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Ho parlato di filosofia, di filosofia della
scienza, di Popper, di Kant e di Fortunato e di Sidoti. Con tutto il rispetto,
vorrei parlare anche un po’ di me. Questa impostazione mentale che le valse l’incondizionata ammirazione di Popper impressionato, per esempio, dal “rischio implicito nella previsione" alla base della teoria della relatività, forse contribuì a fargli considerare anche la scienza, così come la vita, una prova, un esame continuo da superare, un continuo conflitto di meraviglie come lui stesso amò definirla. Forse proprio per questa ragione era lui stesso ad autocrearsi difficoltà, problemi e prove sempre più dure da superare, forse, chissà, proprio per non arrivare mai a quella soddisfazione, a quell’arbitraggio di conoscenza che conducendolo, prima o poi, ad una amara delusione lo avrebbe destinato al naufragio tra le risate degli dei ( … sono, più o meno, parole sue). Dato per scontato che gli aforismi sono semplici e banali solo per chi non si ponga almeno il problema di andarci a cercare un significato nascosto (… chiunque, conoscendo la passione di Nietzsche per gli aforismi, abbia letto un suo qualunque scritto, maledicendo il giorno in cui non si è dedicato al giardinaggio, può ben capire il ragionamento), possiamo ragionevolmente intuire, se non proprio ipotizzare, che nascosto tra le righe della semplice frase di Einstein si celi un universo di pensieri, sentimenti e ragionamenti che, se compresi, potrebbero aiutare a delineare la personalità, oltre che dello scienziato, anche dell’uomo e del personaggio. Una teoria (dal retrogusto vagamente psicoanalitico) come un’altra. Mettiamola momentaneamente da parte con l’idea di riprenderla più avanti, lungo il filo di questo ragionamento e torniamo alla vita vissuta. Arthur Schopenhauer ci regalò una perla di saggezza quando ci disse che la vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro e che leggerli in ordine è vivere mentre sfogliarli a caso è sognare. Fu proprio sfogliando a caso un giornale o la pagina di un sito internet, il succo non cambia, che un giorno qualunque, di un anno non lontano, lessi del Corso di Laurea in Scienze dell’Investigazione inventato e diretto, in quel de L’Aquila, dal Professor Francesco Sidoti. Quello dello studio era un cassetto ormai chiuso, anzi sprangato, che certamente non si sarebbe mai più riaperto senza l’intuizione felice e creativa del nostro professore. Ed è così, non mancando di ringraziare, ancora una volta, il professore nella sua veste di amministratore pubblico del sapere, che si chiude la prima parte della storia. E si chiude con una laurea in Scienze dell’Investigazione. Einstein, Nietzsche, Schopenhauer. Non saremo andati troppo oltre?
Sarà meglio volare bassi, anzi, già che ci
siamo, torniamo con i piedi per terra pensando che la vita non è solo sognare,
sfogliando a caso (se puoi sognare, puoi fare – questo l’ha detto Walt
Disney non un filosofo) ma anche e semplicemente vivere giorno per giorno
inseguendo obiettivi modesti, piccole soddisfazioni personali oppure
semplicemente normalità e tranquillità, magari coltivando sani svaghi o semplici
pallini (intesi nel senso di interessi legittimi da scostare, il più
possibile, dalle vogliuzze del giorno e della notte, ferma restando la
salute, che Nietzsche denigrava, senza scampo e senza pietà, con sommo
disgusto). Se ti piace fare il poliziotto, soprattutto se lo fai con passione e convinzione, invecchiare è un lusso che non ti puoi permettere. Forse non ti verranno, come si suol dire, i calli alle mani, ma il cervello è costretto a lavorare e lavorare sempre a pieno ritmo in un corpo che comincia ad evidenziare, in qua e là, qualche piccolo, onestamente trascurabile, cedimento.
Ma in fondo in fondo chi se ne fre…importa,
anche se il tempo passa noi facciamo finta di niente ed il problema, almeno
quello, si risolve da solo …Ma mica tutte le ciambelle vengono con il buco, così
come non tutti i pallini finiscono nella buca giusta. Il suo ciclo di seminari in scienze criminali che tiene a Calenzano, frequentato inizialmente per necessità, per incasellare i preziosissimi crediti formativi dal valore inestimabile, lezione dopo lezione diventa sempre più interessante.
Qualche sbadiglio iniziale di prammatica in
nome delle regole non scritte di tutti gli studenti e del “si deve fare sennò
dicono che sei un secchione”, poi una focalizzazione sempre più netta ed un
aumento di interesse per strani argomenti quali la filosofia (studiata,
onestamente poco, lustri fa al liceo scientifico … ma guarda un po’) e la
filosofia della scienza che fino ai primi mesi dell’anno 2006 non immaginavo
neppure fosse stata inventata.
Ritorniamo allora ad Einstein, in particolare
alla frase che ha dato il là a questo ragionamento, domandandoci: “E’
possibile disgiungere una frase dalla personalità di chi la pronuncia, o meglio,
è possibile capire o intuire qualcosa dalle frasi di una persona?”
Sinceramente penso sia possibile ma solo procedendo nella direzione inversa. Al contrario, ritengo non sia possibile (definiamolo al minimo un azzardo ascientifico al massimo presunzione o arroganza) capire, comprendere, indovinare, costruire ipotesi se della scienza o del semplice pensiero di quell’individuo, nulla conosciamo. Almeno in questo ci basiamo su appoggi decisamente saldi, visto che fu René Descartes, noto in Italia come Cartesio, a dire che si erra anche se, casualmente, si centra il vero assentendo ad una cosa che non si conosce mentre fu Albert Einstein a dire che i problemi non possono essere risolti allo stesso livello di conoscenza che li ha creati. Cercherò di spiegarmi meglio e nel farlo inserisco il secondo fondamentale tassello del preambolo. |
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Quando la lessi la prima volta, ovviamente e, per i motivi sopradetti, mi attirò il riferimento alla polizia scientifica, per il resto buio completo. Chissà cosa avrà voluto dire questo Fortunato? Mah… Probabilmente qualcuno più colto, magari più volenteroso ai tempi del Liceo, non avrà avuto problemi nel ricordare o magari citare a memoria il pensiero e le opere dei grandi filosofi e scienziati citati dal Prof. Fortunato, come non avrà avuto problemi nel dare il giusto significato semantico alle parole logica, ermeneutica o epistemologia, ma dubito che avrebbe potuto dare una interpretazione, anche solo parzialmente giusta e corretta del pensiero del Fortunato uomo di scienza, limitandosi alla lettura di quella semplice frase. Avrebbe capito i riferimenti limitandosi al significato palese, ma non avrebbe potuto inserirli in un contesto scientifico adeguato. In pratica non avrebbe avuto alcuna possibilità di dare un'interpretazione autentica del senso nascosto, che poi è quello reale che ci dona le chiavi del pensiero del Fortunato scienziato. Sono infatti convinto che, anche in questo caso similmente a quanto detto all’inizio riferendoci alla frase di Einstein, la giusta interpretazione la si possa dare solo se già si conoscono, avendoli studiati, scienza e pensieri del Prof. Fortunato. Semmai si potrebbe eventualmente aprire un mondo di interpretazioni dalle mille e più variazioni qualitative e quantitative ma penso che sul metodo e sulla necessità di conoscenza di base poco si possa obiettare.
Tenteremo di dimostrare come quella frase dica
molto di più di quello che appare ad una prima lettura e di come, conoscendo in
maniera pur parziale e lacunosa il pensiero del Fortunato scienziato, sia
possibile interpretarla in maniera diversa, molto personale, semiseria ed un po’
anticonformistica. Ovviamente, vale la pena sottolineare che il punto d’arrivo finale sarà diametralmente opposto a quello che si prefiggeva il filosofo ateniese. Infatti, mentre scopo di Socrate era quello di evidenziare contraddizioni ed inadeguatezze per generare l’aporia nell’interlocutore noi tenteremo di portare a compimento un’operazione opposta, in chiave sostanzialmente utilitaristica, estrapolando dalla frase quei concetti a noi più utili al fine di puntellare e rafforzare il nostro ragionamento per arrivare ad una serie di conclusioni perlomeno coerenti. Detto questo, non resta che iniziare, dando il via alle domande. |
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PRIMA DOMANDA 1-Perché il Prof. Saverio Fortunato, nel suo saggio, fa riferimento in maniera diretta ed esplicita alla Polizia scientifica? Da parte mia ho spiegato chiaramente i motivi per cui sono rimasto affascinato proprio da quel saggio, ma il Prof. Fortunato di mestiere non fa il poliziotto e mi sento di escludere che entrare a far parte della polizia scientifica sia un suo pallino ricorrente o un suo sogno nel cassetto. Allora sarà perché gli piace il serial TV CSI: crime scene investigation? Dell’interesse del Professore per la serie televisiva penso si possa essere moderatamente certi (sempre ammesso che un concetto ambiguo come moderata certezza possa albergare, trovando buona accoglienza, in questo sito). Quella che invece appare certa è la presenza di tracce che, sparse un po’ ovunque nelle pagine della rivista on-line, richiamano alla serie cult americana (l’uso della frase simbolo “crime scene do not cross”, oltre ad articoli e riferimenti vari, penso lascino pochi dubbi all’interpretazione). Detto questo mi sembrerebbe tuttavia decisamente poco serio ridurre il tutto ad un semplice gusto televisivo. Come minimo si potrebbe andare ad incappare in un sillogismo formalmente corretto (in quanto basato su premesse corrette) ma non valido (in quanto non tutti ragionamenti espressi nella stessa forma sarebbero da considerarsi altrettanto validi) oppure, peggio ancora, si potrebbe inciampare, cadendo rovinosamente, nel sofisma conosciuto ai più con la frase latina Post hoc ergo propter hoc, con il risultato di far arrabbiare non poco il professore, commettendo il grave errore logico di confondere relazioni coincidentali con cause. Molto grave, soprattutto se si dovesse sostenere un esame con il professore, notoriamente poco amante di luoghi comuni, stereotipi, credenze, superstizioni, ragionamenti non metodo-non logici ed altre amenità del genere. Ma noi esami non dobbiamo più darne per cui continuiamo impavidi ed imperterriti ad azzardare, abbandonando però le banali e massmediatiche evidenze, cominciando a cercare più a fondo. Come direbbe il cognitivista Ulrich Neisser esploreremo lo spazio del problema generando mentalmente delle alternative. Sappiamo che Fortunato, oltre che giornalista e direttore di Criminologia.it, scrittore di testi scientifici, docente e ricercatore universitario, svolge anche una intensa attività peritale forense. E ci mancherebbe, visto che è anche Presidente dell’Associazione CSI-Periti e consulenti forensi con sede a Firenze. A questo punto, immagazzinate queste ulteriori informazioni, riformuliamo, sulla base di questi nuovi elementi, la domanda di inizio paragrafo in questo senso: Se l’investigazione è materia del Prof. Sidoti, quale attività di polizia si avvicina, più delle altre, alla materia del Prof. Fortunato? Se avete difficoltà nel rispondere, mi permetto di darvi un piccolo consiglio. Appena possibile recatevi in un’aula qualunque di un qualunque Tribunale della Repubblica, assistete prima alla deposizione di un Ufficiale di P.G. che ha condotto un’indagine, poi alla deposizione di un esperto della polizia scientifica e poi a quella di un consulente o di un perito forense. A questo punto confrontate e provate a dare la vostra risposta. Se leggete queste parole vuol dire che la pensate come me e come il Fortunato perito forense, altrimenti non le leggerete mai perché il Fortunato, direttore di testata giornalistica, non avrà gradito. (…buffo, la questione presentata in questi termini assomiglia molto ad una versione casareccia dell’esperimento-paradosso del gatto in scatola proposto da Erwin Schrödinger per tentare di spiegare il principio di indeterminazione di Heisenberg). |
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SECONDA DOMANDA Perché il Prof. Saverio Fortunato cita Aristotele? Fortunato nel suo manuale di metodologia peritale ha scritto: In campo scientifico peritale non basta conoscere le cause per affermare di conoscere qualcosa. Al perito occorre soprattutto la competenza del ragionamento che deve essere rigorosamente logico. Forse la concezione di logica del Fortunato che afferma, in un’altra parte dello stesso manuale, “… definiamo proposizioni logiche solo quelle espressioni aventi senso compiuto per le quali è possibile dire se sono vere o false. Non altro!” ricorderà, ai più, il Kant che, rispondendo piccato ad Hegel che lo aveva criticato per avere paragonato Dio ai 100 talleri, affermò che la logica deve essere scevra da qualsiasi contenuto in quanto nel momento stesso in cui dovesse prevalere il contenuto non ci sarebbe più la logica (aggiungiamo noi “meno contenuto che rispondere o con V o con F !!!!”) tuttavia, Kant o non Kant, se si affronta a qualsiasi livello l’argomento logica (da legein, termine di origine indoeuropea che significa letteralmente raccogliere, enumerare, contare, dire) intendendola come: “disciplina che studia i modelli ed i principi che consentono di distinguere, nelle loro strutture formali, i ragionamenti corretti da quelli scorretti”, ditemi se è possibile non pensare immediatamente e prima di tutto ad Aristotele. La logica aristotelica è fondamento dell’intera struttura positivistica, nel senso di scienza e non di corrente filosofica, della cultura occidentale. Per capire l’importanza della strutturazione della logica formale effettuata da Aristotele basti pensare che, nella moderna psicopatologia dei disturbi formali del pensiero, l’uso di logiche diverse da quella definita aristotelica è considerata una infrazione ai principi organizzatori fondamentali dell’attività del pensiero e configura uno dei punti critici ove è più facile cogliere modificazioni di significato psicopatologico.Lo stesso disturbo formale del pensiero chiamato illogicità è caratterizzato dall’uso delle c.d. logiche paleologiche (per chi fosse interessato consigliamo E. Von Domarus e, in particolare, Silvano Arieti, anche dal sito www.scienzedelleinvestigazioni.it) in alternativa alla logica di riferimento definita aristotelica. Detto questo, riassumiamo, per mera comodità. Il principio di non contraddizione, il più certo dei principi, fondante di tutti gli altri senza essere a sua volta fondato, recita: “E’ impossibile che la stessa cosa, allo stesso tempo, appartenga e non appartenga ad un medesimo ente, secondo lo stesso rispetto”. Il principio del terzo escluso (per inciso quello che mi affascina di più perché cangia continuamente da freddo principio logico a viva lezione di vita, scudo contro l’ipocrisia e manifesto dell’onestà intellettuale) entrato stabilmente nel campo delle conoscenze umane grazie alla splendida e splendidamente musicale allocuzione latina Tertium non datur, indica come non esista una terza soluzione (o possibilità) rispetto ad una situazione che pare configurarne soltanto due. (chiedo troppo se per questa volta lasciassimo perdere le logiche fuzzy, le logiche polivalenti di Post e Lukasiewicz ad infiniti valori di verità ecc. ecc.? …. Grazie!) Anche senza approfondire il c.d. Principio di identità (A è sempre A e mai B) che non formalizzato da Aristotele apparve, per la prima volta, molti secoli dopo, nei testi settecenteschi di Christia Wolff (anche se era già stato ipotizzato da Leibniz nei Nuovi Saggi) per poi assurgere ai massimi onori con Kant, penso vi siano elementi a sufficienza per affermare che uno scienziato che parla di ragionamento rigorosamente logico, difficilmente possa farlo senza pensare, molto spesso, ad Aristotele. Esagererei dicendo che é già tanto se non ha una gigantografia attaccata in camera o non usa una sua immagine come wallpaper del notebook o screensaver dello smartphone, tanto per restare al passo con i tempi. Non vi ho convinto? L’argomentazione vi è sembrata insufficiente o poco convincente? Allora leggetevi queste due frasi e divertitevi a confrontarle: Frase 1: “…. non basta usare correttamente il metodo sillogistico di calcolo logico, poiché il suo scopo è il conseguimento della verità. Quindi il sillogismo apodittico (scientifico) deve basarsi su principi (o premesse) veri. E’ proprio ciò che lo differenzia dal sillogismo dialettico, che si basa su premesse opinabili” Frase 2: ”…. ebbene, sillogismo è un discorso nel quale, poste alcune cose, qualcosa di diverso da ciò che è stabilito segue di necessità in forza di ciò che è stabilito. Vi è dunque una dimostrazione quando il sillogismo proceda da asserzioni vere e prime, oppure da asserzioni tali che hanno assunto il principio della conoscenza ad esse relativa in forza di certe asserzioni vere e prime; dialettico è invece il sillogismo che argomenta da opinioni notevoli”. Chi le ha scritte? Troppo comodo se ve lo dicessi. Vi basti sapere che una è del Prof. Saverio Fortunato e l’altra di un noto filosofo che nacque a Stagira, città del regno di Macedonia, 2392 anni orsono ed andò a scuola da Platone. |
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Perché il Prof. Saverio Fortunato cita Galileo Galilei? |
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TERZA DOMANDA Perché il Prof. Saverio Fortunato cita Galileo Galilei? Con Aristotele è stato fin troppo facile, con Galileo Galilei dovrò osare un po’ di più. Parliamoci chiaramente, Galileo Galilei è una leggenda, un orgoglio della gens italica, un vanto del rinascimento ma la sua teoria scientifica, ormai da diverso tempo, risente in maniera notevole dei colpi della scienza moderna. Sinceramente dubito che Fortunato possa attingere a piene mani dalle teorie scientifiche galileiane traendone chissà quali certezze o saldi appigli per il suo ideale di perizia in senso logico e scientifico. Intendiamoci, il suo concetto di universo, la sua visione, l’intuizione di un mondo perfetto regolato da leggi fatte di regole e incastri, governato dalla scienza e dalla matematica e regolato da principi universali (concetto poi elaborato ed ampliato da Newton con il meccanicismo) la prima sistematizzazione del metodo scientifico sono e resteranno capisaldi fondamentali della scienza che, insieme ad altre intuizioni ed invenzioni pratiche, hanno contribuito a collocare e mantengono di diritto Galileo Galilei in una posizione preminente nell’intera storia, non solo scientifica, dell’umanità. D’altronde questo non lo scopriamo noi se anche Isaac Newton, mica uno qualunque, paragonò Galileo ad un gigante sulle cui spalle lui stesso era stato portato. Tuttavia nella strutturazione del metodo scientifico galileiano sono presenti molti argomenti, che certamente fanno storcere il naso a Fortunato e non certo per quanto scritto da Di Trocchio sui presunti imbrogli o stratagemmi o furbate dello scienziato pisano (chiamateli come volte, ma solo dopo esservi fatti una vostra idea avendo preliminarmente letto Le bugie della scienza di Federico Di Trocchio, edizioni Mondatori, collana Oscar Saggi). Argomenti duri da digerire per Fortunato potrebbero essere individuati, ad esempio, nella elencazione delle fasi del metodo scientifico, quando Galileo Galilei parla prima di procedimenti induttivi e poi di verifica strumentale dei risultati. La visione stessa della scienza che trasuda dalle parole induzione e verifica non può non andare a collidere, immancabilmente ed inevitabilmente, con la simpatia chiara ed espressa che Fortunato dimostra per l’epistemologia falsificazionista popperiana. Allora, se così stanno le cose, perché Fortunato cita Galilei in quella frase simbolo? Perché, ad esempio, non citare Nietzsche o Kant piuttosto che Parmenide, Hume o lo stesso Newton? Sarà stato un caso? Saranno stati quelli i primi nomi che gli sono passati per la mente? Forse è andata proprio così, ma ciò, nell’ottica di questo ragionamento non può essere accettato, pena la fine inevitabile del gioco. E con il gioco finirebbe anche il divertimento ed allora bisogna giocoforza ipotizzare che Fortunato, in quel preciso momento, stesse seguendo un filo logico, magari anche inconscio in un’ottica leggermente freudiana (ma senza esagerare). Sulla base di questi presupposti, sono pertanto portato a pensare che Fortunato sia attratto dall’immagine e dalla vicenda umana di Galileo Galilei. Il vecchio ormai malato che si piega, sotto il peso degli anni, ma non si spezza, che, vinto e prono, avviandosi verso l’uscita del Tribunale, si volge verso i falchi neri dell’inquisizione battendo il tacco al suolo e sussurrando, a denti stretti, “eppur si muove”, diviene, forse anche suo malgrado, il simbolo dell’affrancamento dell’intelligenza, del libero pensiero, della scienza e della coscienza dal potere costituito oscurantista e tradizionalista, perpetuatore di se stesso (in questo caso particolare rappresentato dalla “Santa” Inquisizione ma quello del potere oscurantista è un concetto ampissimo, pluriadattabile e dai molteplici e proteiformi aspetti). Forse Fortunato ci avrà voluto dire che è necessario sempre anteporre la correttezza, la serietà e la chiarezza intrinseca della logica, della scienza e della coscienza alle dialettiche utilitaristiche, per quanto sostenute da altissime probabilità, alle retoriche sopraffattive o, peggio ancora, ai vassallaggi di comodo? Forse sì o forse no … chi può saperlo. Forse tutto questo è solo frutto di una mia impressione, probabilmente inconsciamente rinforzata dall’aver notato che nel suo articolo “Motivazioni CSM: De Magistris ha violato le regole”, recentemente pubblicato su Criminologia.it, Fortunato ha, guarda caso, citato proprio una frase di Galileo Galilei, per l’appunto pronunciata proprio dallo scienziato pisano di fronte a quell’allora già anacronistico, tanto insulso e ottuso quanto potente e mortale, Tribunale dell’Inquisizione. E poi, suvvia, quella statua nei giardini Vaticani ha rappresentato un gran bel riconoscimento, una piccola ma molto, molto simbolica rivincita sicuramente meritevole di una prima pagina anche su criminologia.it … |
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QUARTA DOMANDA Perché il Prof. Saverio Fortunato cita Cartesio? Se essere come Galileo Galilei, forte, deciso e duro come la roccia, è certamente un pregio, essere come Cartesio, che fece scrivere alla base di un suo celebre ritratto la frase Bene qui latuit bene vixit (Chi si tenne ben celato, bene visse) non può essere certo considerato un difetto. D’altronde citazione per citazione … tutti eroi .. nessuno eroe. Detto questo è certo che alla domanda “Fortunato ha citato Cartesio per il suo carattere deciso e battagliero?” risponderei con un bel NO! Sarei piuttosto propenso a pensare che eterni lampi di saggezza quali la locuzione cogito ergo sum (pur appena annacquata dalla considerazione che Fortunato ha per Nietzsche) o punti di riferimento imperituri quali la massima Dubium sapientiae initium (notevolmente rinforzata dalla considerazione che Fortunato ha per Socrate) siano alla base del rispetto che Fortunato ha per il pensiero filosofico-scientifico di Cartesio. Il percorso logico-filosofico che dal dubbio metodico, attraverso il dubbio iperbolico, condusse il filosofo, scienziato e matematico francese alla consequentia mirabilis ed al cogito ergo sum, luogo dell’anima e della mente dove, con uno straordinario virtuosismo logico, il dubbio più inestricabile si trasforma nella certezza più assoluta, non può, condiviso o non condiviso, non sollevare l’ammirazione incondizionata del Fortunato, appassionato di filosofia. E poi, lasciatemelo dire, uno che per fornire solide basi al suo concetto di scienza si appoggia all’algebra boolena come può non inchinarsi idealmente di fronte a Renè Descartes? Sarebbe un ingrato. Anche l’angelus malus di cui Cartesio ci parla quando, un po’ ingenuamente (non dimentichiamoci che siamo nella prima metà del ‘600) tenta di applicare il dubbio metodico alle scienze esatte, non viene né sottovalutato né tantomeno cestinato da Fortunato. Al contrario viene ripreso, rielaborato, trasformato e rintracciato, quasi scovato, nelle debolezze umane, laddove il Professore ci dice che: “il perito di fronte al fenomeno osservato può guardare ma non vedere. Ossia in perfetta buona fede può omettere di vedere l’errore (o il pericolo) per un meccanismo di difesa dell’Io”. Non pensate basti l’autorità del Cartesio filosofo, matematico, scienziato per giustificare la considerazione che ha di lui il Prof. Fortunato? Proviamo allora a ripetere il giochetto delle citazioni. “In luogo del gran numero di regole di cui si compone la logica, ritenni che mi sarebbero bastate le quattro seguenti, purché prendessi la ferma e costante decisione di non mancare neppure una volta di osservarle. La prima regola era di non accettare mai nulla per vero, senza conoscerlo evidentemente come tale: cioè di evitare scrupolosamente la precipitazione e la prevenzione; e di non comprendere nei miei giudizi niente più di quanto si fosse presentato alla mia ragione tanto chiaramente e distintamente da non lasciarmi nessuna occasione di dubitarne. La seconda, di dividere ogni problema preso in esame in tante parti quanto fosse possibile e richiesto per risolverlo più agevolmente. La terza, di condurre ordinatamente i miei pensieri cominciando dalle cose più semplici e più facili a conoscersi, per salire a poco a poco, come per gradi, sino alla conoscenza delle più complesse; supponendo altresì un ordine tra quelle che non si precedono naturalmente l'un l'altra. E l'ultima, di fare in tutti i casi enumerazioni tanto perfette e rassegne tanto complete, da essere sicuro di non omettere nulla”. Domanda: Da dove è stato estratto il periodo che avete appena letto? Da un moderno manuale investigativo o peritale? Da un interessante vademecum per affrontare problemi tecnici o scientifici? Da una serie di consigli per affrontare una investigazione o una perizia di tipo metodico e moderno? Dal "Discorso sul metodo" (titolo originale Discours de la méthode pour bien conduire sa raison, et chercher la verité dans les sciences" (Discorso sul metodo per un retto uso della propria ragione e per la ricerca della verità nelle scienze) pubblicato da René Descartes nell’ Anno di Grazia 1637? La risposta la sa il Prof. Fortunato, chiedetela a lui …
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Perché il Prof. Saverio Fortunato cita Karl Raimund Popper? |
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QUINTA DOMANDA Perché il Prof. Saverio Fortunato cita Karl Raimund Popper? Su questo argomento preferirei rimanere un po’ più defilato, poiché, a parte il fatto che dell’epistemologo austriaco ho già tanto parlato in altre occasioni, ritengo che dopotutto Popper non sia, nell’accezione più ampia del termine, un protagonista del pensiero di Fortunato. Fermi là … non cliccate sulla X in alto a destra della pagina! Concedetemi ancora un po’ di tempo … Volevo dire che Popper, in realtà, è molto di più: è la tela su cui viene scritto e prende forma il pensiero stesso di Fortunato. E’, in parole più o meno povere, lo sfondo epistemologico su cui si basa l’ideale di scienza del Prof. Fortunato. Il Popper epistemologo non dedicò la sua vita a creare teorie scientifiche (l'epistemologia in quanto tale esclude il contenuto della scienza che è invece oggetto della ricerca scientifica) ma fece ruotare tutta la sua attività di filosofo della scienza (a lui non piaceva essere considerato un filosofo, ma tant’è…) intorno al criterio di demarcazione, su cui poi innestò il falsificazionismo. E tutto questo mediando un po’ su tutto a costo di scontri, incontri, alleanze, attacchi caustici e ritirate strategiche, compromessi ed irrigidimenti sempre finalizzati al raggiungimento dell’obiettivo finale, al compimento della sua opera maxima: la definizione di una nuovo confine tra scienza e metafisica. Per esemplificare Popper lavorò sul panorama e non sui dettagli, non giocò ma dettò le regole del gioco. Nulla in questo senso può essere più chiaro delle parole stesse di Popper estratte dal suo Logica della scoperta scientifica, pp. 346-7: “Il problema della demarcazione (il problema kantiano dei limiti della conoscenza scientifica) può essere definito come il problema di trovare un criterio che possa distinguere tra asserti che appartengono alla scienza empirica e asserti che si possono descrivere come "metafisici". Stando a una soluzione posta da Wittgenstein, questa demarcazione deve ottenersi con l'aiuto dell'idea di significato o di senso. Ogni proposizione significante o sensata deve essere una funzione di verità di proposizioni atomiche, cioè, deve essere completamente riducibile da un punto di vista logico ad asserzioni singolari di osservazione. Se qualche supposta asserzione si rivela irriducibile nel modo che si è detto, si tratta di una proposizione “insignificante” o priva di “senso” o “metafisica”o di una pseudo-proposizione. Così la metafisca è un non senso-insignificante. Può sembrare che tracciando questa linea di demarcazione i positivisti siano riusciti a distruggere la metafisica in modo più completo di quanto non vi siano riusciti gli antimetafisici più antichi. Però questi metodi non distruggono soltanto la metafisica: distruggono anche la scienza naturale. Infatti le leggi di natura non sono riducibili alle asserzioni di osservazione più di quanto non lo siano gli enunciati metafisici. (Si ricordi il problema dell’induzione!) Se si applicasse coerentemente il criterio di significato proposto da Wittgenstein, tali leggi sembrerebbero pseudo-proposizioni prive di significato e di conseguenza metafisiche. Così questo tentativo di tracciare una linea di demarcazione fallisce. Il dogma del significato o del senso, e gli pseudo-problemi a cui esso ha dato origine, possono essere eliminati adottando, come criterio di demarcazione, il criterio di falsificabilità: il criterio, cioè, di decidibilità (almeno) unilaterale e asimmetrica. Secondo questo criterio le asserzioni, o i sistemi di asserzioni, trasmettono informazioni intorno al mondo empirico solo se sono capaci di collidere con l'esperienza, o, più precisamente, solo se possono essere controllati sistematicamente, cioè a dire se possono essere sottoposti (d’accordo con una “decisione metodologica”) a controlli che potrebbero mettere capo alla loro confutazione”. D’altronde, parlando in termini più semplici, la parola demarcazione nella lingua italiana deriva dal verbo demarcare “segnare, fissare un limite” e come sostantivo ha per sinonimi: confine, delimitazione, limite, barriera, frontiera. Tutti concetti molto chiari e semplici che nell’uso di tutti i giorni si declinano normalmente con “o di qua’ o di là”. Popper sta’ da una parte precisa, insieme a Fortunato, ed è da quella parte che il Professore vorrebbe portarci tutti indistintamente, poliziotti della scientifica compresi. |
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Perché il Prof. Saverio Fortunato si chiede: quanti conoscono (e applicano) nell’assunzione delle prove o nelle interpretazioni dei fatti logica, ermeneutica, epistemologia? |
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SESTA DOMANDA Perché il Prof. Saverio Fortunato si chiede: quanti conoscono (e applicano) nell’assunzione delle prove o nelle interpretazioni dei fatti logica, ermeneutica, epistemologia? Da farsi venire il mal di testa. Vediamo di provare a tracciare, semplificando al massimo, qualche punto fisso (d’altronde fu sempre il solito Einstein a dire che non hai veramente capito una cosa fino a quando non sei in grado di spiegarla, con parole tue, a tua nonna). La logica sappiamo più o meno cos’è, o almeno abbiamo provato a parlarne. L’ermeneutica, dal greco hermeneutike (tecnica dell'interpretazione) è, nel suo senso più ampio, qualsiasi tecnica che consenta di interpretare un testo, un documento e qualsiasi altro discorso o segno. L'epistemologia, dal greco epistème (scienza, conoscenza certa) e lògos (discorso) si occupa della struttura formale della scienza, della riflessione filosofica sul linguaggio, dei metodi, dell'organizzazione interna e dei risultati delle varie scienze al fine di giungere alla definizione della natura e del valore del sapere scientifico. Anche prendendo spunto da definizioni così semplici e approssimative mi sembra che, per l’attività generica di un poliziotto, conoscere questi concetti scientifico-filosofici, non si offenda il professore, possa servire a ben poco. Certo che la domanda che si pone Fortunato, essendo chiaramente e correttamente formulata, è da considerarsi più che legittima. E’ evidente che formare un poliziotto, scientifica o non scientifica, su queste basi è teoricamente possibile ma non certamente proponibile su vasta scala. Le scuole di polizia sfornano, anzi sfornavano, migliaia di poliziotti nelle varie qualifiche con un addestramento specifico adeguato ad un lavoro sul campo, cui poi deve necessariamente associarsi un processo di crescita da consolidarsi progressivamente attraverso l’aggiornamento professionale, l’esperienza diretta e l’imprescindibile apporto di conoscenze basato sulla costituzione di rapporti interpersonali e di collaborazione con chi già lavora e opera nello stesso settore. Non esiste al mondo, né mai esisterà, scuola di polizia, manuale, addestramento, software o computer che possano prepararti a qualunque evenienza ti possa capitare lì fuori. I corsi di specializzazione, come quello della polizia scientifica, tanto per rimanere in tema, proprio perché mirati, consentono un addestramento molto più specifico ma parlare di filosofia della scienza, piuttosto che di epistemologia ed ermeneutica (per la logica mi sembrerebbe quantomeno doveroso un distinguo) appare onestamente improponibile, almeno in un contesto formativo di base. Ma Saverio Fortunato non è uno scienziato da cartoon tutto genio, distrazione, teorie e formule matematiche. Queste cose, le sa benissimo. E’ uno che calpesta allo stesso modo e con la stessa professionalità, Università e Tribunali. Da professore universitario conosce i problemi dell’insegnamento e della trasmissione della cultura e da perito collabora con magistrati, avvocati, poliziotti e carabinieri; sarebbe farle un grave torto interpretare la sua frase come una richiesta o anche solamente come una semplice speranza per il futuro. Ma se così è, allora siamo entrati in un loop, in un grave enpasse logico. Se Fortunato, questo non lo diciamo noi ma lo dice lui stesso, è prima di tutto uno scienziato logico, allora … perché si pone, in quei precisi termini, una domanda di cui, non solo già conosce la risposta, ma addirittura già è conscio dell’inutilità stessa di porla? La risposta, secondo me, va vista in un’ottica Sidoto-kantiana (perdonerete l’orrido neologismo). Il Prof. Francesco Sidoti, nel suo Criminologia ed Investigazione, ci ha detto che l’investigazione, in una prospettiva inequivocabilmente kantiana, può essere definita come una forma di conoscenza sintetica a priori, aggiungendo che il risultato dell’investigazione altro non è che una interpretazione di dati empirici, indizi, prove, alla luce delle categorie esistenti nella mente dell’investigatore. La logica conclusione di questo ragionamento si può riassumere nella constatazione che tanto più la mente sarà culturalmente ricca, ci permettiamo di aggiungere aperta, tanto più il risultato investigativo potrà essere potente, cospicuo, attendibile. Pensiamo pertanto che alla base di quella porzione di frase, strumentalmente estratta dal saggio del Prof. Fortunato, non vi sia la poco realistica pretesa di insegnare Aristotele, Popper o Cartesio nelle scuole di polizia piuttosto che l’epistemologia o l’ermeneutica nei corsi di polizia scientifica, bensì si celi un invito, a tutti, poliziotti e non, scientifica e non, a conoscere, studiare, migliorarsi. Ecco che tutto ad un tratto, di colpo, ci troviamo alla fine della strada, convinti di aver trovato il bandolo della matassa. Tanto scrivere per ritrovarsi all’inizio della storia, ripensando a quella frase cult di Fortunato ci torna in mente quella iniziale leggera percezione di assenza che adesso, rileggendola ancora e ancora, diventa una sensazione di vuoto ingombrante (orrido ossimoro dall’innegabile fascino descrittivo). Una assenza che mi ha lasciato leggermente sconcertato, come forse ha lasciato alla stesso modo sconcertati tutti coloro che conoscono, più o meno, il pensiero del nostro Professore. Siamo infatti arrivati, gira e rigira, al nocciolo, al centro, alla massima che potrebbe essere alla base di tutto. C'è un solo bene, il sapere, ed un solo male, l'ignoranza. Chi fu a dirlo?
Quello che non compare nella frase, il grande
assente: Socrate. |
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