acque avvelenate del Tibisco: testimonianz drammatica e tuttavia sobria della violenza dell'uomo sull'ambiente.

2) La violenza virtuale

Intendo per "violenza virtuale" la violenza di azioni, fatti o vicende che non abbiano carattere di documento o di testimoninanza (vale a dire con riscontro oggettivo nel mondo reale e quindi realmente accaduti), ma che rientrino nella trama di un episodio o di una storia inventata. In parole povere: la violenza "virtuale" nasce dall'immaginazione. Potremmo persino affermare, che alcuni episodi "traculenti" dell' Iliade e dell' Odissea (si pensi, ad esempio, al cadavere di Ettore trascinato da Achille intorno alle mura di Troia, oppure alla ferocia dell'accecamento del gigante Polifemo) ed a certi canti tra i più noti della Divina Commedia (es. il conte Ugolino) altro non siano che espressione (anche se di livello altissimo) della violenza "virtuale", se "virtuale" viene suggerita dalle parole dell'autore, mentre la visualizzazione (ovvero la "simulazione") della vicenda resta affidata all'evocazione interiore, vale a dire all' immaginazione cooperativa del lettore (o ascoltatore), in modo da coinvolgerlo attivamente nella creazione poetica. Lo stesso vale per la tragedia greca che, pur essendo spettacolo, non sfrutta la violenza "virtuale" per fare spettacolo: gli episodi più atroci, invece di svolgersi sulla scena, vengono riferiti dal messaggero, mentro lo spettatore immagina l'orrore in un atto di fantasia creativa per esempio, Edipo non si strappa gli occhi davanti al pubblico, ma compare, a fatto compiuto, con le orbite vuote, lasciando all'immaginazione il furore disperato del gesto in sé).

Nel racconto cinematografico o televisivo, invece, la violenza "virtuale" s'identifica con la simulazione dettagliata della realtà: le immagini non cercano la suggestione o l'allusione, ma la verosomiglianza, l'effetto realistico che fa spettacolo, il particolare esplicito che, anziché stimolare l'estro creativo dello spettatore, lo passivizza ipnotizzandolo: con l'effetto -a lungo termine- di spegnere l'immaginazione. Ovviamente, non bisogna fare di tutta l'erba un fascio: i grandi registi, i maestri dell'immagine, anche nelle scene più violente sanno mantenere alta la suggestione poetica: si pensi alle feroci battaglie di alcuni film di Akira Kurosawa come "Kagemusha" e "Ran", dense di magia rituale e di fascinazione onirica.

La violenza subliminale, ovvero psicologica

Come si capisce dall' uso del termine "subliminale", si tratta di una forma di violenza insidiosa, strisciante, larvata e, pertanto, pericolosissima. Invece di darti un pugno nello stamaco (il che -almeno in teoria- potrebbe provocare la protesta della vittima e, magari, un tentativo di autodifesa), ti narcotizza progressivamente, un po' alla volta, iniettandoti, giorno dopo giorno, una minuscola ma efficace dose di veleno. La violenza subliminale si presenta ora sorridente, ingenua ed infantile, ora spavalda, provocante e seduttiva- mai apertamente "violenta". Nel suo doppio aspetto lucido ed erotico (che spesso si contaminano a vicenda), la violenza subliminale permea -per non dire infesta- i mass media in blocco ed a tutte le ore, con i mezzi audiovisivi in testa. La sua forza sta nello stillicidio giornaliero, nella ripetizione -a intervalli ravvicinati e fino alla nausea- di un'immagine unita ad uno slogan: "Mulino Bianco -chi mangia sano, trova natura"; "Altissima, purisima, levissima", e via discorrendo.

Mentre il fine della "violenza oggettiva" sta nell'informazione e quello della "violenza virtuale" nell'evasione, lo scopo della "violenza subliminale" s'identifica con il condizionamento psicologico, vale a dire con l'annullamento dello spirito critico del destinatario di un certo messaggio audiovisivo, quasi sempre di carattere pubblicitario. Pur di ottenere tale condizionamento, finalizzato, a sua volta, alla promozione e alla vendita di un determinato prodotto (spesso totalmente inutile), il cinismo larvato della violenza subliminale non indietreggia nemmeno difronte a messaggi chiaramente diseducativi. Un esempio? Un nuovo modello di automobile veloce viene pubblicizzato come "risposta" ideale ai tre bisogni "fondamentali" dei ragazzi di oggi: "Cosa vogliono i giovani dalla vita?" -dice la voce fuori campo- "Successo, denaro, donne", è la risposta. Pubblicità a parte, anche le trasmissioni nazional-popolari (quali "Colorado", "Carramba che sorpresa", "Fantastico" e, ovviamente, il flagello del festival di Sanremo) rientrano, a buon diritto, nella categoria della violenza subliminale, che, praticando all'utente un sofisticato lavaggio del cervello, finisce per ridurlo, da cittadino pensante, a suddito ebete tra una massa informe di altri sudditi ebeti.

4) La violenza gratuita

Per "gratuito" si deve intendere ogni gesto, azione, episodio o immagine di violenza superflui, vale a dire non necessari all'informazione oggettiva, alla comprensione della trama narrativa o all'approfondimento della psicologia di un personaggio. Nella violenza gratuita -e pertanto finalizzata a se stessa- possiamo riscontrare, di solito, una mescolanza di autocompiacimento (vale a dire il gusto malsano o addirittura perverso della violenza) e di venalità: la violenza gratuita presenta quasi sempre un risvolto spettacolare, "plateale" che, da un lato, strordisce e, dall' altro, "fa cassetta": insomma, vende. Forme di violenza gratuita pervadono spesso, purtroppo, anche il campo dell'informazione che avrebbe il dovere di dare la notizia in modo tempestivo, sobrio ed aderente ai fini puramente informativi. Invece nell'ansia di "fare colpo" sull'opinione pubblica e, quindi, di vendere bene e subito, l'informazione-mercato preferisce sostituire lo "scoop" al lavoro serio del giornalista-testimone e rimpiazza l'elaborazione critica della notizia, da parte del lettore o spettatore, con la "scarica adrenalina" oppure, quando si tratta di fatti (o fattacci) privati, con lo sguardo ammiccante dal "buco della serratura" (basta pensare al caso "sexgate": con il presidente Clinton al centro di una vera tempesta mediatica volta a speculare sul "prurito" puritano della nazione più potente della Terra). Inutile aggiungere, che sia il cinema di largo consumo sia numerosi telefilm (a puntate e no) grondino di violenza gratuita: dai "thriller" di fattura americana all'ennesima "Piovra" di produzione "domestica". Ha torto chi vorrebbe giustificare la violenza-spettacolo con il fine dell'emozione. Prendete il recente film di Roberto Benigni "La vita è bella", con la seconda parte ambientata in un lager nazista, luogo indubbio di violenza inaudita. Ma l'atmosfera di orrore e di morte che pervade lo squallore delle baracche viene filtrata dal racconto fiabesco del padre, impegnato a salvaguardare, per mezzo del "gioco", la crescita "felice" del figlioletto. E quando il protagonista muore fucilato dai soldati nazisti, il suono degli spari, dietro la scena, emoziona più di una lunga sequenza di violenza esplicita.

Ora, al di là delle singole "categorie" di violenza, che si è tentato di enucleare e di descrivere brevemente, la società mediatica, a furia di vedersi rovesciare addosso, giorno dopo giorno, ammassi di notizie ed immagini in cui ingredienti oggettivi, virtuali, subliminali e gratuiti si mescolano in una brodaglia informe, corre il rischio di perdere ogni cirterio di discernimento e, allo stesso tempo, il legame reale con il mondo reale. L'uso indiscriminato dei mezzi di comunicazione di massa va a scapito della comunione del singolo con gli eventi, della partecipazione sensibile e concreta agli eventi: una cosa vale l'altra; le fiamme che distruggono le foreste amazzoniche occupano lo stesso "spazio" informativo della caccia al serial killer di turno; una strage per opera della camorra equivale la morte di Frank Sinatra; 500 morti durante l'insurrezione popolare in Indonesia non fanno più notizia della passerella dei "vip" al festival di Cannes. L' appiattimento o peggio il livellamento delle notizie più drammatiche riducendole a pura immagine che scorre veloce, insieme all'immagine di eventi futili, finisce per cancellare la stessa violenza con qualcosa di peggio: l'anestesia, l'indifferenza verso la portata reale dell'informazione verso il peso specifico, il significato umano del contenuto di un messaggio.

Per combattere il rischio dell'assuefazione e dell'acquiescenza, della "scrollata di spalle" di fronte all'ammasso indistinto della violenza contemporanea risultano insufficienti sia l'inquadramento in "categorie mediatiche" sia lo smontaggio critico del puzzle informativo. Sono operazioni utili e necessarie ma non bastano, da sole, per restituire all'utente dei media il senso vivo di un fatto che, prima di diventare notizia, "materiale d'informazione", riguarda delle persone in carne ed ossa. Forse, per recuperare la consapevolezza delle implicazioni umane di un "evento mediatico", occorre seguire il suggerimento dato da Italo Calvino ne "Le città invisibili": sapere individuare e coltivare, in mezzo all'inferno quotidiano, chi e cosa non sono inferno. In altri termini: riconoscere e valorizzare, in mezzo alla marea apparentemente uniforme della violenza quotidiana, i segni ed i messagi della nonviolenza.

Compito difficile, se non impossibile, in un contesto reale che porta, persino il Dalai Lama, massima autorità spirituale della nonviolenza buddhista, ad approvare gli esperimenti nucleari dell'India. Proviamoci lo stesso, senza tirare in ballo gli aiuti umanitari mandati in Kosovo, con tutte le ambivalenze del caso