C.S.I: SCENA DEL CRIMINE - CRIME SCENE DO NOT CROSS -


William L. Petersen


Marg Helgenberger


Jorja Fox

SCENA DEL CRIMINE


Paul Guilfoyle


George Eads


Gary Dourdan

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Fonte: img438.imageshack.us


Analisi dei fattori parapsicologici della fortunata Serial TV -terza serie-
(In ogni caso superiore ad ogni fiction dello stesso genere)

Agenti della Scientifica metà invulnerabili e metà umani
Ma, per fortuna, c'è il ruolo pedagogico di Petersen

di Prof. Saverio Fortunato*
(*Specialista in Criminologia Clinica, docente si Sopralluogo sulla Scena del crimine al corso di Laurea Scienze dell'Investigazione dell'Università di l'Aquila)

C.S.I.: scena del crimine (intitolato in originale C.S.I. – Crime Scene Investigation) è il programma americano più visto della stagione 2002-2003; negli Usa ha battuto ER e Friends, in Italia è stato votato come "miglior serie d'inizio stagione" dall'Accademia dei telefilm ed è entrato nella top-ten dei telefilm americani più visti nel nostro paese dal 1996 ad oggi.
 
Sono soprannominati "Quelli del DNA", un gruppo di detective della polizia Scientifica di Las Vegas. La scena del crimine è l’area delimitata dai nastri gialli, su cui si legge “Crime scene do not cross”;  lavorano in squadra e prestano attenzione scrupolosa ad ogni dettaglio (saliva, capello, rossetto, cenere, briciola, pulviscolo, granello di sabbia e persino la presenza del numero di mosche in una stanza) per comprendere la dinamica del delitto e raccogliere prove di colpevolezza: dal DNA alle impronte digitali, dalla testimonianza all’esame grafologico della scrittura di un testo, dalla perizia balistica all’esame in laboratorio di ogni sostanza sospetta. Diciamo subito che come sceneggiatura e migliore interpretazione, merita l’oscar. E’ una fiction che rasenta la realtà e l’interpretazione è inappuntabile, ma ai fini dei nostri studi e per la complicata materia che tratta (l' investigazione) merita una riflessione ed analisi seria, fuori dalla spettacolarizzazione e dal mondo della celluloide.

E’ una squadra che rasenta la realtà, dicevamo, ma per forzarla piegandola alla legge della scena del cinema, che si sovrappone a quella del crimine. La realtà è forzata: mai un insuccesso, un caso irrisolto, un errore o un inganno nell’indagine investigativa. Serial applaudita per il suo realismo, basato sul modello di  Daniel Holstein, un veterano con oltre 20 anni di indagini sulle spalle nella capitale americana del divertimento, del quale Gil Grissom ha pensato bene di servirsene per ideare la scenografia.

Investigatori (bionici?) di successo, dal volto per metà angelico e metà umano e dalla mente per metà robotica e metà umana: attenti a commuoversi, ma non troppo; a farsi coinvolgere dal debole di turno, ma non troppo; a farsi captare dalla bellezza femminile, ma non troppo e via elencando. Tutto ciò però deve fare un passo indietro di fronte al ruolo pedagogico interpretato magistralmente da Petersen.

Peterson svolge un ruolo pedagogico quando: incita la squadra che indaga a studiare sui libri; approfondire i dettagli; trovare prove e non indizi; non disperare né perdersi nel nulla investigativo; fare il gioco di squadra (una buona idea è tale a prescindere da chi la partorisce); a cercare prove di colpevolezza, ma anche d'innocenza; a sperimentare forzando anche le leggi scientifiche; a diffidare dalle diavolerie tecnologiche come risoluzione di un problema investigativo; a diffidare dai mass-media e da quei capi carismatici, i quali antepongono il risultato alla metodologia dell'indagine (giacché ansiosi di puntare sulla propria carriera più che a risolvere il caso in modo scientifico).

Tutto ciò sarebbe davvero bello se accadesse nella realtà, soprattutto in Italia dove, spesso, nel campo investigativo non si riesce ad andare oltre il 2+2=4 (oppure, per esclusione, tipo 3-2=1) e tutto sembra essere fondato più sul principio che sei "colpevole fino a prova contraria", anziché "innocente fino a prova contraria".
Invece, su questo aspetto la fiction è inappuntabile, giacché unica nel suo genere. Nulla a che vedere né con la "Scientifica di Miami" (dove le riprese hanno ritmi frenetici e non si scopre nulla, giacché tutto è già stampato nella mente di Orazio che sembra l'Oracolo) né con "Distretto di polizia" e compagnia bella, dal copione (italiota?) monotono, strappalacrime, "casareccio", improvvisato, giacché privo di un minimo di approccio alle scienze criminali.

Tuttavia la realtà è ben diversa. Nel film, gira e rigira, alla fine tutto va bene. All’apparenza tutto è al posto giusto, persino i laboratori nel loro apparente disordine sono in ordine. I due laboratori per le analisi delle tracce e del DNA comprendono i seguenti strumenti nuovi di fabbrica: stereomicroscopi elettronici, lampade a fasci di luce ottica fredda, refrigeratori chimici, polarizzatori elettronici, computer graphic, centrifughe rack, micropipettes, microscopi comparativi, fingerprint brushes, fiber-optic light source, drying rack for glassare. Il laboratorio balistico, comprende: scaffali, scartoffie ripiegate per benino, reloader press, workshop bins, water tank, ibis system, dissecting scope, exemplar photos and drawings, exemplar fire arm collection, boxed reference ammunition...

L’illusione dell’invulnerabilità personale

Una delle condizioni tipiche di molti investigatori di fronte “scena del crimine” può essere quella di ritenere, che la Serial televisiva rifletta in qualche modo la “loro” realtà: finendo con l’identificazione quando è un evento positivo, o col prendere le distanze quando è un evento negativo. Ora, vedere (e capire) come si è svolto un errore o un inganno investigativo, per un verso, oppure un successo investigativo, dall’altro, è alquanto diverso dal vivere realmente una situazione simile. E’ questa “l’illusione dell’invulnerabilità personale” che potrebbe insinuarsi nella psicologia degli investigatore-telespetattori e determinare un certo comportamento anziché un altro. Si tratta di un orientamento (o autocondizionamento) psicologico molto pericoloso, poiché allontana dalla condizione umana reale per proiettarci non nelle scienze criminali, ma nella parapsicologia dei poteri magici e veggenti.

Ebbene, mettendoci su un piano diverso dagli altri non apprendiamo l’importante lezione della loro esperienza, ovvero che la fonte dei loro problemi (di successo o insuccesso, di colpevolezza o di innocenza) o della loro caduta in disgrazia, non va ricercata in debolezze personali, negli astri o nei poteri bionici, ma nel potere della situazione che c’è davanti a noi (Zimbardo, P.G. E. B. Ebbesen e C. Maslach, 1977). L’illusione dell’invulnerabilità personale può essere talmente forte che nemmeno di fronte un trucco, un errore, un inganno dichiarato certi investigatori sono disposti ad ammettere di essere stati ingannati o di aver sbagliato. Anche perché fanno notizia non gli errori e gli insuccessi investigativi, ma i successi. E’ sui “successi” che si costruiscono le carriere  ed è per questo motivo che l’errore e l’inganno sono sempre in agguato nell’indagine.

Polizia scientifica ergo scienziati?

Gli agenti televisivi (forzando la realtà con l’immaginazione) si definiscono “scienziati”; ma l'essere scienziato non è un ruolo investigativo. Lo scienziato è tale se promuove e pratica la ricerca sulla conoscenza umana. Non mi pare che un agente di polizia, anche se usa il nome sinistro “scientifica”, promuova qualche ricerca per cui le scienze umane o sociali possano progredire(?). Più correttamente, l’investigatore di polizia applica la scienza, ma non l’inventa. Applica la scienza nella misura in cui la studia e la conosce, ovviamente! E qui ci sarebbe da approfondire: quanti investigatori della scientifica conoscono la differenza tra Aristotele o Popper, Galilei o Cartesio? E quanti conoscono (e applicano) nell’assunzione delle prove o nelle interpretazioni dei fatti la logica, l'ermeneutica, l'epistemologia?


Le prove "parlano"?

La squadra di Grissom sconfina nella parapsicologia quando attribuisce alle prove un valore assoluto, mentre più correttamente non solo le prove di per sé non "parlano", ma anche se lo facessero il problema allora sarebbe il comprendere se esse dicono la verità oggettiva o dicono soltanto quello che l'investigatore (o colui che le interpreta) vuole che dicano. Dunque siamo di fronte il problema della verità investigativa, ma la verità, nelle scienze criminali, non esiste in quanto tale se non come problema gnoseologico. Questo ci porta a dire che nell'investigazione (e più in generale nel campo forense) non esistono fatti, ma solo interpretazioni di fatti.
L'interpretazione di un fatto forense, allora, per essere scientifica non deve dare risposte giuste, ma evitare quelle sbagliate; in altre parole, non dà certezze, ma l'allontanamento del più possibile dall'errore. Dunque sostenere che le prove "parlano" e raccontano la "verità" è affermare due sciocchezze messe insieme, che, finché rimangono nel mondo della celluloide va bene, ma nel mondo reale è un dire (e un fare) molto pericoloso, giacché patologico e fonte di patologie*.

L’illusione della fiducia reciproca

Un altro disorientamento psicologico, che la Serial TV potrebbe causare nella psicologia dell’investigatore-telespettatore di massa, è l’illusione della fiducia reciproca. Per comprendere di cosa si tratta ricorriamo ad un aneddoto. Nel 1976, nel corso del 19mo convegno della Parapsychological Association, che si tenne a Utrech, il parapsicologo Martin Johnson organizzò una dimostrazione pubblica. Aveva invitato alla  conferenza un prestigiatore dilettante svedese, Ulf morling, che avrebbe dimostrato alcuni giochi di prestigio che simulavano fenomeni paranormali. Prima di potere cominciare, Morling dichiarò esplicitamente che non possedeva alcun potere paranormale e che tutte le sue dimostrazioni erano frutto di trucchi. Quindi, indovinò tre numeri scelti a caso dal pubblico, piegò un chiodo dopo averlo messo in mano a John Beloff e indovinò l’effetto opposto a quello voluto, scrisse Johnson: dopo la seduta accadde qualcosa che considero molto imbarazzante, un certo numero di parapsicologi cominciò a discutere la possibilità che il signor Morling fosse un medium senza saperlo… Sono davvero sconcertato dal fatto che così tanti parapsicologi (tra i 10 e i 20) malgrado le sue assicurazioni che tale dimostrazione fosse basata su un trucco, avanzarono seriamente l’ipotesi paranormale per spiegare quello che avevano visto.
Questo per far capire che spesso l'investigatore sganciato dalla competenza metodologica della ricerca, ossia dalla costruzione di regole mediante l'uso del linguaggio scientifico, finisce prigioniero della subcultura dell'approssimazione teorica, in basa alla quale, gira e rigira, con l'occhio vede solo quello che cerca***.


Note:
*Fortunato Saverio, "Manuale di metodologia peritale", Ursini Edizioni, 2004
*Cfr.: Johnson, M. 1976, “some Reflections After the P.A. Convention, European Journal of Parapsychology, I, 3, novembre , pp. 3-5.
 

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© Criminologia.it  articolo pubblicato  per la prima volta nel 2004 aggiornato il 20.6.2006 e poi 2008