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Criminologia.it, la rivista Internet di teoria e scienze criminali diretta dal
Prof. Fortunato, si propone di diffondere lo studio e la ricerca della
criminologia e delle scienze dell’investigazione, dedicando a queste ultime
un'intera sezione tematica. Volendo discorrere d'investigazione,
pur rimanendo nell’alveo dell’argomentare di filosofia delle scienze, tanto caro
al Prof. Fortunato, intendo ispirarmi ad una frase del Prof. Francesco Sidoti,
Presidente del Corso di laurea in Scienze dell’Investigazione dell’Università
dell’Aquila, contenuta nel suo libro, Criminologia ed Investigazione,
dove ha definito l’investigazione, in una prospettiva kantiana, come una forma
di conoscenza sintetica a priori. Sappiamo che la conoscenza analitica a priori è assolutamente certa, ed in quanto tautologica non ci dice nulla di nuovo essendo sostanzialmente priva di valore informativo. L’esempio per eccellenza “il corpo è esteso”, citato dallo stesso Kant nella Critica della ragion pura, ci dice più o meno quanto ci potrebbe dire “la vittima è morta” in un’indagine per omicidio. Attenzione, non c’è nulla da ridere e tantomeno nulla di scontato o banale, stiamo parlando delle basi del sapere, tuttavia ciò non toglie che solo con i giudizi analitici si andrebbe poco lontano. D’altra parte, la conoscenza sintetica a posteriori, tipica degli empiristi, arricchisce la nostra conoscenza tramite l'esperienza e ci dice qualcosa di nuovo, che in partenza non era presente nel soggetto, ma non è in grado di fornirci oggettività, universalità e necessità. Rimanendo sugli esempi scolastici, il tavolo può essere verde ed il corpo può essere pesante, ma non possiamo sapere se tutti i tavoli sono verdi e tantomeno quanto il corpo sia pesante sino a che non lo avremmo verificato praticamente. In un’indagine, normalmente, tutto ciò o ci fa arrivare tardi o, nella migliore delle ipotesi, ci lascia in mezzo al guado. Fino a qui nulla di nuovo, questa è una vecchia storia che ci riporta indietro nel tempo fino all’epoca di David Hume, che proprio su questo argomento s’impantanò definitivamente quando, ponendosi il problema su quale fosse il motivo per cui il futuro dovesse necessariamente somigliare al passato, non riuscì, anzi per la verità neppure tentò, d’individuare quel principio di uniformità che si incaricasse di mantenere costanti le leggi della natura. Questa enpasse nel percorso logico-scientifico del filosofo e storico scozzese è ben testimoniata da una frase emblematica a lui attribuita: “Tutto è ignoto: un enigma, un inesplicabile mistero. Dubbio, incertezza, sospensione di giudizio appaiono l'unico risultato della nostra più accurata indagine”. Kant invece, che non si sarebbe sgomentato neppure davanti ad un ornitorinco[1], non si fece travolgere dai problemi o intimidire dalle difficoltà imponendosi l’obiettivo di razionalizzare la conoscenza eliminando la conoscenza psicologica fornita dall’abitudine Humiana. Per realizzare questa impresa il filosofo tedesco, forse durante una delle sue passeggiate, che si dice fossero utili ai cittadini di Konigsberg per rimettere l’orologio, prese la decisione di dare il là a quella rivoluzione copernicana del pensiero che, spostando la gravità della conoscenza dall’asse oggetto [ soggetto all’asse soggetto [ oggetto, ci regalò i giudizi sintetici a priori, fondamenti su cui poggia la scienza perché aggiungono qualcosa al dato, un qualcosa che non è dovuto all'esperienza bensì all'attività pura della ragione. Detto questo, non ci resta che collocare il tutto nell’ambito della scienza dell’investigazione. Come già detto, Kant, pur partendo dal presupposto che ogni conoscenza empirica provenga dai sensi, avendo preliminarmente invertito l’asse della conoscenza, riteneva fosse compito del soggetto pensante organizzare in maniera strutturale e relazionale il materiale acquisito attraverso le tre fasi dell’organizzazione cognitiva dell’esperienza. Una prima fase in cui le sensazioni non strutturate percepite dai sensi vengono ordinate rispetto ai quadri mentali a priori dello spazio e al tempo; una seconda fase in cui le percezioni, ordinate secondo spazio e tempo, vengono messe in relazione mediante le categorie della conoscenza, (Kant le riteneva a priori, quindi immutabili, ma con tutta probabilità non lo sono [2]) ed una ultima fase in cui i giudizi vengono organizzati all’interno di un unico sistema di conoscenza attraverso i principi della ragione. Così, a colpo d’occhio, queste tre fasi in sequenza, se elette a principi regolativi, sembrano essere oro colato per condurre una buona indagine e potrebbero rappresentare un primo buon argomento per avvicinare Kant e l’investigazione, almeno dal punto di vista del metodo. Ma siamo solo all’inizio, abbiamo si e no preso in esame il telaio, troppo c’è da ragionare prima di poter portare avanti un pur semplice discorso sulla macchina dell’investigazione. Per questo motivo, lasciamo Kant e torniamo a Sidoti, seguendolo passo passo sulla via maestra della filosofia della scienza. Ci dice il professore dal suo sito internet criminologie.net: “Sulla base delle molte indicazioni metodologiche degli autori più illustri, le scienze dell'investigazione si collocano dentro una tradizione consolidata a livello accademico, contenutistico, professionale. In ogni fenomeno reputato degno di attenzione, le scienze dell'investigazione trovano una collocazione nell'ambito di questo itinerario interpretativo: problema, teoria, leggi esplicative, descrizione del fenomeno, comprensione della situazione, esame delle conseguenze inintenzionali, spiegazione, riformulazione del problema“, per intendersi quella formula dello sviluppo della conoscenza: P1 - TT - EE - P2 che è possibile trovare, sotto forma di consiglio da seguire per i laureandi in procinto di realizzare la tesi [3], anche sul sito Internet del corso di Laurea in Scienze dell’Investigazione. Questa formula che attraverso Sidoti non può che portarci direttamente a casa di Karl Raimund Popper. Prima di affrontare, seppur succintamente ed in maniera decisamente strumentale alla bisogna del ragionamento, l’epistemologia falsificazionista popperiana vorrei aprire una brevissima parentesi citando una frase, pronunciata da Popper in persona e tratta da un’intervista rilasciata presso la sua abitazione a Kenley (Inghilterra) il 26 luglio 1989, nella quale l’epistemologo austriaco, parlando della sua teoria dei tre mondi, ci dice: ”Abbiamo dunque tre mondi: il mondo uno, delle entità fisiche; il mondo due, delle nostre esperienze e dei nostri pensieri, delle nostre speranze, delle nostre paure; il mondo tre, dei prodotti dei nostri pensieri, delle nostre speranze, delle nostre paure, in altre parole, dei prodotti del mondo due, mondo quest'ultimo che potremmo chiamare il mondo dell'animo umano e della mente umana …”. Kant e Popper, le fasi della conoscenza ed i mondi della realtà in tutti i suoi molteplici aspetti. Sidoti che li cita entrambi, traendone ispirazione ed insegnamento. Un coacervo di sapere ed intuizioni in cui è più che comprensibile possa muoversi, trovandoci infinito materiale intellettuale, uno studioso che ha dedicato tanta parte della sua vita professionale alla scienza dell’investigazione. Questa era solo una riflessione, per l’appunto una parentesi, un pensiero in libertà, infatti la teoria dei tre mondi, pur affascinante per una collocazione dell’investigatore nella realtà, poca cosa è rispetto all’importanza della rottura nel continuum del tessuto stesso della filosofia della scienza che Popper ha causato con la sua epistemologia falsificazionista. Il falsificazionismo che, esemplificato dalla formula poco sopra citata, configura un modello per natura ricorsivo all’infinito che ci costringe a riconoscere come la verità, logicamente irraggiungibile, debba essere vista più come un ideale regolativo che come un traguardo da conseguire o perseguire nella realtà. D’altronde fu lo stesso Popper, che aveva il dono della sintesi, a dire: ”Cerchiamo la verità, ma non possiamo sapere quando l’abbiamo trovata. Non abbiamo un criterio di verità e siamo tuttavia guidati dalla sua idea come principio regolativo”, dove quel … non possiamo sapere quando l’abbiamo trovata ...vale molto più di impossibile trovarla in quanto rendendola inconoscibile ci priva anche della pur minima speranza di poterla raggiungere, fosse anche per puro caso. Gorgia e Arcesilao non avrebbero saputo fare di meglio. Questa nuova concezione della filosofia della scienza portò a Popper tanti amici, per la verità pochi in Italia dove è stato conosciuto poco ed in ritardo, ma anche tantissimi ed acerrimi nemici. Citiamo ad esempio David Oldroyd il quale, prendendo spunto da un passo del La Repubblica di Platone, affermò che Popper aveva spezzato l'arco della conoscenza (The Ark of Knowledge è appunto il titolo del suo libro più famoso) generando una asimmetria arbitraria, o comunque discutibile, nella dinamica del pensiero umano, Paul Feyerabend il quale, da genio anarchico ed antimetodologico quale era, disse, senza tante parafrasi, che il falsificazionismo, se applicato integralmente, avrebbe spazzato "via la scienza quale la conosciamo e non le avrebbe mai permesso di avere un inizio" oppure le critiche, certamente più garbate ma altrettanto decise, di Marcello Pera, soprattutto sul tema del rifiuto dell’induzione. A giudicare dalle critiche, spesso aspre, verrebbe da dire che far saltare il continuum della filosofia della scienza mica a tutti conviene. Ma non c’è di che preoccuparsi. Conoscendo il caratterino tutt’altro che remissivo e cedevole dell’epistemologo austriaco, immaginiamo che Popper non abbia perso una sola nottata di sonno per colpa delle altrui critiche. Trovando appoggio sul falsificazionismo, caposaldo della epistemologia popperiana, torniamo sul tema iniziale, provando ad applicare la teoria di Popper, non già alla scienza dell’investigazione in senso teorico, ma alla investigazione in senso pratico. Stabilito per assioma, questo ce lo dice Sidoti, che la scienza dell’investigazione possiede tutte le caratteristiche della scienza sia in ambito filosofico generale che in ambito popperiano stretto, pensiamo di aver individuato un problema non di poco conto. Il rapporto tra la filosofia della scienza di Popper e la sua applicazione sul piano pratico alla scienza dell’investigazione diventa difficile se non di fatto impossibile quando si passa dalla teoria al piano reale. Ricapitoliamo. Popper escluse dal novero delle teorie scientifiche quelle che non potevano essere controllate o falsificate, affermando che una teoria scientifica è tale solo quando possa essere sottoposta a prove, nuovi controlli e tentativi di falsificazione. In questo senso è illuminante la quasi enfasi che immancabilmente traspare allorché l’epistemologo austriaco cita Albert Einstein che, come noto, era il primo a criticare e verificare in maniera severa le proprie teorie [4]. Secondo la teoria popperiana pertanto la controllabilità, ovvero la falsificabilità, di una teoria è condizione irrinunciabile della sua scientificità. Ma, come già precedentemente detto, il sistema per poter funzionare in un ottica popperiana, deve essere ricorsivo all’infinito, con la logica conseguenza che dopo ogni controllo superato si può solo affermare che la teoria ha superato la prova, non potendo dire molto di più. Semmai si potrà proseguire nell’esame della teoria oppure dedicarle maggiore attenzione, se prima non lo avevamo fatto. Tutto ciò, nella epistemologia popperiana, non può portare a molto, infatti l’unico scopo che Popper si pone è quello di falsificare la teoria, non quello di verificarla. Abbiamo visto, con buona pace dei neopositivisti, come Popper abbia avuto spesso ragione. Galileo fu parzialmente corretto da Newton, Newton da Einstein ed oggi, in diversi ambienti scientifici, mettere timidamente in discussione la teoria della relatività di Einstein non è più un considerato un tabù. Fino a qui nulla quaestio, siamo ancora nel campo dell’epistemologia e Popper la fa da padrone. I problemi iniziano quando si applicano gli stessi concetti alla scienza dell’investigazione. Il punto topico della questione è che nell’indagine criminale, ad un certo punto necessitano risposte. La sentenza che deriva da tutta la fase investigativa, o dalla fase investigativa più quella peritale tanto per riaprire a Fortunato, nei vari stadi di giudizio, pone fine all’esame della teoria e chiude il discorso. L’indagine si chiude ed anche se teoricamente esistono sistemi per riaprire i casi giudiziari definiti, sul piano statistico questa possibilità non incide molto avendo un valore numerico molto esiguo. Nella pratica l’applicazione costante del sistema di controllo e confutazione di Popper, in campo investigativo prima e giudiziale poi, non consentirebbe mai di uscire dal principio contenuto nell’art. 530 c.p.p. comma 2, introduttivo del concetto sinteticamente espresso dall’allocuzione latina in dubio pro reo. Arrivati a questo punto riprendiamo fiato e lasciata un attimo l’investigazione, entrando nel campo della metodologia peritale, chiediamoci cosa ne pensa il Prof. Fortunato. Fortunato nella sua recensione al libro di Francesco Sidoti “criminologia e sicurezza” (Fonte: il Riformista, pubblicata sul sito Criminologia.it), ci dice che “nella scienza, come nell’investigazione e nel processo penale, il metodo dovrebbe essere rivolto principalmente, prima che a scoprire la verità, a scoprire l’errore. Riducendo l’ambito dell’incertezza attraverso un risultato che sia provato, ovvero esaminato attentamente, riscontrato, accertato “fino a prova contraria”. Non credo che a Fortunato sia costata molta fatica fare questa recensione se è vero, come è vero, che nel suo manuale di metodologia peritale ha affermato: “Il perito scientifico deve procedere nella ricerca peritale per prove ed errori, la sua ricerca non avrà nulla di vero in assoluto, ma dovrà mirare a garantire al giudice un risultato peritale conclusivo che si allontani il più possibile dall’errore e che rimarrà vero finché non se ne dimostrerà la falsificazione” Se a Kant, all’epistemologia falsificazionista Popperiana, alle personali convinzioni scientifiche sulla metodologia peritale e sulla scienza dell’investigazione aggiungiamo un plafond di tipo socratiano e logico-aristotelico non è difficile comprendere i motivi del profondo sodalizio scientifico che unisce Sidoti a Fortunato. Certamente la strada che si è scelto Sidoti nella scienza dell’investigazione è più curvilinea e panoramica, vorremmo dire più interessante se non proprio affascinante, di quella che si è scelto Fortunato nella scienza peritale, decisamente più diretta ed impersonale nella sua ricerca metodologicamente logica, tertium non datur, della verità peritale a due valori, tuttavia le acque in cui navigano i due sono le stesse, i principi di base sono identici e comuni con tutti coloro che abbracciano la ricerca dell’ideale di verità nell’ottica di evitare o ridurre l’errore, nella direzione, se non proprio nell’orbita, indicata da Popper. Abbiamo osservato Sidoti attraverso Kant e soprattutto attraverso Popper, abbiamo visto Fortunato nel suo rapporto con Sidoti e con Popper. Abbiamo accertato come la scienza dell’epistemologo austriaco sia presente, spesso e volentieri, nel pensiero e soprattutto nelle opere scientifiche di entrambi. E’ proprio ragionando su queste basi che mi è sembrato di individuare un problema pratico nell’applicazione sistematica del falsificazionismo popperiano all’indagine criminale. Una lunga introduzione per arrivare alla riflessione originaria che mi ha fatto decidere a scrivere queste poche parole. Una riflessione che si condensa in una domanda: “Quando è che nell’indagine criminale, intesa come branca ristretta della scienza dell’investigazione, si cessa di lavorare per controllare e confutare con l’obiettivo di allontanarsi dall’errore, per poi, ad un certo momento, passare alla definizione di una teoria?” E di seguito, andando ancora più a fondo del problema: “E’ possibile che l’abilità dell’investigatore consista proprio nella individuazione, la migliore possibile, di quel momento esatto?” Tutto ha avuto inizio con un paragone, venutomi improvvisamente alla mente, con il gioco degli scacchi. Qualcuno potrà dire trattarsi di un paragone decisamente banale se si pensa a quanta letteratura di genere, più o meno impegnata, ha paragonato la lotta tra il malvivente e l’investigatore ad una partita a scacchi [5], ma la mia idea è quella di proporre una diversa visione della questione. Calcolando una partita di media lunghezza consistente in 50 mosse, per valutare tutte le possibili alternative sarebbe necessario analizzare un numero di posizioni che ammontano all’incirca al numero di 10 alla cinquantesima. Una cifra neppure immaginabile, assolutamente fuori dalla portata di qualsiasi super computer altrettanto difficile da immaginare (Deep blu farebbe ridere) [6]. Data per scontata l’impossibilità di eseguire sempre la mossa giusta, neppure usando la più straordinaria e futuristica tecnologia immaginabile, appare evidente come, applicando la teoria di Popper, vale a dire procedendo per confutazione in un progressivo avvicinamento alla mossa giusta evitando l’errore, non potremmo mai arrivare in fondo ad una sola partita. Sembrerebbe un ragionamento confutatorio di logica classica basato sulla reductio ad absurdum [7] e, infatti, neanche a farlo apposta, rimanendo in ambito scacchistico, fu proprio G. H. Hardy nella sua Apologia di un matematico, a dire che: “La reductio ad absurdum, tanto amata da Euclide, è una delle più belle armi di un matematico. È un gambetto molto più raffinato di qualsiasi gambetto degli scacchi: un giocatore di scacchi può offrire in sacrificio un pedone o anche qualche altro pezzo, ma il matematico offre la partita”. Nella realtà il punto di arrivo del ragionamento è molto più limitato e circoscritto e si limita solo a constatare come ad un certo momento dovremmo, giocoforza, cambiare metodo individuando una strategia, andando a verificarla con il movimento del pezzo. Vada come vada, in un decimo di secondo, od anche meno, dovremmo abbandonare Popper ed il suo falsificazionismo e fare una scelta. Stai a vedere che da popperiani convinti ci troveremmo ad indossare i panni del neo-positivismo. Un bel voltafaccia! Al di là delle facezie il problema esiste. E lo ritroviamo pari pari nella scienza dell’investigazione. Il punto cruciale è che a filosofia della scienza, proprio in quanto filosofia non si pone limiti. Come ci dice Vittorio Hosle: “La filosofia da una parte è meno delle altre scienze, in quanto non tratta con la stessa profondità, con la stessa precisione, delle singole sfere del mondo umano, d'altra parte è anche di più perché tratta di tutti, tratta del rapporto delle singole parti della nostra esperienza con il tutto…” La vita, il tempo, il sapere dell’uomo medio scorrevano tranquilli quando gli antichi greci pensavano che le stelle fossero buchi nel lenzuolo del cielo, quando Tolomeo si sperticava per dimostrare che la Terra era al centro dell’universo o quando l’Inquisizione si preoccupava di demolire le idee e il fisico, non certo la tenacia intellettuale, di un ormai stanco Galilei. Quando Einstein ha messo in crisi Newton, si è preso atto e si andati avanti e chissà, tra qualche secolo o magari decennio, visti i primi cedimenti e scricchioli, anche la teoria di Einstein verrà superata da un’altra teoria che spiegherà sempre più cose e via dicendo, finché esisterà la razza e soprattutto il pensiero umano. Purtroppo, la scienza dell’investigazione ed in particolare l’indagine, sua declinazione nel quotidiano, non possono funzionare così. Andateci voi a parlare di Popper e di verità intesa come ideale regolativo inconoscibile ad un Pubblico Ministero che vi ha già spedito due deleghe di indagine per approssimarsi dei termini di chiusura delle indagini preliminari! La battuta può anche sembrare leggera, ma avendo imparato ad apprezzare Socrate, non ho la minima difficoltà ad ammettere che spesso l’esempio è l’arma di chi è a corto di conoscenza ed argomenti, resta il fatto che nella realtà molte volte è proprio così. Quindi, per concludere, l’investigatore come il giocatore di scacchi? Più bravo è colui che, nell’ottica della filosofia della scienza, oltre ad eliminare il maggior numero possibile di ipotesi errate sa meglio cogliere il momento giusto, l’attimo fuggente in cui è vincente cambiare metodologia? Chiudere un ragionamento con una domanda non è molto ortodosso, ma più in là non riesco proprio ad andare. Dopotutto è solo un sasso, un sasso nello stagno. Fine. |
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© - Pubblicato in rete il 8.2.2008 |
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