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L'attenzione
del cittadino nei confronti degli episodi di cronaca nera è sempre in maggiore
crescita, non a caso in occasione di efferati delitti vengono realizzate
numerose trasmissioni televisive o pagine intere sono dedicate ai vari "attori"
della vicenda giudiziaria.
Spesso si possono leggere ipotesi accusatorie o difensive esposte da illustri
avvocati o giuristi, senza peraltro che gli stessi conoscano gli atti
dell'inchiesta. Nei Talk-Show, avvocati pronunciano vere e proprie arringhe,
oppure criminologi stilano profili psicologici o geografici come se fossero a
conoscenza dei fatti specifici e sovente non mancano pesanti critiche nei
confronti di chi svolge l'inchiesta.
Concedetemelo: una volta si usava dire che in Italia c'erano 50 milioni di
"allenatori " oggi, dopo che abbiamo vinto i Mondiali, possiamo invece affermare
che ci sono 50 milioni di "detective". Ma la realtà qual è? Ci siamo mai
chiesti, chi sono realmente gli investigatori? E come lo si diventa? Domande
difficili, alle quali, tra l'altro, è difficile trovare una risposta, perché,
purtroppo, nelle Forze di Polizia Italiane non esiste una vera e propria Scuola
per Investigatori, poiché il tutto è il frutto di una "paziente esperienza di
ricerca" di chi ha il compito di scegliere il "Detective".
Nel rispondere ai precedenti quesiti vorrei, innanzitutto, premettere che
ritengo l'investigatore un uomo e, come tale, soggetto ad emozioni e
queste, talune volte, si sa, possono giocare brutti scherzi. Infatti, il lavoro
delle investigazioni nei delitti efferati espone l'investigatore al contatto
quotidiano con le aberrazioni della mente e del comportamento umano.
È difficile rimanerne distaccati, indifferenti, neutrali: qualcosa nella mente
dell'investigatore cambia, si modifica, peggiora. Per sua naturale difesa
psicologica, la mente colpita dalle immagini della violenza diventa insensibile,
cinica, fredda, indifferente. In queste condizioni è molto difficile continuare
a guardare alla vita con serenità, con equilibrio e con gioia. È difficile
tornare a casa, la sera, dopo una giornata di forti emozioni, sedersi a tavola
con i propri cari e continuare a vivere come se nulla fosse successo.
Quando meno ce lo aspettiamo lo spettro della violenza torna a farci visita, di
notte, in auto, con il viso dei nostri figli o del coniuge, quando siamo
stanchi, soli e sfiduciati. Ed il flashback di quelle immagini brutali ci
colpisce ancora e ancora una volta ci scuote, ci ricorda che la vita è dolore, è
sofferenza, è violenza.
In qualche modo il crimine entra a far parte della nostra vita e la rende
dolorosa, difficile, insomma troppo diversa dal normale vivere quotidiano.
Pertanto, ogni investigatore deve essere assolutamente preparato a questo
confronto, a questo sacrificio, a questa convivenza, altrimenti è bene che non
entri nella parte oscura del comportamento umano.
Questa premessa può sembrare atipica, ma poiché di frequente ci si dimentica di
coloro che svolgono le indagini ed in quale contesto, psicologico e morale,
operano, mi è parsa un opportuno "incipit". Avendo affrontato, sinteticamente,
il punto di vista "interiore" di chi indaga, proverò ora ad analizzare come lo
stesso dovrebbe agire, nonché a codificarne le sue caratteristiche professionali
ed ad elaborare un metodo generale di approccio alle indagini.
Giova ricordare che "nella polizia giudiziaria il tempo che passa è verità che
fugge", pertanto l'esperto investigatore, quando inizierà le sue attività dalla
"crime scene" con il relativo sopralluogo, dovrà cercare di essere concreto,
obiettivo, non facendosi prendere dall'emozione né dall' entusiasmo, poiché
questi stati emotivi possono portarlo, purtroppo, a compiere dei gravi errori
investigativi, atteso che il tempo per l'individuazione di un colpevole è sempre
insufficiente, vuoi per la pressione dei parenti della vittima vuoi per quella
dei Media nonché per il "tempo che cancella le prove".
Bisogna, quindi, porre molta attenzione a questa fase ed evitare che il carico
emozionale ed i vari fattori esterni non condizionino "la ricerca della
valutazione in ordine al percorso investigativo da affrontare".
Oggi l'investigazione è innegabilmente complessa ed articolata, di conseguenza
dobbiamo fuoriuscire dalla visione dell'"investigatore singolo e/o dedicato",
cosiddetto alla Montalbano o alla "Tenente Colombo"; è invece necessario
individuare a priori dei "Team Investigativi" con competenze specifiche.
Le persone che appartengono a questi Team devono lavorare in stretta
cooperazione, senza rivalità, dedicandosi all'individuazione del colpevole, nel
rispetto delle Leggi, e non nel voler "diventar famoso e/o apparire sui
giornali".
Inoltre, dovrebbero operare scevri da ogni tipo d’emozione, quali l'invidia e
l'ambizione personale, ricercando, altresì, il giusto equilibrio e la giusta
professionalità, ciascuno di essi per la parte informativa, operativa e tecnico
scientifica di competenza.
Nel cercare di individuare le caratteristiche professionali di un investigatore,
possiamo sintetizzarne la seguente "check list", la quale, chiaramente, può
essere sempre rivista, pertanto si dovrebbero possedere: profonda esperienza;
iniziativa, spirito di sacrificio (le indagini non si fanno nel rigoroso orario
"d'ufficio"), senso del dovere, (che si unisce allo spirito di sacrificio);
aggiornata conoscenza delle procedure investigative e tecnico-operative;
competenza scientifica e info-telematica; orientamento agli studi psicologici;
capacità d'intuizione e deduzione; conoscenza del territorio e dell'ambiente;
conoscenza della mentalità sociale e criminale prevalente nella demografia
locale; capacità di mimetizzazione; capacità di organizzazione e gestione del
personale e dei mezzi a disposizione; capacità di coordinamento, controllo e
cooperazione. Certamente, le suddette connotazioni non possono qualificare una
sola persona e quindi più persone si devono integrare in un Team Investigativo,
entro il quale ogni singolo membro possa sviluppare il proprio complesso
armonico, operando secondo una particolare predisposizione al lavoro di gruppo e
sfruttando la personale inclinazione ad una delle sopra enunciate
caratteristiche. Individuati gli investigatori da ammettere al "Team" è
necessario scegliere un coordinatore che denominiamo "Team Leader", il quale a
sua volta avrà la responsabilità investigativa.
Questi dovrà essere costante punto di riferimento, rimanendo "vicino" ai
componenti del team operativo, comprendendoli e sapendoli ascoltare. Dovrà avere
una spiccata capacità di apprezzamento immediato della situazione, dovendo
operare entro contesti investigativi difficili e prendere decisioni importanti,
molte volte in circostanze incerte e pericolose. La procedura consigliata si
compone di tre momenti, schematici ma elastici al contempo, e prevede:
1 - Fase concettuale (individuazione e scelta tra diverse opzioni, ad es.:
selezione di possibili sospetti o adozione di diverse metodologie di indagine)
2 - Fase organizzativa (calcolo di mezzi, uomini, risorse, elaborazione
di ipotesi operando una selezione tra le stesse in base ad un modello operativo
opportuno per il tipo di delitto e di criminale, comprensione ragionata delle
azioni del reo coinvolto nel delitto oggetto dell'investigazione)
3 - Fase esecutiva (tutte le ideazioni diventano azioni). Questo processo
lo possiamo denominare "decision making", ossia
momento decisionale.
Pertanto, al momento dell'accaduto ci si organizza, si pensa a quale sia la
migliore strategia investigativa da intraprendere, quali siano gli obiettivi da
raggiungere, il tutto frutto degli elementi raccolti.
Sottolineo, che la suddetta attività iniziale nonché quelle future non possono
non essere armonizzate con le direttive dell'Autorità Giudiziaria, poiché
l'obiettivo primario è l'acquisizione degli elementi di prova, il vero confronto
tra accusa e difesa è l'aula dibattimentale. Infatti, un'eventuale indagine mal
compiuta può portare all'assoluzione di un killer o di un'organizzazione
criminale con il conseguente aumento del suo prestigio
criminale. Giovanni Falcone scriveva: "Gli uomini passano, le idee restano,
restano le loro intenzioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di
altri uomini".
Di conseguenza, per contrastare il crimine di qualsiasi livello ed entità,
appare oggi indispensabile, vista anche la continua amplificazione mediatica
degli eventi e la velocità dello scambio informativo attraverso internet,
operare "in modo scientifico e multidisciplinare", cercando il più possibile di
far sedere allo stesso tavolo, a mo' di cooperazione, investigatori classici,
scientifici, magistrati, criminologi, medici legali, psicologi, psichiatri,
sociologi, operatori mediatici, matematici, informatici, provando ad istituire
anche una Scuola specifica per la formazione di Investigatori, che come già
scritto prima in Italia non esiste.
Questo sistema multidisciplinare può sicuramente aiutare a superare l'annoso
problema che caratterizza le investigazioni: la difficoltà di collegamento,
intesa come osmosi informativa, tra le varie parti, che in molte
occasioni determina una non corretta comunicazione investigativa, danneggiando
così il positivo esito dell'indagine.
L'approccio investigativo ha due pilastri di partenza, il "sopralluogo" e la
valutazione della cosiddetta "reciprocità letale", tuttavia, affinché si possa
avere un significativo sviluppo dell'inchiesta, è necessario che venga
individuato e seguito un metodo comune, sicuramente utile per il proseguo delle
attività.
In questa sede vorrei accennare al metodo che definisco "multidisciplinare",
consistente nel tempestivo, preferibilmente immediato, coinvolgimento ed
intervento, già dalla scena del delitto, di tutte quelle professionalità
istituzionali (P.M. e polizia giudiziaria), scientifiche e mediche, con lo scopo
di integrare le varie modalità disciplinari tipiche di ogni componente, per
poter facilitare l'analisi, l'elaborazione ed il riscontro delle informazioni
che vengono raccolte ed acquisite.
Seguendo questo sistema, recentemente sono state istituite varie squadre
investigative, tra le più note ricordiamo: quella destinata alle indagini per il
caso "Unabomber", fantomatico "bombarolo" che colpisce dal 1995 con i suoi
ordigni nell'area dell'Italia del nord-est; lo speciale "pool antimostro" di
Firenze che sotto la guida della Procura perugina ha ultimamente individuato uno
stretto collegamento tra gli omicidi del "mostro di Firenze" e la morte del
medico Francesco Narducci; in passato, quelle create per i delitti di maggiore
risonanza mediatica, come i casi Bilancia, Chiatti, Stevanin, Profeta, banda
della "Uno bianca".
Questo metodo, per essere efficace, deve fondare le proprie radici sulla
pregressa, costante ed interrotta capacità informativa/intelligence da parte
degli organi preposti alle investigazioni, con l'onere per coloro che hanno la
responsabilità di controllo d’incessanti verifiche.
L'ultimo aspetto è alla base della cosiddetta "investigazione vecchio stampo",
senza la quale, anche con l'utilizzo delle più sofisticate tecniche
scientifiche, risulta maggiormente difficile l'individuazione del colpevole.
Le vite dell'investigatore e del criminale dal momento dell'inizio della
"partita a scacchi" s'intrecciano e si sovrappongono, ed essi si trasformano
inconsapevolmente in attori, che recitano su un palcoscenico mediatico, mentre
gli spettatori sono i cittadini che, altrettanto inconsapevolmente, parteggiano
ora per l'innocenza ora per la colpevolezza. L'indagine è anche fatta di momenti
e causalità e gli investigatori non devono dare tregua all'avversario ed essere
sempre in anticipo. |