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Chiesto al criminologo Fortunato un c
ommento sulla sentenza delitto di Cogne
di Francesco Cardella

Egregio Direttore,
sebbene Lei abbia deciso di non commentare più il delitto Cogne, Le sarei grato se ,eccezionalmente,volesse esprimere il Suo parere sulla sentenza della Cassazione.

Grato, colgo l'occasione per inviarLe i più cordiali saluti.
Francesco Cardella
 

Saverio Fortunato,  commento sulla condanna definitiva di Annamaria Franzoni
PERCHE' NON L'AVREI CONDANNATA
di Prof. Saverio Fortunato
(Specialista in Criminologia Clinica, docente all'Università di L'Aquila)

 

Gentile Dr. Cardella,
è vero, da quando la Tv ha mostrato la folla che prendeva il biglietto numerato per entrare ad assistere allo spettacolo della giustizia, ho deciso di non seguire più il caso, anche se le analisi che come Criminologiaclinica.it abbiamo fatto (e che sono ancora online), si sono rivelate, tutte, lungimiranti.
Le dico subito che dal mio punto di vista, come criminologo clinico, la colpevolezza va dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio (perché così vuole il diritto penale umanitario moderno) ed io credo che di ragionevoli dubbi, in quella storia processuale, ce n'erano tanti. In breve, considero la Franzoni colpevole, ma col dubbio dell'innocenza, quindi ritengo che doveva essere assolta, per il secondo comma dell'art. 530 cpp (la vecchia formula delle insufficienze di prove, per intenderci).
C'era il dubbio dell'assenza del movente (perché avrebbe ucciso?), dell'arma del delitto (mai individuata), del fatto che dopo aver ucciso il piccolo Samuele abbia accompagnato Davide alla fermata dello scuola-bus e l'autista abbia dichiarato che fosse tranquilla, normale (per la logica, ciò che-è è; ciò che non-è non è!), dal fatto che i suoi suoceri le siano rimasti sempre accanto e non mi sembra credibile che questi fossero meno severi nel ritenerla colpevole di aver ucciso il loro nipotino o meno, ansiosi che potesse uccidere anche gli altri due, di quanto potesse esserlo il perito, i Ris o il magistrato di turno!
Ecco, questi dubbi, che mi sembrano ragionevolmente ragionevoli, il processo non li ha smontati. Per questo l'avrei assolta.
Ma se fossi stato un giudice giudicante l'avrei assolta anche per un altro motivo.
Ammettiamo pure, per astratto, che io sbagli a ritenerla "colpevole col dubbio che sia innocente" e che le prove, al di là di ogni ragionevole dubbio, provassero la sua colpevolezza.
Ebbene, avrei pensato questo, tra me e me: posso condannare questa donna per aver ucciso il suo bimbo, ma in nome di cosa? In nome del popolo italiano? Ma che gliene frega al popolo dopo i vari "Porta-a-porta" e talk show televisivi che hanno spettacolarizzato questo processo? Al più lo percepiranno come il giudizio di chi nella Casa del Grande Fratello o sull'Isola dei Famosi, vota per l'esclusione di un concorrente. Dov'è il senso di giustizia o la deterrenza della pena, che potrebbe scongiurare altri potenziali rei ad imitare il delitto? Allora, diciamo in nome della certezza della pena? Ma quale certezza, se appena entrata in carcere le spetterà subito lo sconto di tre anni per l'indulto, figuriamoci strada facendo! Allora, in nome della rieducazione, della risocializzazione del reo? Ma da quando in qua il carcere concretamente (non in astratto) rieduca il reo? E la pena che questa donna porta dentro di sé, non è più grande di qualunque altra pena le potrebbe infliggere un giudice? Allora, in nome di cosa?. In nome di se stessi, solo in nome di me stesso l'avrei potuta condannare.
Avrei pensato e mi sarei tormentato notte e giorno: e se non è stata lei? E se questa creatura l'ha ucciso qualcun altro che le indagini non sono state in grado di scoprire, sia pure per la semplice ragione che l'uomo è fallibile in quanto uomo?  Se così fosse, le avrebbero ucciso il figlio, sarebbe stata accusata, processata, incarcerata e ora condannata. Che giustizia sarebbe?
E pur ammettendo che tecnicamente il diritto mi dettava la sua colpevolezza, al punto in cui si era, una donna che le persone del suo paesino le affidavano i propri bambini per accudirli e farli giocare, beh, mi sarei detto: se io certifico con tanto di timbro la colpevolezza di questa donna, dandole la patente, lo stigma, il marchio impresso per sempre di assassina del suo figliolo, allora non impedisco a lei stessa ed ai suoi due figli, la via di fuga da questa tragedia?
E questo marchio infamante, "assassina di suo figlio", che senso ha, oggi, se tutta la sua famiglia è unita? Si tratta di una famiglia molto numerosa e stanno con lei intere generazioni di parenti stretti. Sancire che è una madre assassina, a chi giova? Non ai suoi cari, non al futuro di quei due bambini che si ritrovano la loro mamma marchiata a vita, come assassina del loro fratellino. Che messaggio di giustizia, sarebbe?
Forse, il marchio di "madre assassina" importerebbe a quei numerosi spettatori che hanno preso il biglietto come allo stadio per assistere al processo-spettacolo? Al pubblico di "Porta-a-porta"? A chi? A chi? A me stesso, mi sarei detto! Importerebbe solo a me stesso e comincerei ad assaggiare la paura di esercitare una condanna che potrebbe apparire come una vendetta, un'interpretazione della giustizia come fatto privato, anziché sociale.
Avrei pensato, se la condanna non avesse alimentato più dubbi di quanto ne destava l'assoluzione; o se condannandola, non le avrei fatto pagare gli errori della sua difesa che, pur tentando, non è mai riuscita a tutelarla nemmeno da se stessa, perché non le ha impedito di scivolare su una serie di errori insormontabili.
Nel primo grado, la Franzoni, ha commesso errori a raffica: ha querelato i Ris, il Pm, il Procuratore capo, insomma! Come si può agire così? Poi è stata lasciata sola nell'illusione che bisognava difendersi in Tv dal processo, anziché nel processo! Nessuno le ha insegnato che i giudici vano sempre rispettati, anche quando sbagliano. Nessuno le ha letto l'apologia di Socrate. Nessuno le ha detto che nei tribunali non basta avere ragione, ma occorre ottenerla. E non la si ottiene facendo la guerra ai giudici. Poi, quel comitato pro-Annamaria, quell'esposizione mediatica, il libro, tutto quel folklore a cosa è servito? Troppi errori, troppi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: forse non esiste nessuna donna nella storia della criminologia clinica che per l'uccisione del figlio abbia riportato una condanna con il massimo della pena. Lei ha preso 30 anni in primo grado e con la riduzione tecnica di legge, col rito abbreviato, ha riportato 16 anni in secondo grado. Per omicidio, condannano mediamente a 20 anni in primo grado, 15 o meno in appello. Lei ha segnato il record negativo! Che vorrà dire?

 

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