di
SAVERIO FORTUNATO*
I casi di pluriomicidio e suicidio avvenuti in queste ultime settimane
rientrano in quei delitti compiuti dai cosiddetti "delinquenti primari",
che sono in particolare autori di reati violenti, che rientrano nei
delitti per aggressività. L'età degli autori si aggira in una fascia che
va oltre i cinquanta anni e ciò segna una novità rispetto all'età media
prevista dalla casistica criminologica, che tende a segnare fino a 40
anni l'età più probabile per delinquere. Dopo i quarant'anni
generalmente non si delinque o si commettono reati di una certa gravità,
ma per lo più a sfondo sessuale.
Questi crimini mettono in risalto uno stato patologico: una depressione
aggravata da malinconia e forme paranoiche e psicotiche, che spingono
l'uomo a uccidere i propri cari per amore, non per vendetta, né per i
troppi litigi, che pure ci sono, purtroppo, in quasi tutte le famiglie.
L'incapacità ad immaginare un futuro sereno per sé spinge questi
"capifamiglia" a preoccuparsi dei loro cari e li uccidono nell'illusione
psicotica di doverli salvare dal destino, ritenuto carico di sorprese
negative e di sofferenze. La malinconia guasta il loro immaginario anche
rispetto al passato: vissuto con ansia per i troppi errori ritenuti
insormontabili. Accanto a ciò, s'intravede una frattura familiare
caratterizzata da un'abitudine al silenzio (frattura relazionale), al
non vedere, al non rendersi conto, al non parlare ed affrontare i
problemi insieme nella famiglia stessa. Siamo di fronte
all'atomizzazione della famiglia, dove si sta insieme ma ognuno è a sé
stante. Esattamente come accade nei grandi supermercati dove centinaia
di persone si accalcano alle casse o tra gli scaffali, ma ciascuno sta
per conto suo, non gli interessa nulla della persona accanto.
In questo stato atomico della famiglia e patologico del soggetto, il
crimine è commesso senza premeditazione, alimentato da un'angoscia
incontrollabile, ritenuto l' unica risposta possibile ad una negativa
situazione ambientale e familiare. Inoltre in seno alla famiglia i
genitori preferiscono fare gli amici anziché i padri e le madri; i nonni
sono ritenuti un peso salvo la pensione; gli zii sono puntualmente più
invidiati o, comunque, più criticati (dai rispettivi fratelli e sorelle)
che amati... con il risultato che la televisione riempie del vuoto
familiare, dei silenzi incolmabili e pian piano non ci parla più se non
per frasi monotone.
A ciò dobbiamo aggiungere l'inevitabile enfasi dei mass-media quando
trattano di questi delitti, visti come fulmini a ciel sereno e
che invece nascondono una crisi spaventosa della famiglia, che tende a
non avere più legami e valori, che non siano più duraturi di uno spot di
trenta secondi. Ciò rischia se non si adotta la giusta misura nel non
descrivere vicende e particolari, luoghi e ambienti - di incoraggiare
gli atti per emulazione in soggetti psicologicamente instabili, sia
perché la criminologia ormai tutti la spiegano (dallo psicologo allo
psichiatra, dal detective in erba al poliziotto in pensione, dal
sensitivo allo scrittore di libri gialli) tranne il criminologo (per cui
sui mass media talvolta si dicono tante cose che non andrebbero dette),
sia perché manca una cultura di prevenzione al crimine, erroneamente
inteso più come scienze post-delictum che ante-delictum.
Invece, le istituzioni ed i mass media dovrebbero limitare il
diffondersi di frustrazioni che generano insicurezza e disturbi della
personalità.
(*Specialista in Criminologia Clinica)