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L'uccisione del
tifoso laziale sull'A1 nei pressi di Arezzo ha innescato a Roma una serie di
scontri per alcune ore tra ultras e forze dell'ordine con assalti a due
caserme di Ps e Carabinieri, alla sede del Coni e allo stadio Olimpico.
Il capo della Polizia Manganelli ha
assicurato la massima collaborazione alla magistratura e il ministro
Amato ha aggiunto "saranno accertate responsabilità, senza
reticenze". Condannata l'azione del poliziotto, che non può
sparare ad una persona senza un motivo giuridico valido, tuttavia, è un altro
tragico errore identificare la divisa dei poliziotti o carabinieri come il
"nemico" a cui dare la caccia.
Questo odio verso il poliziotto non può essere casuale né dettato
dall'evento tragico. Questo odio, nel contesto dell'anno Duemilasette, ha
radici antiche e viene tirato fuori al primo tragico errore, che, purtroppo,
è stato
commesso.
Sull'odio verso il poliziotto c'è un profilo storico, politico, criminale,
antropologico culturale e pedagogico. Mi soffermo sugli ultimi due aspetti. Oggi la
mala-educazione, l'assenza d'autorità, trasmessa dal padre al figlio, la
mancanza di una buona tradizione familiare sembrano prevalere
sull'importanza di educare i figli nel rispetto dell'autorità e dei ruoli
sociali. Oggi, tutto è dovuto a tutti. A
scuola, se l'alunno sbaglia e lo rimproveri il genitore iperprotettivo viene
in classe a prenderti a schiaffi. Una volta, lo schiaffo veniva dato al
figlio e per il maestro e il professore c'era un certo rispetto. Del pari,
la precarietà, la mancanza di un posto fisso genera insicurezza e mantiene
il precario "sottoscopa" del dirigente. Se il genitore va dal
preside a lamentarsi è facile che il preside, per paura di dispiacere
all'utenza (brutta parola, entrata nel vocabolario scolastico), rimproveri
il professore o magari non lo rinomini più nell'incarico, a meno che non
abbassi la testa. Da ciò seguirà che per il quieto vivere, il
professore-precario, in classe, darà una pacca sulla spalla all'alunno somaro
(ossia, il 6 garantito) per tirare a campare, con la conseguenza che l'alunno
somaro rimarrà sempre tale, pur andando avanti nelle classi.
Questo male sociale della precarietà, ossia di professioni misconosciute e
sottopagate, avviene in tutti i settori, con dinamiche simili, dove al più
cambia il modo, ma il risultato è lo stesso.
I figli apprendono dagli esempi, ragion per cui, anche i cittadini
apprendono dagli esempi che provengono dai governanti. Se in Calabria,
per esempio, il 60% dei consiglieri regionali è inquisito dalla
magistratura, qual è l'esempio che viene dato ai calabresi? Qual è la
"cultura"? Se in quella regione la 'ndrangheta ha un guadagno 7 volte
maggiore il pil della Regione Calabria, vorrà dire che un problema sociale,
un bisogno individuale, la 'ndrangheta sarà capace 7 volte di più, rispetto la
Regione Calabria, di risolverlo!
Se nel Parlamento italiano siedono
parlamentari con sentenze passate in giudicato o ex terroristi, qual è
l'esempio pedagogico che si tramanda? Qual è la "cultura"?
Se lo Stato
penalizza sempre ogni patologia e si sforza solo nella direzione di come
fare per punire i cittadini (o studiando nuove tasse, a dismisura, oppure
alzando la penalità di una legge), qual è l'esempio che si
trasmette? E l'analisi potrebbe continuare a lungo (ahime!).
Ora, un poliziotto è un padre di famiglia, uno come noi che indossa la
divisa. Molti di loro si sono arruolati per sfuggire alla disoccupazione,
per fare una vita dignitosa. Tutti i poliziotti o carabinieri pensano che
il loro mestiere è di aiutare la società a progredire. Come tutte le
categorie professionali c'è chi il proprio mestiere lo fa bene, chi lo fa
male, chi sbaglia, chi prende medaglie ed onori.
La domenica questi padri di famiglia vengono mandati allo stadio in assetto
antisommossa. Chiusi nei cellulari blindati, guidati e motivati da una
disciplina di corpo. Ebbene, forse a tutti questi poliziotti "non gliene può
fregar de meno", come dicono a Roma, della squadra, del tifo, dell'odio
verso l'altro. Eppure, in assetto antisommossa, prendono e danno
manganellate, pistolettate, coltellate e quant'altro, in nome del servizio
pubblico, della tutela dell'ordine pubblico. Il punto però è questo. Il
servizio di vigilanza e sicurezza negli stadi non dovrebbe essere affidato alla polizia,
ma ai vigilantes privati. Il CONI e le federazioni sportive
potrebbero
togliere qualche goccia dal mare di soldi che prendono dagli introiti sportivi-pubblicitari
e pagarsi la polizia privata. In questo modo verrebbe lasciato intatto il
ruolo del poliziotto, che è insostituibile, anziché essere utilizzato in
queste manifestazioni sportive dove finisce col divenire un facile
bersaglio, per 12 euro a trasferta, e dove può
fare 100 belle azioni, ma appena ne sbaglia una, le altre 99 non sembrano
contare più un bel niente.
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