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l Professor Francesco Sidoti, nella prima
versione della relazione per l'incontro di L'Aquila del 22 e 23 maggio 2003 su
"Psicologia e psichiatria nell'investigazione"
[1],
testualmente affermò che: “I riferimenti ai classici, e a classici tanto diversi
tra loro, conducono ad una riflessione di carattere complessivo, ma che ha
rilevanza specifica per il nostro ambito tematico: l’investigazione viene svolta
da un soggetto naturalmente ignorante, limitato, fallibile, spesso fazioso e
superstizioso, sempre sovrastato da un’eccedenza di percezione, in un contesto
storico caratterizzato da una sovrabbondanza straordinaria di stimoli, di
informazioni, di delitti. Nella realtà come nella metafisica, la nostra ricerca
della verità non approda ad un esito conclusivo o confortante. Se rinunciamo
all’idea di una verità assoluta, l’investigazione è un’avventura precaria nella
terra della minaccia e dell’ignoto. L’impostazione fallibilista è valida per la
teoria della conoscenza, ed è valida anche per l’investigazione, che deve
adottare un metodo orientato all’eliminazione dell’errore interpretativo. In una
prospettiva decisamente fallibilista della conoscenza umana, la verità non è mai
definitiva: è soltanto una nozione provvisoria, data per certa soltanto fino a
prova contraria, dopo una serie di controlli e dopo l’eliminazione degli
errori”. Sia Sidoti che Fortunato condividono con Nietsche un apprezzamento, quasi fondante, per la filosofia greca.
Sidoti nel suo libro Criminologia ed
investigazione cita Socrate e la teoria della dotta ignoranza, le cui origini si
fanno risalire all’affermazione di una Pizia che sentenziò "Socrate è l'uomo più
saggio tra tutti", avventurandosi ancora più lontano, rispetto alla semplice
citazione, quando ci consiglia di guardare l’investigazione stessa da un punto
di vista socratico. Citando poi Simon: “Per quanto riguarda quel poco che
conosciamo siamo fallibili, presuntosi, parziali per tutto il resto siamo
ignoranti” e Hayek: “il compito di gran lunga più importante per la natura umana
e quello di comprendere razionalmente i propri limiti”, rinforza, espandendolo,
il concetto insegnandoci che migliorare è necessario ma senza mai abbandonare,
tanto più nel campo della investigazione, gli insegnamenti dei maestri classici
e contemporanei. Fortunato non certo da meno quando nel suo manuale
afferma:“…offrire ai periti e consulenti una metodologia della ricerca vale a
rendere i periti consapevoli della lezione socratica di “sapere di non sapere”
che costituisce l’atteggiamento del vero ricercatore scientifico e che
costituisce il passaggio obbligato per ogni reale acquisizione della verità”. Certo si può obiettare, parlando di classici greci e rapportando Niezsche a Sidoti e Fortunato, di come sia evidente il fatto che a fronte di una comune partenza corrisponda un arrivo completamente diverso. Infatti, solo limitandosi al ruolo fondamentale di Socrate, si nota come Sidoti e Fortunato, nei loro rispettivi campi di competenza, tendano ad appoggiarsi al filosofo ateniese strutturandoci sopra una bella fetta delle loro convinzioni scientifiche.
Nietzsche è di ben diverso avviso, anzi incolpa
il filosofo di Atene in primis (chissà se anche lui lo avrebbe considerato una
zanzara), ma non solo lui, di aver frenato l'impulso di Dionisio, dio notturno
dei festini e della tragedia che dominava lo spirito greco delle origini,
sostituendolo con l’impulso di Apollo, solare dio della razionalità dominato
dalla ragione e dall’ottimismo, dal primato dell’intelletto sull’istinto e sulla
passione. Per tornare in asse ripensiamo alla interpretazione dei fatti, ma solamente dopo aver ripristinato le distanze tra Fortunato/Sidoti e Nietzsche.
Probabilmente il superuomo che si impone
sull’irrazionalità della natura e sul mondo umano dominandoli e soggiogandoli al
suo progetto piace a Fortunato, ma senza entusiasmarlo troppo.
Penserà il professore che prima di arrivare al
superuomo ce n’è ancora di strada da percorrere. Ecco quindi ristabilite le
distanze. Nietzsche era invece un filosofo che, come Novalis, nella filosofia cercava e trovava ovunque la propria casa. In questo senso forse non è neppure corretto parlare di distanze, semmai di distacchi, semplicemente perché Sidoti e Fortunato si fermano nella realtà mentre Nietzsche prosegue, allontanandosi nella pura speculazione filosofica. Circoscritto il campo della comune radice greco-classica, ripristinate le distanze sulla base delle diverse finalità e dei diversi punti di arrivo, ritorniamo al fulcro del ragionamento, vale a dire alla sentenza di Nietzsche ed al perché piaccia tanto sia a Fortunato che a Sidoti. Una chiave di lettura potrebbe essere trovata in ciò che la frase stessa implica, se osservata dal punto di vista della filosofia della scienza. Una interpretazione estensiva del senso della frase, infatti, non può che condurre nella direzione di un netto rifiuto del positivismo da parte di Nietzsche, rifiuto che, in maniera indiretta, ritroviamo nelle tante citazioni e nella grande considerazione scientifica che Sidoti e Fortunato riservano a Popper, notoriamente avversario, più o meno giurato, del positivismo. D’altronde Nietzsche non poteva certo essere popperiano, visto che morì due anni prima della nascita dell’epistemologo austriaco, mentre Popper ebbe molte idee e simpatie in comune con il filosofo tedesco. Ad esempio David Hume godette dell’apprezzamento di Nietzsche ed anche di quello di Popper. Nietzsche riconobbe ad Hume la piena ragione sulla mancanza umana di un senso della causa efficens mentre Popper non esitò a definire Hume come: “Il filosofo che per primo scorge un nuovo problema, scuote la nostra pigrizia ed il nostro compiacimento. Egli fa per noi ciò che Hume fece per Kant: ci risveglia dal sonno dogmatico e apre davanti a noi un nuovo orizzonte”. Sorvoliamo sul fatto che le opinioni su Kant di Nietzsche[5] e Popper (che comunque, si badi bene, non esitò a punzecchiarlo definendolo (Kant) un socratiano poco attento agli insegnamenti del maestro) furono alquanto, scusate l’eufemismo, difformi. D’altronde, sorvolando per sorvolando, anche Nietzsche e soprattutto Popper glissano in maniera abbastanza evidente sul fatto che Hume era e rimase un empirista. Per dirla alla Sidoti chiamiamolo una sorta di malinteso beninteso in nome della causa comune. Proseguendo, se Nietzsche, in al di là del bene e del male, dice: “Qual è il soggetto del verbo pensare? Veramente si può dire "io penso"? e se Popper dice: “Nella scienza possiamo tendere alla verità e lo facciamo. La verità è il valore fondamentale. Quel che non possiamo raggiungere è la certezza. Ad essa dobbiamo rinunciare” è evidente che i due, sul tema delle raggiungibilità della certezza, vanno avanti di pari passo con buona pace dell’Ich denke Kantiano e del cogito ergo sum di Cartesio.
Una riflessione. Fine della riflessione, riprendiamo… Anche l’uso, per certi versi utilitaristico e un po’ contraddittorio della filosofia classica greca, accomuna Nietzsche e Popper. Nietzsche si dichiarò appassionato e studioso dei grandi filosofi classici greci, salvo poi incolparli di ogni nefandezza mentre Popper, pur avendo detto: “Non provo orgoglio alcuno di essere chiamato filosofo...(perché) nella lunga storia della filosofia, ci sono più discussioni filosofiche di cui provo vergogna, di quante non siano le trattazioni delle quali possa andare fiero” non si fece certo riguardo a puntellare le sue teorie con un socratismo, neppure tanto nascosto, se arrivò a considerare un difetto lo scarso socratismo dimostrato, secondo lui, da Kant. Ma al di là dei tanti e diversi punti di contatto in ambito filosofico/epistemologico il punto saliente, che è poi quello più pertinente alle scienze dell’investigazione e della metodologia peritale, lo individuiamo nelle doppie concezioni di fatto e di verità. Nella filosofia di Nietzsche affermare che non esistono cose o fatti ma solo interpretazioni di cose o fatti, mette decisamente fuori gioco il positivismo visto che, proseguendo logicamente su questa linea di ragionamento, un rapporto tra due fatti, proprio perché necessitante di interpretazione, non sarà mai in grado di dare, in senso scientifico, un significato univoco. Ricordiamoci degli parapsicologi di Utrech che sono lì a disquisire sui poteri mutanti di Ulf Morling oppure, più seriamente, ritorniamo a Popper, alla genesi della sua teoria che si basò, per l’individuazione dei fondamenti, proprio sulla contrapposizione con la psicoanalisi ed il marxismo, discipline maestre indiscusse di interpretazione[6].
Con Nietzsche ci troviamo in una posizione
persino più oltranzista di quella di cui, successivamente, si fece portabandiera
Popper il quale, entrato in contatto con il Wiener Krei e dopo averne criticato
prima e ribaltato poi la visione positivistico-empirica, precisò, diversi anni
dopo, non essere mai stata sua intenzione cercare una contrapposizione netta con
il positivismo logico. Ma Einstein era un esempio ed un mito per Popper, proviamo ad immaginare come avrebbe reagito se le stesse osservazioni taglienti gliele avesse fatte Wittgenstein. Apriti cielo! Anche il concetto di verità unisce in maniera netta e chiara Nietzsche e Popper. Per Popper la verità è da considerarsi un principio regolativo. L’uomo, per l’epistemologo austriaco, non è in possesso di un criterio di verità univoco, trovandosi nelle stesse condizioni dello scalatore che, non solo ha difficoltà a raggiungere una cima montuosa immersa nelle nuvole, ma che una volta raggiuntala potrebbe non accorgersene, non essendo in grado di distinguere la vetta principale dai picchi secondari. Nietzsche, da par suo, definisce la verità come una inerzia, una ipotesi che ci rende soddisfatti, come il minimo dispendio di forza intellettuale. E’ proprio in quest’ottica che il filosofo di Rocken definì la scienza moderna, proprio in quanto fiduciosa di poter raggiungere la verità, come la forma più recente e nobile dell’ideale ascetico. E’ chiaro che più ci si inoltra nell’interpretazione di questi concetti di filosofia pura o di filosofia della scienza, maggiormente ci si allontana, soprattutto riferendosi a Nietzsche, dalla zona di pertinenza dell’investigazione e della metodologia peritale. Investigazione e metodologia peritale che, viste dai punti di vista di Sidoti e Fortunato, fanno proprie, oltre ad una comune base epistemologico falsificazionista di stampo popperiano, entrambe le concezioni di fatto e verità, indugiando in un certo antipositivismo ed in un rifiuto netto del concetto di verità assoluta. Quando Fortunato cita Nietzsche, estrapolando la più volte citata sentenza, dall’ampio ed indefinito significato filosofico-speculativo ma dal molto più definito significato filosofico-scientifico, non lo fa certo a caso, ma per portare avanti una ben delineata strategia che, approdando ad una concezione popperiana della scienza, porta nel suo DNA un inequivocabile sapore antipositivista. Fortunato quando, riferendosi al perito che costruisce una teoria, afferma che la verità: “… è semplicemente il far si che le proposizioni che vengono ricavate partendo dagli assiomi e secondo una certa logica, non siano contraddittori tra loro né contraddittori rispetto agli assiomi di partenza” sembrerebbe volerci dire che la verità esiste e la stessa sensazione si potrebbe avere quando, lo stesso autore, afferma che per il perito logico la verità è sinonimo di coerenza logica. Limitandosi ad una lettura superficiale si potrebbe pensare che un concetto (verità) che possa essere o definito o essere sinonimo di qualcos’altro, potrebbe, anche e per gli stessi motivi, essere perseguito o raggiunto. Chissà, forse ci troviamo davanti ad un esempio astruso di sillogismo non vero ma formalmente corretto? In realtà la verità di cui ci racconta Fortunato è quella che conduce al VERO o al FALSO, al Tertium non datur, attraverso un processo basato sulla competenza del ragionamento, mediante l’uso sistematico dei principi comuni a tutte le scienze quali il principio di non contraddizione, di identità e del terzo escluso, che sono alla base di qualunque dimostrazione scientifica frutto di un ragionamento rigorosamente logico, dotato di coerenza e senso. In pratica parliamo di una verità procedurale e metodologica ottenuta sulla base della coerenza logica, nulla a che vedere con la verità assoluta di stampo filosofico che, indipendentemente dal fatto che l’autore lo dica o meno esplicitamente, viene già sufficientemente esorcizzata dall’enfasi che Fortunato mette nel quasi imporre, ai suoi allievi, l’insegnamento di Socrate in particolare e dei classici greci in generale. Sidoti, da canto suo, operando su un campo molto più ampio e con minori vincoli metodologici, ha meno difficoltà nel riportare nella realtà il concetto di interpretazione dei fatti esposto da Nietzsche. Citando Tucidide, IV sec. a.C. “… è difficile scoprire la verità poiché nei loro racconti i testimoni oculari non raccontano allo stesso modo gli identici fatti” Sidoti non fa altro che traslare la filosofia nella realtà quotidiana. Chiunque abbia avuto a che fare, a qualsiasi titolo, con l’amministrazione della giustizia sa bene quanta verità ci sia in questa frase, in barba ai 2400 anni di storia e filosofia trascorsi ed in barba alla evoluzione dello spirito, della scienza e della coscienza umana. E non parliamo di quando vi è malafede oppure omertà, quest’ultima piaga forse peggiore, almeno in termini quantitativi e sociali, della stessa malafede. Anche il concetto di verità di cui ci parla Sidoti è più ampio di quello di Fortunato, intendendo per ampiezza la differenza quantitativo-qualitativa che c’è tra le risposte V o F, si o no, bianco o nero, in o out di Fortunato in ambito peritale ed il concetto di ipotesi preferibile, definita da Sidoti in Criminalità e Investigazione come “accettabilità della storia criminale che non presenta caratteri di certezza ma che si configura come evento capace di fornire spiegazione ragionevole a tutti gli elementi raccolti, ed è prevalente su ogni altra ipotesi formulata e formulabile nel processo”, in ambito investigativo-giudiziario. Quello che resta uguale per entrambi, nella ricerca della verità e della certezza, è il limite assoluto invalicabile delimitato dalla comune base epistemologica falsificazionista, ben individuabile nelle affermazioni di Sidoti, allorchè ci insegna di come la verità giudiziaria, risultato dell’investigazione e dell’indagine criminale, altro non è che una verità procedurale distante da una oggettiva verità sui fatti che sono oggetto di giudizio. Ci dice esplicitamente, il Preside del corso di Laurea in Scienze dell’Investigazione dell’Università dell’Aquila, che fine dell’investigazione non è la ricerca della verità ma quello di trovare prove, raccolte in maniera conforme a regole in maniera da poter essere utilizzata in giudizio, che permettano di ridurre l’ambito dell’incertezza attraverso un risultato che sia provato, ovvero esaminato attentamente, riscontrato, accertato fino a prova contraria. Andare avanti sarebbe dispendioso, ci trascinerebbe in un turbinio di contrasti e alleanze, sintonie e divergenze scientifiche, ispirazioni e citazioni di comodo (ovviamente in senso scientifico), stralci di quello che è utile, accantonamenti di quello che non serve o che è di troppo, ricerca ostinata della frase, del pensiero, del messaggio giusto ed appropriato per portare avanti il proprio concetto di scienza in un percorso storico-scientifico che dai presocratici arriva fino a Cartesio, Kant e Popper tagliando trasversalmente la filosofia, la filosofia della scienza e le cosiddette scienze esatte. Dopo una simile premessa vi può essere una sola conclusione possibile, quella che traspare dalle metodologie, dalle opere, dagli scritti, dalle semplici parole di Sidoti e Fortunato. E’ l’evidente amore per la scienza intesa come risultato dello sforzo umano, dei sogni, delle speranze, delle passioni e, soprattutto, come la più mirabile unione di immaginazione creativa e di pensiero critico razionale. E’ la chiara volontà di scrivere la parola Scienza (sia peritale che investigativa) con la S maiuscola più grande che si possa trovare nella cassetta dei caratteri tipografici. Indubbiamente una bellissima frase conclusiva. Peccato che non sia mia! Anche questo è Karl Raimund Popper, cui non lasciamo scelta, dovrà per forza perdonarci, visto che fu sempre lui a dire che se vogliamo progredire dobbiamo poggiare sulle spalle dei nostri predecessori.
Dopotutto è quello che fanno anche Sidoti e
Fortunato. |
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Pubblicato in rete il 12.2.2008 |
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