Venerati e Cari Confratelli,
all’inizio del nostro
Consiglio Permanente vogliamo rinnovare al Santo Padre
Benedetto XVI la nostra incondizionata e cordiale
condivisione, insieme all’ammirazione per il suo diuturno
servizio pontificale a bene della Chiesa tutta. Il suo alto
Magistero e l’esempio della sua dedizione serena, mite e forte
per annunciare la verità di Cristo – nella cui luce si
riscopre il volto autentico dell’uomo e si salvaguarda lo
specifico della persona e della società – sono di sprone per
tutti noi e per le nostre Comunità. Vicinanza e ammirazione,
anzi amore vero verso il Papa, ci sono genuinamente
testimoniati dal popolo delle nostre Chiese.
1. Questa comunione
affettiva ed effettiva la rinnoviamo a pochi giorni da un
grave episodio di intolleranza che ha indotto il Santo Padre a
soprassedere rispetto alla visita da tempo programmata alla
Sapienza. Università che da oltre settecento anni vive in
quella Roma dove Vescovo è il Papa. Il clima di ostilità,
creato da una minoranza assolutamente esigua di docenti e
studenti, ha infine suggerito questa amara soluzione, essendo
venuti meno – come ha scritto il Cardinale Tarcisio Bertone al
Rettore – "i presupposti per un’accoglienza dignitosa e
tranquilla". Una rinuncia quindi che, se si è fatta
necessariamente carico dei suggerimenti dell’Autorità
italiana, nasce essa stessa da un atto di amore del Papa per
la sua città. Tutt’altro, dunque, che un tirarsi indietro,
come qualcuno ha pur detto, ma una scelta magnanime per non
alimentare neppure indirettamente tensioni create da altri e
che la Chiesa certo non ama, pur dovendole spesso suo malgrado
subire.
Grande è stata la
sorpresa e ancor più grande la tristezza dinanzi a quanto
accaduto, in particolare per quella considerazione che da
sempre la Chiesa nutre nei confronti dell’istituzione
universitaria – basterebbe pensare a come e dove sono nate le
Università – e che il discorso del Santo Padre preparato per
l’occasione è stata riproposta con argomentazioni
assolutamente pregnanti e originali. La risposta che Benedetto
XVI ha dato alla domanda sulla "vera, intima origine
dell’Università", la risposta – dicevo – è da iscriversi
idealmente sul frontespizio di ogni ateneo: soddisfare "la
brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuole sapere
che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole la verità". è
con questa vocazione squisitamente propria dell’università che
deve in ultima istanza confrontarsi anche chi si è sottratto
all’incontro col Papa. Di qui il rammarico – non solo nostro,
ma generale – nel dover constatare che il "luogo" privilegiato
dello studio e del confronto tra intelligenze libere – qual è
l’Università, che per questo diventa scuola di vita – si sia
precluso di fatto ad una presenza di universale autorevolezza
e ad un apporto accademico altissimo, cui ambiscono Università
di tutto il mondo. Questi d’altra parte sono gli esiti del
settarismo illiberale, antagonista per partito preso, che
assumendo per pretesto la nota e ormai ben indagata vicenda di
Galileo, hanno superficialmente manipolato la posizione a suo
tempo espressa da Joseph Ratzinger, facendone una bandiera
impropria per imporre la loro chiassosa volontà.
Come cittadini e come
Vescovi d’Italia non possiamo non essere preoccupati. Seppur
ci conforta che l’assenza forzata all’incontro è presto
diventata una presenza assai più dilatata del previsto.
L’importante discorso non solo è stato letto alla Sapienza, ma
è stato anche pubblicato su numerosi giornali, guadagnando
allo stesso un ascolto incomparabile. La straordinaria folla
di fedeli e di cittadini che ieri, domenica, sono convenuti su
invito del Cardinale Vicario in Piazza San Pietro per la
recita dell’Angelus, è la testimonianza fedele dei sentimenti
forti che albergano nel popolo italiano. Il che ci induce,
nonostante tutto, a guardare avanti e ad avere fiducia.
Fiducia nel buon senso che da sempre connota la nostra gente,
e che è congenitamente estraneo all’intolleranza. Fiducia nel
buon senso comune. Fiducia nella forza della ragione aperta
alla verità. Fiducia nella tradizione culturale del nostro
Paese, che ha sempre considerato il dialogo tra fede e ragione
la sorgente viva e vitale di progresso e di civiltà.
2. Cari Confratelli,
allargando ora lo sguardo, possiamo dire che veniamo da mesi
intensi di attività, ma anche, grazie a Dio, di riflessioni e
acquisizioni spirituali importanti che, in particolare, ci
sono state offerte con ritmo incalzante dal Santo Padre. Alla
luce del recente Natale le nostre comunità sono state sospinte
a chiedersi: "Abbiamo tempo e spazio per Dio? Può Egli entrare
nella nostra vita? Trova uno spazio in noi, o abbiamo occupato
tutti gli spazi del nostro pensiero, del nostro agire, della
nostra vita per noi stessi?" (Omelia
della Messa di Mezzanotte, 25 dicembre 2007).
A questo proposito,
come Vescovi ci sentiamo interpellati in maniera tutta
speciale. Al pari degli Apostoli, e in quanto loro successori,
infatti "siamo stati chiamati innanzitutto per stare con
Cristo, per conoscerlo più profondamente ed essere partecipi
del suo mistero d’amore e della sua relazione piena di
confidenza con il Padre" (Benedetto XVI,
Discorso ai partecipanti alla Riunione
dei Vescovi di recente nomina, 22 settembre 2007). E
poiché è questo il nostro fondamentale "programma apostolico",
va da sé che in esso rientra la preghiera che nutre il nostro
legame con Pietro, e quella per Pietro stesso. È, dunque, con
questa ispirazione che diamo avvio ai lavori della sessione
invernale del Consiglio Permanente, svolgendo anzitutto un
esercizio di discernimento collegiale sulla situazione
presente.
3. Per l’inizio del
tempo di Avvento, Benedetto XVI ha offerto alla Chiesa
universale la sua seconda enciclica: "Spe salvi", che ha
suscitato una vasta eco all’interno della comunità cristiana
ma anche nell’opinione pubblica generale. Il che, se da una
parte dice qualcosa dell’arsura in cui vivono gli uomini
d’oggi, dall’altra ci conforta sul fatto che proposte forti
sotto il profilo dei contenuti si possono proficuamente fare
anche in una temperie rarefatta come l’attuale. Con uno stile
felicemente personale, il Papa elabora una proposta
sorprendente che va al cuore e alla mente dei fedeli e dei
Pastori. Attraverso una tessitura testimoniale, egli conduce
un serrato ragionamento in cui storia, filosofia e teologia si
intrecciano per decodificare il desiderio di vita buona e
felice che c’è nel cuore dell’uomo e di ogni epoca.
Mostrando come, ad un
certo punto del cammino dell’umanità, le due grandi
idee-forza, la ragione e la libertà, si sono come sganciate da
Dio, per diventare autonome e contribuire all’edificazione di
un «regno dell’uomo» praticamente contrapposto al Regno di
Dio, il Papa evidenzia il diffondersi di una mentalità
materialista, che ha fatalmente illuso e deluso. Se per l’uomo
moderno la novità sta nella correlazione, anzi nella sinergia,
tra scienza e prassi, e l’attesa viene riposta nella
successione stupefacente delle scoperte che hanno
contrassegnato gli ultimi secoli, ecco che prende piede
l’"ideologia del progresso", ossia una "visione programmatica"
per la quale la restaurazione del paradiso perduto non si
attende più dalla fede, ma appunto dallo sviluppo scientifico.
"Non è – precisa il Papa – che la fede, con ciò, venga
semplicemente negata; essa viene piuttosto spostata su un
altro livello – quello delle cose semplicemente private e
ultraterrene – e allo stesso tempo diventa in qualche modo
irrilevante per il mondo" (n. 17). In altre parole, ciò che
"ha determinato il cammino dei tempi moderni" è anche ciò che
ha influenzato "l’attuale crisi della fede che, nel concreto,
è soprattutto crisi della speranza cristiana" (ib.).
Questo spiega molto
bene perché Benedetto XVI non esiti, dinanzi agli effetti di
questa congiuntura, ad invocare un atto di revisione profonda.
E mentre nel famoso discorso di Ratisbona (12 settembre 2006)
aveva avanzato l’esigenza di una seria autocritica da parte
della modernità, nell’enciclica odierna va oltre, e sostiene
che "nell’autocritica dell’età moderna confluisca
l’autocritica del cristianesimo moderno, che deve imparare di
nuovo a comprendere se stesso a partire dalle proprie radici"
(n. 22). In altre parole, emerge da qui una grande
chance offerta ai cultori della
modernità di andare al fondo delle contraddizioni in cui si
dimena la cultura odierna e individuare le aporie che sono la
causa della grande suggestione che illude ma non convince.
Nello stesso tempo, al cristianesimo d’oggi intimidito di
fronte ai successi della scienza, e per questo spesso
ripiegato solamente in ambito educativo e caritativo (cfr. n.
25), s’impone una ri-centratura sul suo essenziale, per far
scaturire da qui una nuova capacità propositiva che eviti al
mondo la "fine perversa" descritta già da Kant. Per questo,
asserisce il Papa, "la ragione ha bisogno della fede per
arrivare ad essere totalmente se stessa: ragione e fede hanno
bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e
la loro missione" (n. 23).
Naturalmente nessun
commento e nessuna sintesi sostituiscono la lettura del testo
dell’enciclica che noi, per la nostra parte, desideriamo porre
nelle mani dei fedeli perché ne facciano una lettura personale
e comunitaria, che può ravvivare i cammini di catechesi ed
essere riferimento per la predicazione speciale dei tempi
forti, come ad esempio della prossima Quaresima. Per la
riconsiderazione che il Papa fa dei Novissimi, l’enciclica si
pone come una concreta risorsa di rinnovamento della nostra
pastorale: dal battesimo alla cura delle realtà ultime. Ci
affidiamo in particolare ai nostri amati Sacerdoti, perché
vogliano vedere in questo testo una autorevole interpretazione
della crisi che ai vari livelli investe l’umanità di oggi, per
cogliere le possibilità di un dialogo rinnovato che non sia
fine a se stesso.
4. Non credo di
sbagliare se dico che è l’Italia, in particolare, ad avere
oggi bisogno della speranza. Questo Paese, che profondamente
amiamo, si presenta sempre più sfilacciato, frammentato al
punto da apparire ridotto addirittura "a coriandoli",
avvertono gli esperti. Proprio la recente analisi contenuta
nel Rapporto Censis 2007 avverte
che "un’inerzia di fondo … è la cifra più profonda della
nostra attuale società". In essa "si propende a pensare che la
colpa di tutto … sia da ricondurre a una complessa e comune
incapacità di costruire uno sviluppo partecipato" (pag. XVII).
Sembra davvero che, bloccato lo slancio e la crescita anche
economica, ci sia in giro piuttosto paura del futuro e un
senso di fatalistico declino. Sembra circolare una sfiducia
diffusa e pericolosa. Anche da osservatori stranieri arrivano
i segnali di una medesima lettura, forse ancora più
apocalittica e magari anche non disinteressata. Ma a me pare,
che non sia tanto a questi osservatori che dobbiamo essere
preoccupati di rispondere verbalmente, quanto che una
risposta, quella vera, la dobbiamo dare a noi stessi, e alla
ineludibile responsabilità verso il nostro futuro. Diagnosi
più circoscritte circa i punti della crisi pubblica che ci
affligge peraltro non mancano e il Presidente della
Repubblica, nell’incontro prenatalizio con i dirigenti della
politica, non ha mancato di farvi riferimento. A noi Vescovi
interessa, se possibile, guardare più in profondità, alla
crisi interiore che è in parte causa e radice della stessa
crisi pubblica, seppur non ci sfuggono le tante, innumerevoli
testimonianze di bene che prendono forma sul territorio, e
neppure ci sfuggono una diffusa riservatezza e capacità di
sopportazione che rappresentano esse stesse, se si vuole, un
indizio di possibile ripresa e capacità di futuro.
Però, pensando ai
nostri fratelli, non possiamo non dire loro con le parole
dell’enciclica che, seppur avessimo tante piccole o anche
grandi speranze "che ci mantengono in cammino", ma non
conoscessimo Dio, saremmo pur sempre privi della grande
speranza, quella che "deve superare tutto il resto" (n. 31).
Saremmo senza quella resistenza, quella lucidità di giudizio,
quella carità profonda che fanno sperimentare la vita, e la
vita in abbondanza (cfr. n. 27). Ecco da dove nasce l’offerta
della Chiesa al nostro Paese. La Chiesa non vuole e non cerca
il potere, come pure viene scritto in questa stagione su
taluni giornali. Con la sua testimonianza pubblica e grazie
alla capillarità della sua presenza vicina alla gente, la
Chiesa vuole aiutare il Paese a riprendere il cammino, a
recuperare fiducia nelle proprie possibilità, a riguadagnare
un orizzonte comune. A fronte di tanti sforzi che pure vengono
condotti, e che hanno bisogno di più energia per affermarsi,
c’è davvero bisogno di una speranza più grande delle altre,
che possa dare la direzione al cammino futuro.
5. Lo dicevamo nella
recente Nota pubblicata all’indomani del Convegno ecclesiale
di Verona (cfr. n. 20). Nel pronunciare il suo sì a Dio, la
nostra Chiesa dice sì anche all’uomo concreto, dice sì a
questa società con le sue dinamiche complesse e a volte
contraddittorie, dice sì alla cultura magmatica eppure vitale
in cui è a sua volta inserita. La Chiesa non ha paura di
amare. E questo fa: si realizza cioè come la Chiesa del sì,
anche quando si vede costretta a dire − senza arroganze e con
parresìa − dei leali no. E ogni volta li dice per pronunciare
un sì più grande alla vita, alla persona intera, alla
giustizia, alla pace, all’amore, alla coscienza, al progresso,
al creato; per confermare il sì all’Italia, al suo futuro e
alla sua vocazione in seno all’Europa e nel concerto dei
popoli.
5.1. La Chiesa, ad
esempio, dice sì alla famiglia, fondata sul matrimonio tra un
uomo e una donna. Per questo si oppone alla regolamentazione
per legge delle coppie di fatto, o all’introduzione di
registri che surrogano lo stato civile. Non la muove il
moralismo, o peggio il desiderio di infliggere pesi inutili o
di frapporre ostacoli gratuiti. Al contrario, abbiamo a cuore
davvero il futuro e il benessere di tutti. Conferendo diritti
e privilegi alle persone conviventi, apparentemente non si
tolgono diritti e privilegi ai coniugi, ma si sottrae di fatto
ai diritti e ai privilegi dei coniugi il motivo che è alla
loro radice, ossia l’istituto matrimoniale che nessuno – a
questo punto − può avere l’interesse a rendere inutile o
pleonastico, o a offuscare con iniziative, quali il divorzio
breve, che avrebbero la forza di incidere sulla mentalità e il
costume, inducendo atteggiamenti di deresponsabilizzazione. Un
importante uomo di cultura, il prof. Aldo Schiavone, in un
articolo del 24 dicembre, tra l’altro scriveva: "Quel che
chiamiamo famiglia è infatti una costruzione sociale che non
ha al suo interno nulla di prestabilito in eterno. Tutto in
essa è solo storia …". Individuando in un simile assunto la
tipologia di tante affermazioni, talora anche strampalate, ci
permettiamo con rispetto di obiettare radicalmente a questa
posizione: certamente le forme culturali hanno il loro peso
nell’espressività dell’uomo e persino nella definizione che
l’uomo riesce a dare di sé, ma non arrivano al punto di
manomettere la figura umana tipica e distintiva. La struttura
della famiglia non è paragonabile ad un’invenzione stagionale,
e questo almeno per due motivi. Il primo, è relativo alla
indubitabile complementarietà tra i due sessi; il secondo,
riguarda il bisogno che i figli hanno, e per lunghi anni, di
entrambe le figure genitoriali, quanto meno per il loro
equilibrio psichico e affettivo. Il nostro Paese ha bisogno
della struttura che è garantita dalle famiglie vere per
continuare a dare a se stesso un impianto di solidità e di
slancio in avanti. È una problematica questa che, per la
verità, non investe solo l’Italia, anzi per certi versi la
investe meno di altri Paesi. Il che spiega, ad esempio, perché
c’è stato nell’ottobre scorso, a Fatima, un incontro dei
Presidenti delle Conferenze episcopali d’Europa che hanno
messo a fuoco la loro convergente preoccupazione sul futuro
della famiglia, svanendo la quale si metterebbe peraltro a
repentaglio il futuro dell’Europa stessa. Di qui il riproporsi
significativo, al di là dei confini nazionali, di iniziative
come il nostro Family
Day che per nessuno voleva essere e
per nessuno è stato una minaccia, ma piuttosto l’indicazione
di una via da percorrere.
5.2. La Chiesa, mentre
fermamente si oppone alle discriminazioni sociali poste in
essere a motivo dell’orientamento sessuale, dice anche la
propria contrarietà all’equiparazione tra tendenze sessuali e
differenze di sesso, razza ed età. C’è un gradino qualitativo
che distanzia le prime dalle seconde, e non è interesse di
alcuno misconoscere la realtà che appartiene alla struttura
dell’essere umano in quanto tale. Come non scorgere nelle
teorie che tolgono ogni rilevanza alla mascolinità e alla
femminilità della persona, quasi che queste siano una mera
convenzione pseudo-culturale, un’accentuazione oggettivamente
autolesionistica, un deprezzamento alla fin fine della stessa
corporeità che si vorrebbe unilateralmente esaltare? Facile
obiettare che la Chiesa non dovrebbe ingerirsi in queste
questioni: diciamo anche noi, con Benedetto XVI (nel
Discorso alla Curia Romana, 22
dicembre 2006), forse che la persona non ci deve interessare?
Come facciamo a non curarci del destino e della felicità di
coloro al cui servizio siamo mandati?
5.3. è ancora per dire
sì alla dignità della persona che la Chiesa denuncia la logica
relativistica che domina nei consessi internazionali, per la
quale l’"unica garanzia di una umana convivenza pacifica tra i
popoli, (è) il negare la cittadinanza alla verità sull’uomo e
sulla sua dignità nonché alla possibilità di un agire etico
fondato sul riconoscimento della legge morale naturale": sono
parole di Benedetto XVI, pronunciate alle Organizzazioni non
governative cattoliche che erano andate a visitarlo il 1°
dicembre scorso. Difficile non vedere annidata proprio qui una
delle contraddizioni più vistose della politica
internazionale: da una parte si dà la giusta priorità, in
faccia a qualunque regime politico, al rispetto dei diritti
umani fondamentali dell’uomo, dall’altra spregiudicatamente si
nega questo o quel diritto in funzione di campagne mirate, e
adottate per interessi materiali o imposte per pressioni
ideologiche. Quanto all’Unione Europea, non possiamo non
apprezzare i risultati del recente vertice di Lisbona nel
quale è stato solennemente firmato il nuovo Trattato europeo,
che ha come parte integrante la Carta dei diritti dei
cittadini. Mentre si attendono le necessarie ratifiche da
parte dei singoli Stati, non possiamo non auspicare che di
questi documenti vengano date interpretazioni non forzate e
non strumentali nella logica di un’esasperazione dei diritti
esclusivamente individuali. Resta peraltro attuale l’esigenza,
più volte avanzata in passato, di garantire il rispetto delle
specifiche identità culturali e delle tradizioni dei Paesi
membri, nella piena valorizzazione del principio di
sussidiarietà e dei limiti di competenza dell’Unione europea.
C’è da dire che nel
Messaggio che Benedetto XVI ha pubblicato in occasione della
recente giornata per la Pace del 1° gennaio 2008, incentrato
su "Famiglia umana, comunità di pace", oltre che essere
indicate la reale interdipendenza e le profonde connessioni
che legano il nucleo primario della società agli effettivi
destini del mondo, è individuato anche il vincolo necessario
tra la norma giuridica e la legge naturale. Dove la prima, "la
norma giuridica che regola i rapporti delle persone tra loro,
disciplinando i comportamenti esterni e prevedendo anche
sanzioni per i trasgressori, ha come criterio la norma morale,
basata sulla natura delle cose". Il Papa non tace sulla
ragione dei troppi arbitrii che si registrano nelle relazioni
tra gruppi umani e tra gli stati, osservando che, "sì, le
norme esistono, ma per far sì che siano davvero operanti
bisogna risalire alla norma morale naturale come base della
norma giuridica, altrimenti questa resta in balìa di fragili e
provvisori consensi" (n. 12). E subito dopo aggiunge. "La
crescita della cultura giuridica nel mondo dipende, tra
l’altro, dall’impegno di sostanziare sempre le norme
internazionali di contenuto profondamente umano" (n. 13).
6. Una vasta eco ha
avuto nel mese di dicembre la moratoria contro la pena di
morte votata nell’assemblea dell’Onu da 104 Paesi. Ai quali è
vivamente auspicabile che altri Paesi via via si aggiungano,
come sta già accadendo, a condividere un fondamentale approdo
di civiltà giuridica e di consapevolezza delle insopprimibili
ragioni di ogni vita umana. Com’è noto, per raggiungere questo
risultato, molto ha lavorato l’Italia, che infatti è stata
riconosciuta come la vera artefice dell’importante
pronunciamento. Ci piace qui rilevare come questo obiettivo,
al nostro interno, sia stato perseguito sia dalla società
civile che dai responsabili politici, in una fruttuosa
complementarietà che ha procurato all’iniziativa diplomatica
il più vasto consenso popolare.
Era in qualche modo
inevitabile che, votata la moratoria contro la pena di morte
comminata dagli Stati come sanzione ai delitti più gravi, si
ponesse l’attenzione ad un’altra gravissima situazione di
sofferenza del nostro tempo qual è, con l’aborto, l’uccisione
di esseri innocenti e assolutamente indifesi. È vero che
concettualmente non c’è perfetta identità tra le due
situazioni, ma solo una stringente analogia, che tuttavia non
fa certo derivare la condanna dell’aborto da quella della pena
di morte, giacché il delitto di aborto è, come avverte il
Concilio Vaticano II (GS n. 51),
abominevole di per sé, ed è un’ingiustizia totale. Come non
valutare benefica la discussione che, nel nostro Paese, si è
aperta nel corso delle ultime settimane, e come non essere
grati a chi per primo, da parte laica, ha dato evidenza
pubblica alla contraddizione tra la moratoria che c’è e quella
che fatichiamo tanto a riconoscere?
Il fatto che, a
trent’anni dall’approvazione della legge 194 che rende
giuridicamente lecito l’aborto, la coscienza pubblica non
abbia "naturalizzato" ciò che naturale non è, è un risultato
importante, di cui dobbiamo dare atto a chi − per esempio il
Movimento per la vita − mai si è rassegnato. E fin dal primo
momento ha cercato di promuovere un’iniziativa amica delle
donne che le aiuti nella decisione, talora faticosa, di
accettazione dell’esistenza diversa da sé che ormai è accesa
in grembo. La Giornata della Vita, che con lungimiranza la
nostra Conferenza Episcopale promuove da oltre venticinque
anni – è imminente la 30a −, ha certamente contribuito –
grazie anche all’apporto dei nostri media − a quell’allerta
culturale per la quale la vita umana non può mai, in alcun
caso, in alcuna situazione, per alcun motivo, essere
disprezzata o negletta. Ha invitato a considerare vita la
vita, sempre, fin dall’inizio, e non solo per gli adulti
gagliardi ed efficienti.
Da parte della Chiesa
non esiste alcuna "intenzionalità bellica": dobbiamo
continuare a dire che la vita è dono, e che non è nella
disponibilità di alcuno manometterla o soffocarla. E dobbiamo
ad un tempo ricordare che l’amore umano è sempre associato a
una responsabilità che si esprime anche quando lo si intende
come gioco distratto e leggero. Quella della vita è una grande
causa, la causa che ci definisce e ci qualifica, alla quale
noi Vescovi vorremmo che, prima o poi, si associassero davvero
tutti.
Chiediamo, almeno come
cittadini di questo Paese, che si verifichi ciò che la Legge –
intitolata alla "tutela della maternità" − ha prodotto e ciò
che invece non si è attivato di quanto prevede, soprattutto in
termini di prevenzione e di aiuto alle donne, e dunque alle
famiglie. Inoltre, come si può, solo per questa legge,
deliberatamente ignorare il portato delle nuove conoscenze e i
progressi della scienza e della medicina e non tener conto che
oltre le 22 settimane di gestazione c’è già qualche
possibilità di sopravvivenza? Per questo occorre razionalmente
non escludere almeno l’aggiornamento di qualche punto della
legge, pur continuando noi Vescovi a dire che non ci può mai
essere alcuna legge giusta che "regoli" l’aborto. Ci
permettiamo anche di suggerire che i fondi previsti dalla
legge 194, all’art. 3, magari accresciuti da apporti delle
Regioni, siano dati in dotazione trasparente ai consultori e
ai centri – comunque si chiamino – di aiuto alla vita, giacché
l’esperienza insegna che già pochi mezzi forniti per un primo
intervento sono talora sufficienti per dare ascolto alle
donne, aiutarle a riconoscere la propria forza, a non sentirsi
così sole in una comunità che non può continuare a considerare
la maternità un lusso privato e l’aborto una forma di risposta
sociale. Ovvio che una simile provvista non esonera la
politica della famiglia a dare finalmente risposte adeguate.
Tuttavia, è sempre possibile lavorare insieme perché forme
concrete di solidarietà trovino spazio, e anche nel campo
della maternità non prevalga definitivamente la solitudine,
l’estraneità sociale, il disinteresse.
7. Grande impressione
ha suscitato a ridosso delle feste natalizie il rogo che
nell’acciaieria torinese della ThyssenKrupp ha procurato la
morte – immediata o successiva − di ben sette operai, alcuni
dei quali ancora giovani. Il confratello Arcivescovo di
Torino, Cardinale Severino Poletto, ha pronunciato nelle
omelie delle quattro Messe esequiali parole doverosamente
severe, alle quali noi cordialmente ci associamo. Davvero il
posto di lavoro non può essere messo in ballottaggio con la
vita e il vero progresso non può tollerare condizioni di
lavoro tanto rischiose da compromettere ogni anno la salute e
la vita di un elevatissimo numero di cittadini. Sono drammi
che le nostre comunità parrocchiali conoscono uno ad uno, e a
cui i nostri sacerdoti sono vicini. E bisogna dire che anche
il cordoglio politico non è mancato e non manca. Ciò a cui
forse non si è ancora pervenuti è una sufficiente e corale
determinazione a non consentire più eccezioni nei sistemi di
messa in sicurezza, nei controlli serrati e inesorabili, nelle
politiche delle aziende piccole e grandi. Le organizzazioni
imprenditoriali e le singole aziende devono fare un passo
avanti in quell’autodisciplina rigorosa e metodica che nel
rispetto coscienzioso delle leggi potrà dare risultati
importanti. Dal canto suo, la politica non può più limitarsi
alle parole o ai provvedimenti che nascono evasivi. Bisogna
che ciascuno, per la sua parte di responsabilità, senta che la
popolazione è stanca di promesse e misura qui, più che in
altri campi, l’affidabilità e credibilità del sistema Paese.
Affidabilità e
credibilità sono vistosamente in gioco anche nella vicenda
delle immondizie che da troppo tempo sta affliggendo Napoli e
la Campania senza che l’opinione pubblica locale e nazionale
riesca a capire come stiano effettivamente le cose: fino a
dove c’entra la malavita organizzata e le complicità di cui
essa gode, e dove comincia la mala-politica, la latitanza
amministrativa, il palleggiamento delle responsabilità,
l’ignavia delle istituzioni. Il confratello Arcivescovo di
Napoli, Cardinale Crescenzo Sepe, insieme ai Vescovi della
Campania, hanno preso posizione ferma, e noi non possiamo che
essere solidali con loro.
Altro versante
problematico, nel quale la Chiesa sa di dover dire il suo sì
agli italiani, è quello della moralità sociale e della
legalità pubblica che sono dimensioni proprie della
cittadinanza rispetto ai vincoli collettivi. Situazioni
specificatamente delicate si presentano – com’è noto − in
alcuni territori del Paese, quelli più interessati dalla
malavita organizzata, dalla ‘ndrangheta e dalla mafia,
fenomeni che da tempo tendono peraltro a ramificarsi
all’esterno, in regioni un tempi immuni e anche – come s’è
visto l’estate scorsa − all’estero. Non possiamo, a questo
riguardo, non apprezzare ciò che sta avvenendo per iniziativa
delle associazioni di volontariato, chiamate Addiopizzo o in
altro modo, e anche di importanti associazioni di categoria,
grazie alle quali è in atto – secondo un comunicato della
Conferenza episcopale siciliana – "un’efficace ribellione
della società civile" nei confronti di schiavitù antiche e
nuove abusivamente imposte dal racket e dall’usura. Un analogo
appello accorato era prima venuto dai confratelli della
Calabria, a loro volta impegnati a sostenere le forze buone
del riscatto e della rinascita che anche lì sono presenti. A
questi Vescovi e alle loro Chiese va la solidarietà convinta
della nostra Conferenza, insieme all’impegno per una accorta
vigilanza in ogni regione d’Italia.
8. Nel 60° anniversario
della Carta Costituzionale che, specialmente nella sua prima
parte, è così antropologicamente significativa – e dunque vera
nel senso di non superata – e in un momento della vita sociale
così delicato e con varie sfide aperte, non possiamo come
Vescovi non rivolgerci all’intera classe politica per
esprimerle la nostra considerazione e il nostro
incoraggiamento.
Nessuno si stupisca se
in questo quadro diciamo una parola ai politici di ispirazione
cristiana, a coloro che tali sono e così si sono presentati al
corpo elettorale, al quale devono rispondere. Vogliamo
ricordare la parola rivolta da Benedetto XVI
all’Internazionale Democratica di Centro e
Democratico-cristiana, il 21 settembre 2007. "La dottrina
sociale della Chiesa offre, al riguardo, elementi di
riflessione per promuovere la sicurezza e la giustizia, sia a
livello nazionale che internazionale, a partire dalla ragione,
dal diritto naturale ed anche dal Vangelo, a partire cioè da
quanto è conforme alla natura di ogni essere umano e la
trascende". Ebbene, si trova qui il motivo per cui, sui temi
moralmente più impegnativi, assecondare nelle decisioni una
logica meramente politica, ossequiente cioè le strategie o le
convenienze dei singoli partiti, è chiaramente inadeguato. Lo
è per una coscienza schiettamente morale, ma lo è ad un tempo
per una coscienza anche religiosamente motivata. È vero che il
Magistero cattolico prevede il voto positivo a provvedimenti,
anche su materie critiche, volti "a limitare i danni di una
legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della
cultura e della moralità pubblica" (Giovanni Paolo II,
Evangelium vitae, n. 73), ma questo
non è il caso invocabile allorché un provvedimento legislativo
è ancora tutto da allestire o viene presentato al Parlamento.
In un simile contesto, quando cioè si tratta di avviare
proposte legislative che vanno in senso contrario
all’antropologia razionale cristiana, i cattolici non possono
in coscienza concorrervi. Non c’è chi non veda infatti che una
cosa è operare perché un male si riduca, altra cosa è
acconsentire, in partenza, che leggi intrinsecamente inique
vengano iscritte in un ordinamento. E non si tratta, qui, di
un’imposizione esterna, ma di una scelta da operare
liberamente in una coscienza "già convenientemente formata" (GS
n. 43). Rispetto alla quale non possono esistere vincoli
esterni di mandato, in quanto la coscienza è ambito interno,
anzi intrinseco, alla persona, e dunque obiettivamente non
sindacabile. Il voto di coscienza, in realtà, è una risorsa a
esclusivo servizio della politica buona, e dunque –
all’occorrenza – può e deve diventare una scelta trasversale
rispetto agli schieramenti, e invocabile in ogni legislatura.
Nessuno pensi che
dietro a queste parole ci sia un disegno egemonico che si vuol
perseguire. Vale infatti quello che il nostro Papa diceva
nella occasione sopra ricordata: "La Chiesa sa che non è suo
compito far essa stessa valere politicamente questa sua
dottrina: del resto suo obiettivo è servire la formazione
della coscienza nella politica e contribuire affinché cresca
la percezione delle vere esigenze della giustizia e, insieme,
la disponibilità ad agire in base ad esse, anche quando ciò
contrastasse con situazioni di interesse personale" (Ib.).
Ed è esattamente questo, non altro, ciò che preme alla nostra
Conferenza.
Ci auguriamo
intensamente che, mettendo sempre meglio a fuoco i compiti
propri a ciascuno, possa crescere nel nostro Paese una
interpretazione più ricca e sempre meno unidirezionale della
laicità. Segnali nuovi peraltro, anche solo in Europa, non
mancano. Possiamo aspettarci un rapido contagio delle idee
nuove che stanno emergendo alla luce anche di condizioni
ideali e culturali sempre più problematiche. Studiosi di fama
internazionale hanno nei mesi scorsi ripetuto che c’è un
posto, nella democrazia, per le religioni, come crogiuolo di
senso e di felice appartenenza ad una storia e ad una
tradizione. Il che dà identità e serena sicurezza. Non c’è
scritto da nessuna parte che un vivace pluralismo culturale
debba coincidere con un secolarismo aggressivo e intollerante,
come è accaduto nei giorni scorsi. Dire, come pure qualcuno ha
detto, che la Chiesa Cattolica ha un’irresistibile vocazione
al fondamentalismo significa fare della gratuita polemica,
senza la disponibilità a mettere sul tavolo argomenti
costruttivi e utili ad un confronto magari vivace, ma non
caricaturale.
9. Sul fronte sociale,
le testimonianze che direttamente raccogliamo nei nostri
contatti con la gente ci avvertono che nell’anno appena
trascorso si sono aggravate le condizioni economiche di molte
famiglie. Avevamo già posto in evidenza – nella nostra
assemblea del maggio scorso − il fenomeno dell’accresciuto
ricorso ai centri di ascolto Caritas e all’aiuto dei "pacchi
viveri" da parte di anziani soli e soprattutto di famiglie con
figli. Le segnalazioni delle strutture sono proseguite e
l’ultimo rapporto della Caritas italiana e della Fondazione
Zancan sulla povertà e l’esclusione sociale in Italia ha
fornito una fotografia assai precisa, e per molti versi
preoccupante, dello stato di bisogno nel quale sono caduti
molti nuclei familiari. "Avere tre figli da crescere comporta
un rischio di povertà pari al 27,8%, valore che nel Sud sale
al 42,7%", si legge nel rapporto pubblicato nell’ottobre
scorso. "E il passaggio da tre a quattro componenti, espone 4
famiglie su 10 alla possibilità di essere povere, mentre 5 o
più componenti aumentano il rischio di povertà del 135%".
Insomma, ogni nuovo figlio, oltre che una speranza di vita,
rappresenta purtroppo un rischio in più di impoverimento. "Di
fatto – sottolineava in conclusione la stessa Caritas –
l’Italia incoraggia le famiglie a non fare figli".
Rispetto a questo
contesto, l’azione di governo attraverso la legge finanziaria
ha dato risposte assai parziali come il bonus – pure
importante − per gli incapienti. A fronte di misure positive
volte alla generalità dei contribuenti, quali gli sconti per i
proprietari di abitazione e per gli affittuari a basso
reddito, è urgente una strategia incisiva d’intervento
strutturale volta al sostegno della famiglia nei suoi compiti
di allevamento e cura dei figli. Solo all’ultimo è stata
introdotta una detrazione aggiuntiva, rivolta esclusivamente
ai nuclei con 4 o più figli a carico. Segnale di attenzione
alle famiglie numerose che va colto, ma certo limitato quanto
a consistenza e platea di beneficiari. Le cifre relative alla
povertà sopra evidenziate, invece, segnalano come sia
necessario porre mano con urgenza – anche in riferimento alla
continua, allarmante crescita dei prezzi − a una politica di
rinforzo degli stipendi più bassi e delle pensioni minime, e
in questo contesto esprimere un sostegno alle famiglie non
limitato ai soli redditi, ma mirata ai carichi familiari.
Il comparto sicurezza è
uno di quelli che hanno procurato negli ultimi mesi tensioni e
preoccupazioni. Se si vuole realmente incidere, bisogna dare
certezza al diritto e mettere anche economicamente le forze
dell’ordine nella condizione di agire.
10. A livello
ecclesiale non ci è certo sfuggita una singolare convergenza
di sollecitazioni. Da una parte la "Nota dottrinale su alcuni
aspetti dell’evangelizzazione",
emessa dalla
Congregazione per
la Dottrina
della Fede,
dall’altra il lungo passaggio che il Santo Padre ha dedicato
sempre all’evangelizzazione nel
Discorso alla Curia Romana del 21 dicembre 2007; infine
l’intervento all’Angelus di
domenica 23 dicembre. Diceva in quella occasione il Papa:
"Nulla è più bello, urgente ed importante che ridonare
gratuitamente agli uomini quanto gratuitamente abbiamo
ricevuto da Dio. Nulla ci può esimere o sollevare da questo
oneroso ed affascinante impegno". Per una Chiesa
tradizionalmente molto impegnata sul fronte della missione,
com’è quella radicata in Italia, riconoscersi in questo
rinnovato imperativo evangelizzatore non è certo difficile. Ma
è utile ricordarlo per ciò che esso significa sia nei termini
di quell’auto-evangelizzazione che non è mai veramente
compiuta, sia nei riguardi degli immigrati che arrivano sul
suolo italiano, sia nell’impegno "ad
gentes", attraverso l’opera di
missionari e missionarie.
Diceva il Santo Padre
nel citato Discorso alla Curia Romana
del 21 dicembre 2007 che "diventare discepoli di Cristo è
dunque un cammino di educazione verso il nostro vero essere,
verso il giusto essere uomini": è la ragione per cui noi
stiamo guardando con crescente interesse e vera fiducia al
compito educativo, non perché esso risulti facile quando non
si è più sicuri delle norme da trasmettere e non si sa più
quale sia il giusto uso della libertà, ma proprio perché è
particolarmente arduo.
Nella vita delle nostre
comunità sono arrivati, all’inizio dell’Avvento, i tre volumi
del nuovo Lezionario, domenicale e festivo, per l’intero ciclo
triennale. Un fatto significativo che corona una lunga attesa
e un intenso lavoro. Come è già stato doverosamente comunicato
agli Uffici Liturgici diocesani, c’è rammarico per la decina
di errori sfuggiti ad una revisione dei testi ritenuta
affidabile, e sui quali naturalmente si interverrà al più
presto.
Nel Messaggio che
Benedetto XVI ha inviato alla 45a Settimana Sociale dei
cattolici italiani (Pistoia, 23 settembre 2007), chiedeva che
gli stessi cattolici "sappiano cogliere con consapevolezza la
grande opportunità che offrono queste sfide e reagiscano non
con un rinunciatario ripiegamento su se stessi, ma – al
contrario – con un rinnovato dinamismo, aprendosi con fiducia
a nuovi rapporti e non trascurando nessuna delle energie
capaci di contribuire alla crescita culturale e morale
dell’Italia". È questa consegna che mi induce oggi a rinnovare
tutta la mia considerazione per il "Progetto culturale
cristianamente ispirato" che, lanciato dal Cardinale Camillo
Ruini nel 1994, ha avuto un primo varo nel Convegno ecclesiale
di Palermo del 1995, e il definitivo avvio nel biennio
1996-98. Esso ha aiutato nell’ultimo decennio la Chiesa che è
in Italia a individuare una "nuova svolta antropologica come
il passaggio obbligato nel rapporto fede-cultura-società",
diventando "un punto di riferimento" per altre Conferenze e
"un fattore dinamico di paragone e di confronto, talora
dialettico, con tutti i soggetti pubblici che agiscono nella
società civile italiana e non solo" (Patriarca Angelo Scola,
Intervento all’Università Cattolica,
5 novembre 2007). Sono intimamente convinto che questo
Progetto abbia prodotto molto di più di quanto esteriormente
talora non appaia, in termini di una maggior consapevolezza ai
diversi livelli: quello della pastorale ordinaria, giacché è
attraverso tutta la sua attività che la Chiesa vuol fare
anzitutto cultura; quindi mediante la presenza e l’azione dei
cristiani nel mondo, i quali incidono nella misura in cui la
fede diventa per loro vita vissuta; infine attraverso la
valorizzazione della dimensione intellettuale e l’esercizio
delle attitudini proprie di chi fa vocazionalmente cultura. In
particolare, il Progetto è stato una felice occasione per far
emergere competenze e professionalità, porle in rete, e
convocarle a convergente riflessione su temi nevralgici. È il
momento, a me pare, per dare un ulteriore sviluppo al
Progetto, rafforzando un poco la struttura centrale e
suggerendo a questa di promuovere periodicamente dei momenti
pubblici di elaborazione e di proposta ad alto livello, dando
la priorità − se questo sarà condiviso − ai temi della
coscienza nel suo nesso con la libertà e la responsabilità.
Cari Confratelli, il
tempo intercorso dall’ultima nostra riunione e i fatti in esso
accaduti, mi hanno indotto ad una riflessione più articolata
del consueto. Per questo mi scuso, appellandomi alla vostra
indulgenza. L’entità dei problemi che attendono la nostra
valutazione ci sollecita anzitutto ad appellarci a quella
preghiera che "si appoggia" sulla preghiera di Cristo (cfr.
Gv 17,20). Ci corrobora il pensiero
del nostro popolo, a cui il Santo Padre nella Festa del 1°
novembre ha indicato la "schiera innumerevole di Santi e Sante
che sono nati ed hanno vissuto in questa terra", per
incoraggiarci "a seguire sempre i loro esempi, conservando i
valori evangelici per tenere alto il profilo morale della
convivenza civile" (Saluto all’Angelus).
Interceda per noi la Vergine Maria, la
Grande Madre di Dio.
Angelo Card. Bagnasco