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Filosofia delle scienze criminali
Su
Nietsche, Sidoti e Fortunato
di Dr. Maurizio Culicchi
(Dottore in Scienze dell'Investigazione)
 

l Professor Francesco Sidoti, nella prima versione della relazione per l'incontro di L'Aquila del 22 e 23 maggio 2003 su "Psicologia e psichiatria nell'investigazione" [1], testualmente affermò che: “I riferimenti ai classici, e a classici tanto diversi tra loro, conducono ad una riflessione di carattere complessivo, ma che ha rilevanza specifica per il nostro ambito tematico: l’investigazione viene svolta da un soggetto naturalmente ignorante, limitato, fallibile, spesso fazioso e superstizioso, sempre sovrastato da un’eccedenza di percezione, in un contesto storico caratterizzato da una sovrabbondanza straordinaria di stimoli, di informazioni, di delitti. Nella realtà come nella metafisica, la nostra ricerca della verità non approda ad un esito conclusivo o confortante. Se rinunciamo all’idea di una verità assoluta, l’investigazione è un’avventura precaria nella terra della minaccia e dell’ignoto. L’impostazione fallibilista è valida per la teoria della conoscenza, ed è valida anche per l’investigazione, che deve adottare un metodo orientato all’eliminazione dell’errore interpretativo. In una prospettiva decisamente fallibilista della conoscenza umana, la verità non è mai definitiva: è soltanto una nozione provvisoria, data per certa soltanto fino a prova contraria, dopo una serie di controlli e dopo l’eliminazione degli errori”.
Il Professor Saverio Fortunato nel suo manuale di metodologia peritale ci dice che: “Il perito scientifico deve procedere nella ricerca peritale per prove ed errori, la sua ricerca non avrà nulla di vero in assoluto, ma dovrà mirare a garantire al giudice un risultato peritale conclusivo che si allontani il più possibile dall’errore e che rimarrà vero finché non se ne dimostrerà la falsificazione”.
Friedrich Nietzsche, nel suo La volontà di potenza
[2], con la celeberrima sentenza, citata da Fortunato nel suo manuale “Non esistono cose o fatti, ma solo interpretazioni di cose o fatti”, ci volle dire che la conoscenza poggia su prospettive che sono diverse per ognuno di noi e che, come conseguenza, tutti noi sentiamo la necessità di ordinare il mondo in forme rassicuranti schemi interni tranquillizzanti e personali.
In questo senso appare estremamente pertinente l’aneddoto citato da Fortunato in suo saggio dove tratta dei pericoli derivanti dall’illusione della fiducia reciproca
[3] , con il quale il direttore di criminologia.it ci racconta di quando ad Utrech, durante il 19mo convegno della Parapsychological Association tenuto nel 1976, lo parapsicologo Martin Johnson organizzò una dimostrazione pubblica invitando tale Ulf Morling,  prestigiatore dilettante, dichiarando esplicitamente alla platea che quest’ultimo non possedeva alcun potere paranormale e che tutte le sue dimostrazioni erano frutto di trucchi. Dopo lo spettacolo, Johnson notò come un certo numero di parapsicologi iniziò dottamente a discutere ed a prendere seriamente in considerazione, presumiamo utilizzando argomentazioni degne di un siffatto consesso, la possibilità che Morling fosse un medium senza saperlo. L’esempio è talmente chiaro che si commenta da solo.
Quei signori difesero ad ogni costo le proprie convinzioni, utilizzando un meccanismo molto simile all’intellettualizzazione con il fine, più o meno cosciente, di eliminare una lapalissiana (cosa avrebbe potuto fare di più il povero Johnson piuttosto che affermare pubblicamente che era tutta finzione?) evidenza foriera di disemotività, giustificando intellettualmente ogni manipolazione ed autoinganno con lo scopo primario di controllare i fatti, interpretandoli a proprio beneficio in maniera personale e tranquillizzante, pena la conseguente insicurezza ed un pericoloso scompenso delle convinzioni.
Tornando alla sentenza di Nietzsche proviamo a leggerla con gli occhi di Sidoti, nell’ambito delle scienze dell’investigazione e di Fortunato nell’ambito della metodologia peritale.

Sia Sidoti che Fortunato condividono con Nietsche un apprezzamento, quasi fondante, per la filosofia greca.

Sidoti nel suo libro Criminologia ed investigazione cita Socrate e la teoria della dotta ignoranza, le cui origini si fanno risalire all’affermazione di una Pizia che sentenziò "Socrate è l'uomo più saggio tra tutti",  avventurandosi ancora più lontano, rispetto alla semplice citazione, quando ci consiglia di guardare l’investigazione stessa da un punto di vista socratico. Citando poi  Simon: “Per quanto riguarda quel poco che conosciamo siamo fallibili, presuntosi, parziali per tutto il resto siamo ignoranti” e Hayek: “il compito di gran lunga più importante per la natura umana e quello di comprendere razionalmente i propri limiti”, rinforza, espandendolo, il concetto insegnandoci che migliorare è necessario ma senza mai abbandonare, tanto più nel campo della investigazione, gli insegnamenti dei maestri classici e contemporanei. Fortunato non certo da meno quando nel suo manuale afferma:“…offrire ai periti e consulenti una metodologia della ricerca vale a rendere i periti consapevoli della lezione socratica di “sapere di non sapere” che costituisce l’atteggiamento del vero ricercatore scientifico e che costituisce il passaggio obbligato per ogni reale acquisizione della verità”.
Fortunato affonda a piene mani nella cultura classica greca e dopo aver conosciuto e poi abbandonato l’essere sulla cui pienezza Parmenide abbozzava la sua versione di ordine cosmico, lo sostituisce con il potere del ragionamento, la forza della logica di Aristotele, le paradossali certezze che derivano dalla certezza di non sapere Socratiana, raccontandoci di Gorgia e del sofismo, quest’ultimo astutamente usato per i propri fini, estraendo e filtrando dai classici, attraverso la competenza del ragionamento, tutto quello che può essere utile per raggiungere un risultato coerente con l’obiettivo di insegnare una professione, quella del perito, in cui le risposte sono necessarie e debbono essere il più possibile precise ed il più possibile metodologicamente corrette.

Certo si può obiettare, parlando di classici greci e rapportando Niezsche a Sidoti e Fortunato, di come sia evidente il fatto che a fronte di una comune partenza corrisponda un arrivo completamente diverso. Infatti, solo limitandosi al ruolo fondamentale di Socrate, si nota come Sidoti e Fortunato, nei loro rispettivi campi di competenza, tendano ad appoggiarsi al filosofo ateniese strutturandoci sopra una bella fetta delle loro convinzioni scientifiche.

Nietzsche è di ben diverso avviso, anzi incolpa il filosofo di Atene in primis (chissà se anche lui lo avrebbe considerato una zanzara), ma non solo lui, di aver frenato l'impulso di Dionisio, dio notturno dei festini e della tragedia che dominava lo spirito greco delle origini, sostituendolo con l’impulso di Apollo, solare dio della razionalità dominato dalla ragione e dall’ottimismo, dal primato dell’intelletto sull’istinto e sulla passione.
Nella sostanza lo incolpava di essere una delle concause che hanno contribuito, nel tempo, a rallentare l’avvento di quel super-oltre-uomo, totalmente indipendente dai valori tradizionali che ponendosi al di là del bene e del male, ha nel suo destino il superamento dell’uomo moderno, corda tesa sull’abisso che separa la bestia dal super-uomo.
Questo tipo di considerazioni ci allontana però, ed inevitabilmente, dal fulcro del ragionamento rappresentato dalle scienze pratiche dell’investigazione e della metodologia peritale.

Per tornare in asse ripensiamo alla interpretazione dei fatti, ma solamente dopo aver ripristinato le distanze tra Fortunato/Sidoti e Nietzsche.

Probabilmente il superuomo che si impone sull’irrazionalità della natura e sul mondo umano dominandoli e soggiogandoli al suo progetto piace a Fortunato, ma senza entusiasmarlo troppo.
Spiriti liberi va bene, danzare sull’abisso e superare la morale del gregge anche, ma alla fine lo scopo che si prefigge Fortunato è quello di insegnare la metodologia peritale all’uomo moderno, tutto sommato è anche giusto - penserà il professore - che del superuomo che verrà si occupi qualcun altro ed a tempo debito.
Sidoti è altrettanto pratico ed al superuomo non ci pensa proprio quando individua, nell’ambito gnoseologico dell’analisi dell’azione umana, quel percorso che privilegia limiti della conoscenza umana, inclinazione all’errore, dismisura, faziosità, progettualità dissennata e spropositata
[4].

Penserà il professore che prima di arrivare al superuomo ce n’è ancora di strada da percorrere. Ecco quindi ristabilite le distanze.
Sidoti e Fortunato possiedono una solida base culturale che, affondando le proprie fondamenta nella cultura classica e moderna, consente ai due autori di costruirvi sopra una concezione della filosofia della scienza se non proprio antipositivista (come non notare il rispetto di Sidoti per Wittgenstein) certamente di stampo  popperiano.
Tuttavia sono pur sempre scienziati moderni, portavoce di due discipline, la metodologia peritale e la scienza dell’investigazione, che si pongono fini pratici e risultati nel presente.

Nietzsche era invece un filosofo che, come Novalis, nella filosofia cercava e trovava ovunque la propria casa.

In questo senso forse non è neppure corretto parlare di distanze, semmai di distacchi, semplicemente perché Sidoti e Fortunato si fermano nella realtà mentre Nietzsche prosegue, allontanandosi nella pura speculazione filosofica.      

Circoscritto il campo della comune radice greco-classica, ripristinate le distanze sulla base delle diverse finalità e dei diversi punti di arrivo, ritorniamo al fulcro del ragionamento, vale a dire alla sentenza di Nietzsche ed al perché piaccia tanto sia a Fortunato che a Sidoti.

Una chiave di lettura potrebbe essere trovata in ciò che la frase stessa implica, se osservata dal punto di vista della filosofia della scienza.

Una interpretazione estensiva del senso della frase, infatti, non può che condurre nella direzione di un netto rifiuto del positivismo da parte di Nietzsche, rifiuto che, in maniera indiretta, ritroviamo nelle tante citazioni e nella grande considerazione scientifica che Sidoti e Fortunato riservano a Popper, notoriamente avversario, più o meno giurato, del positivismo.

D’altronde Nietzsche non poteva certo essere popperiano, visto che morì due anni prima della nascita dell’epistemologo austriaco, mentre Popper ebbe molte idee e simpatie in comune con il filosofo tedesco.

Ad esempio David Hume godette dell’apprezzamento di Nietzsche ed anche di quello di Popper.

Nietzsche riconobbe ad Hume la piena ragione sulla mancanza umana di un senso della causa efficens mentre Popper non esitò a definire Hume come: “Il filosofo che per primo scorge un nuovo problema, scuote la nostra pigrizia ed il nostro compiacimento. Egli fa per noi ciò che Hume fece per Kant: ci risveglia dal sonno dogmatico e apre davanti a noi un nuovo orizzonte”.

Sorvoliamo sul fatto che le opinioni su Kant di Nietzsche[5] e Popper (che comunque, si badi bene, non esitò a punzecchiarlo definendolo (Kant) un socratiano poco attento agli insegnamenti del maestro) furono alquanto, scusate l’eufemismo, difformi.

D’altronde, sorvolando per sorvolando, anche Nietzsche e soprattutto Popper glissano in maniera abbastanza evidente sul fatto che Hume era e rimase un empirista.

Per dirla alla Sidoti chiamiamolo una sorta di malinteso beninteso in nome della causa comune.

Proseguendo, se Nietzsche, in al di là del bene e del male, dice: “Qual è il soggetto del verbo pensare? Veramente si può dire "io penso"? e se Popper dice: “Nella scienza possiamo tendere alla verità e lo facciamo. La verità è il valore fondamentale. Quel che non possiamo raggiungere è la certezza. Ad essa dobbiamo rinunciare” è evidente che i due, sul tema delle raggiungibilità della certezza, vanno avanti di pari passo con buona pace dell’Ich denke Kantiano e del cogito ergo sum di Cartesio.

Una riflessione.
Non c’è pace tra gli ulivi, quando uno grazie a Cartesio ed al cogito ergo sum, frase simbolo del pensiero cartesiano, esempio eclatante di quel principio logico che è la consequentia mirabilis, pensa di aver individuato un saldo punto di partenza, mettendosi finalmente tranquillo al calduccio della stufa cartesiana, arriva Nietzsche e rimette tutto in gioco. Alla domanda di Nietzsche “si può dire io penso?” verrebbe da rispondere: “ma cosa vuoi che ne sappia!!!” e poi uscire a fare una passeggiata.

Fine della riflessione, riprendiamo…

Anche l’uso, per certi versi utilitaristico e un po’ contraddittorio della filosofia classica greca, accomuna Nietzsche e Popper.

Nietzsche si dichiarò appassionato e studioso dei grandi filosofi classici greci, salvo poi incolparli di ogni nefandezza mentre Popper, pur avendo detto: “Non provo orgoglio alcuno di essere chiamato filosofo...(perché) nella lunga storia della filosofia, ci sono più discussioni filosofiche di cui provo vergogna, di quante non siano le trattazioni delle quali possa andare fiero”  non si fece certo riguardo a puntellare le sue teorie con un socratismo, neppure tanto nascosto, se arrivò a considerare un difetto lo scarso socratismo dimostrato, secondo lui, da Kant.

Ma al di là dei tanti e diversi punti di contatto in ambito filosofico/epistemologico il punto saliente, che è poi quello più pertinente alle scienze dell’investigazione e della metodologia peritale, lo individuiamo nelle doppie concezioni di fatto e di verità.

Nella filosofia di Nietzsche affermare che non esistono cose o fatti ma solo interpretazioni di cose o fatti, mette decisamente fuori gioco il positivismo visto che, proseguendo logicamente su questa linea di ragionamento, un rapporto tra due fatti, proprio perché necessitante di interpretazione, non sarà mai in grado di dare, in senso scientifico, un significato univoco.

Ricordiamoci degli parapsicologi di Utrech che sono lì a disquisire sui poteri mutanti di Ulf Morling oppure, più seriamente, ritorniamo a Popper, alla genesi della sua teoria che si basò, per l’individuazione dei fondamenti, proprio sulla contrapposizione con la psicoanalisi ed il marxismo, discipline maestre indiscusse di interpretazione[6].     

Con Nietzsche ci troviamo in una posizione persino più oltranzista di quella di cui, successivamente, si fece portabandiera Popper il quale, entrato in contatto con il Wiener Krei e dopo averne criticato prima e ribaltato poi la visione positivistico-empirica, precisò, diversi anni dopo, non essere mai stata sua intenzione cercare una contrapposizione netta con il positivismo logico.
Per fare un inciso riteniamo plausibile che quello di Popper sia da considerarsi più un equilibrismo politico che una vera e propria volontà di non-scontro scientifico, soprattutto se osserviamo il tutto nell’ottica delle sue dichiarazioni sulla rozzezza del criterio di demarcazione basato sul criterio di verificabilità e nell’ottica del suo scontro personale-scientifico con Ludwig Wittegenstein, quest’ultimo eletto, anche se suo malgrado, a simbolo del positivismo.
D’altronde Popper nella sua vita prese spesso posizioni, perlomeno strane se non proprio estreme.
Come non ricordare l’alta considerazione per Newton e la bassissima, spesso vicina alla denigrazione, considerazione per Bacone, tutto questo senza che all’epistemologo austriaco fosse mai venuto in mente di criticare, con la stessa asprezza, Newton riguardo il fatto che lo scienziato inglese, appoggiando in toto la visione empirica ipotizzata da Bacone, aveva logicamente preso un grosso abbaglio (o almeno questo è quello che avrebbe dovuto pensare Popper). Oppure di come incassò senza colpo ferire i rimbrotti epistolari, neanche troppo amichevoli, di Albert Einstein, allorché dovette ammettere di aver sbagliato nel suo tentativo di mettere in imbarazzo
[7] , con un equilibrismo logico, l’interpretazione del principio di indeterminazione di Heisenberg.

Ma Einstein era un esempio ed un mito per Popper, proviamo ad immaginare come avrebbe reagito se le stesse osservazioni taglienti gliele avesse fatte Wittgenstein. Apriti cielo! 

Anche il concetto di verità unisce in maniera netta e chiara Nietzsche e Popper.

Per Popper la verità è da considerarsi un principio regolativo.

L’uomo, per l’epistemologo austriaco, non è in possesso di un criterio di verità univoco, trovandosi nelle stesse condizioni dello scalatore che, non solo ha difficoltà a raggiungere una cima montuosa immersa nelle nuvole, ma che una volta raggiuntala potrebbe non accorgersene, non essendo in grado di distinguere la vetta principale dai picchi secondari.

Nietzsche, da par suo, definisce la verità come una inerzia, una ipotesi che ci rende soddisfatti, come il minimo dispendio di forza intellettuale. E’ proprio in quest’ottica che il filosofo di Rocken definì la scienza moderna, proprio in quanto fiduciosa di poter raggiungere la verità, come la forma più recente e nobile dell’ideale ascetico.

E’ chiaro che più ci si inoltra nell’interpretazione di questi concetti di filosofia pura o di filosofia della scienza, maggiormente ci si allontana, soprattutto riferendosi a Nietzsche, dalla zona di pertinenza dell’investigazione e della metodologia peritale.

Investigazione e metodologia peritale che, viste dai punti di vista di Sidoti e Fortunato, fanno proprie, oltre ad una comune base epistemologico falsificazionista di stampo popperiano, entrambe le concezioni di fatto e verità, indugiando in un certo antipositivismo ed in un rifiuto netto del concetto di verità assoluta.

Quando Fortunato cita Nietzsche, estrapolando la più volte citata sentenza, dall’ampio ed indefinito  significato filosofico-speculativo ma dal molto più definito significato filosofico-scientifico,  non lo fa certo a caso, ma per portare avanti una ben delineata strategia che, approdando ad una concezione popperiana della scienza, porta nel suo DNA un inequivocabile sapore antipositivista.

Fortunato quando, riferendosi al perito che costruisce una teoria, afferma che la verità: “… è semplicemente il far si che le proposizioni che vengono ricavate partendo dagli assiomi e secondo una certa logica, non siano contraddittori tra loro né contraddittori rispetto agli assiomi di partenza”  sembrerebbe volerci dire che la verità esiste e la stessa sensazione si potrebbe avere quando, lo stesso autore, afferma che per il perito logico la verità è sinonimo di coerenza logica.

Limitandosi ad una lettura superficiale si potrebbe pensare che un concetto (verità) che possa essere o definito o essere sinonimo di qualcos’altro, potrebbe, anche e per gli stessi motivi, essere perseguito o raggiunto.

Chissà, forse ci troviamo davanti ad un esempio astruso di sillogismo non vero ma formalmente corretto? 

In realtà la verità di cui ci racconta Fortunato è quella che conduce al VERO o al  FALSO, al Tertium non datur, attraverso un processo basato sulla competenza del ragionamento, mediante l’uso sistematico dei principi comuni a tutte le scienze quali il principio di non contraddizione, di identità e del terzo escluso, che sono alla base di qualunque dimostrazione scientifica frutto di un ragionamento rigorosamente logico, dotato di coerenza e senso.

In pratica parliamo di una verità procedurale e metodologica ottenuta sulla base della coerenza logica, nulla  a che vedere con la verità assoluta di stampo filosofico che, indipendentemente dal fatto che l’autore lo dica o meno esplicitamente, viene già sufficientemente esorcizzata dall’enfasi che Fortunato mette nel quasi imporre, ai suoi allievi, l’insegnamento di Socrate in particolare e dei classici greci in generale.

Sidoti, da canto suo, operando su un campo molto più ampio e con minori vincoli metodologici, ha meno difficoltà nel riportare nella realtà il concetto di interpretazione dei fatti esposto da Nietzsche.

Citando Tucidide, IV sec. a.C. “… è difficile scoprire la verità poiché nei loro racconti i testimoni oculari non raccontano allo stesso modo gli identici fatti” Sidoti non fa altro che traslare la filosofia nella realtà quotidiana.

Chiunque abbia avuto a che fare, a qualsiasi titolo, con l’amministrazione della giustizia sa bene quanta verità ci sia in questa frase, in barba ai 2400 anni di storia e filosofia trascorsi ed in barba alla evoluzione dello spirito, della scienza e della coscienza umana.

E non parliamo di quando vi è malafede oppure omertà, quest’ultima piaga forse peggiore, almeno in termini quantitativi e sociali, della stessa malafede.   

Anche il concetto di verità di cui ci parla Sidoti è più ampio di quello di Fortunato, intendendo per ampiezza la differenza quantitativo-qualitativa che c’è tra le risposte V o F, si o no, bianco o nero, in o out  di Fortunato in ambito peritale ed il concetto di ipotesi preferibile, definita da Sidoti in Criminalità e Investigazione come “accettabilità della storia criminale che non presenta caratteri di certezza ma che si configura come evento capace di fornire spiegazione ragionevole a tutti gli elementi raccolti, ed è prevalente su ogni altra ipotesi formulata e formulabile nel processo”, in ambito investigativo-giudiziario.

Quello che resta uguale per entrambi, nella ricerca della verità e della certezza, è il limite assoluto invalicabile delimitato dalla comune base epistemologica falsificazionista, ben individuabile nelle affermazioni di Sidoti, allorchè ci insegna di come la verità giudiziaria, risultato dell’investigazione e dell’indagine criminale, altro non è che una  verità procedurale distante da una oggettiva verità sui fatti che sono oggetto di giudizio.

Ci dice esplicitamente, il Preside del corso di Laurea in Scienze dell’Investigazione dell’Università dell’Aquila, che fine dell’investigazione non è la ricerca della verità ma quello di trovare prove, raccolte in maniera conforme a regole in maniera da poter essere utilizzata in giudizio, che permettano di ridurre l’ambito dell’incertezza attraverso un risultato che sia provato, ovvero esaminato attentamente, riscontrato, accertato fino a prova contraria.

Andare avanti sarebbe dispendioso, ci trascinerebbe in un turbinio di contrasti e alleanze, sintonie e divergenze scientifiche, ispirazioni e citazioni di comodo (ovviamente in senso scientifico), stralci di quello che è utile, accantonamenti di quello che non serve o che è di troppo, ricerca ostinata della frase, del pensiero, del messaggio giusto ed appropriato per portare avanti il proprio concetto di scienza in un percorso storico-scientifico che dai presocratici arriva fino a Cartesio, Kant e Popper tagliando trasversalmente la filosofia, la filosofia della scienza e le cosiddette scienze esatte.   

Dopo una simile premessa vi può essere una sola conclusione possibile, quella che traspare dalle metodologie, dalle opere, dagli scritti, dalle semplici parole di Sidoti e Fortunato.

E’ l’evidente amore per la scienza intesa come risultato dello sforzo umano, dei sogni, delle speranze, delle passioni e, soprattutto, come la più mirabile unione di immaginazione creativa e di pensiero critico razionale.

E’ la chiara volontà di scrivere la parola Scienza (sia peritale che investigativa) con la S maiuscola più grande che si possa trovare nella cassetta dei caratteri tipografici.

Indubbiamente una bellissima frase conclusiva.

Peccato che non sia mia!

Anche questo è Karl Raimund Popper, cui non lasciamo scelta, dovrà per forza perdonarci, visto che fu sempre lui a dire che se vogliamo progredire dobbiamo poggiare sulle spalle dei nostri predecessori.

Dopotutto è quello che fanno anche Sidoti e Fortunato.
 

--------------------------------------------------------------------------- Note ------------------------------------------------------------------------
[1] http://criminologia.advcom.it/psicologiaepsichiatria.htm
[2] Vale la pena precisare che quella che è una delle opere più note di Nietzsche, in realtà non è opera sua. Infatti il filosofo tedesco, che pur aveva progettato di dedicare un libro alla volontà di potenza vi rinunciò definitivamente già prima della sua morte. In realtà la volontà di potenza è, soprattutto nella seconda edizione del 1906, un insieme di scritti raccolti dalla sorella Elisabeth e dal suo discepolo e copista Peter Gast.
[3] http://criminologia.advcom.it/saveriofortunato1.htm
[4] Sidoti - Criminologia e investigazione, Premessa – Una cultura in trasformazione.
[5] Nietzsche definì Kant “uno psicologo e un conoscitore degli uomini assai scarso; si sbagliava di grosso circa i grandi valori storici; fanatico morale alla Rousseau, con un acuto cristianesimo dei valori; completamente dogmatico, ma con un greve disgusto per questa sua inclinazione, fino a desiderare di dominarla; ma anche dello scetticismo si stancò subito; non fu sfiorato dal gusto per il cosmopolitismo né da quello per la bellezza dell'antichità... Fu un temporeggiatore e un intermediario, non ebbe nulla di originale”
[6] Non a caso uno dei testi più usati e abusati di Freud è l’interpretazione dei sogni.
[7] Popper contestava l'idea che si dovessero considerare oggettivamente indeterminate grandezze fisiche incompatibili come, per esempio, la posizione e la velocità di una particella, e riteneva ancora aperta la domanda fino a che punto ”la natura fosse decisa a nascondere ai nostri occhi certe grandezze fisiche”.
 

Pubblicato in rete il 12.2.2008

 

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