del 14.01.04 pg. 6

Non per vendetta
ma per amore


 
di SAVERIO FORTUNATO*

I casi di pluriomicidio e suicidio avvenuti in queste ultime settimane rientrano in quei delitti compiuti dai cosiddetti "delinquenti primari", che sono in particolare autori di reati violenti, che rientrano nei delitti per aggressività. L'età degli autori si aggira in una fascia che va oltre i cinquanta anni e ciò segna una novità rispetto all'età media prevista dalla casistica criminologica, che tende a segnare fino a 40 anni l'età più probabile per delinquere. Dopo i quarant'anni generalmente non si delinque o si commettono reati di una certa gravità, ma per lo più a sfondo sessuale.
Questi crimini mettono in risalto uno stato patologico: una depressione aggravata da malinconia e forme paranoiche e psicotiche, che spingono l'uomo a uccidere i propri cari per amore, non per vendetta, né per i troppi litigi, che pure ci sono, purtroppo, in quasi tutte le famiglie.
L'incapacità ad immaginare un futuro sereno per sé spinge questi "capifamiglia" a preoccuparsi dei loro cari e li uccidono nell'illusione psicotica di doverli salvare dal destino, ritenuto carico di sorprese negative e di sofferenze. La malinconia guasta il loro immaginario anche rispetto al passato: vissuto con ansia per i troppi errori ritenuti insormontabili. Accanto a ciò, s'intravede una frattura familiare caratterizzata da un'abitudine al silenzio (frattura relazionale), al non vedere, al non rendersi conto, al non parlare ed affrontare i problemi insieme nella famiglia stessa. Siamo di fronte all'atomizzazione della famiglia, dove si sta insieme ma ognuno è a sé stante. Esattamente come accade nei grandi supermercati dove centinaia di persone si accalcano alle casse o tra gli scaffali, ma ciascuno sta per conto suo, non gli interessa nulla della persona accanto.
In questo stato atomico della famiglia e patologico del soggetto, il crimine è commesso senza premeditazione, alimentato da un'angoscia incontrollabile, ritenuto l' unica risposta possibile ad una negativa situazione ambientale e familiare. Inoltre in seno alla famiglia i genitori preferiscono fare gli amici anziché i padri e le madri; i nonni sono ritenuti un peso salvo la pensione; gli zii sono puntualmente più invidiati o, comunque, più criticati (dai rispettivi fratelli e sorelle) che amati... con il risultato che la televisione riempie del vuoto familiare, dei silenzi incolmabili e pian piano non ci parla più se non per frasi monotone.
A ciò dobbiamo aggiungere l'inevitabile enfasi dei mass-media quando trattano di questi delitti, visti come fulmini a ciel sereno e che invece nascondono una crisi spaventosa della famiglia, che tende a non avere più legami e valori, che non siano più duraturi di uno spot di trenta secondi. Ciò rischia ­ se non si adotta la giusta misura nel non descrivere vicende e particolari, luoghi e ambienti - di incoraggiare gli atti per emulazione in soggetti psicologicamente instabili, sia perché la criminologia ormai tutti la spiegano (dallo psicologo allo psichiatra, dal detective in erba al poliziotto in pensione, dal sensitivo allo scrittore di libri gialli) tranne il criminologo (per cui sui mass media talvolta si dicono tante cose che non andrebbero dette), sia perché manca una cultura di prevenzione al crimine, erroneamente inteso più come scienze post-delictum che ante-delictum.
Invece, le istituzioni ed i mass media dovrebbero limitare il diffondersi di frustrazioni che generano insicurezza e disturbi della personalità.

(*Specialista in Criminologia Clinica)