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Gli amici: ''Ha sparato da 30 metri di distanza''


 Gabriele Sandri

 

Un sostenitore della Lazio, Gabriele Sandri di 28 anni, è stato raggiunto da un colpo di pistola esploso dall'arma di un poliziotto intervenuto dopo un diverbio tra supporter biancocelesti e juventini. L'episodio è avvenuto in un'area di servizio nei pressi di Arezzo. Rinviate Inter-Lazio, Atalanta-Milan e Roma-Cagliari

 

Tragico errore l'uccisione del tifoso e tragico errore la caccia al poliziotto, che rischia la vita allo stadio per 12 euro
Sicurezza stadi, datela ai vigilantes privati
Per uno studio antropologico dell'odio verso il poliziotto
di Prof. Saverio Fortunato
(Specialista in Criminologia Clinica)

L'uccisione del tifoso laziale sull'A1 nei pressi di Arezzo ha innescato a Roma una serie di scontri per alcune ore tra ultras e forze dell'ordine con assalti a due caserme di Ps e Carabinieri, alla sede del Coni e allo stadio Olimpico. Il capo della Polizia Manganelli ha assicurato la massima collaborazione alla magistratura e il ministro Amato ha aggiunto "saranno accertate responsabilità, senza reticenze". Condannata l'azione del poliziotto, che non può sparare ad una persona senza un motivo giuridico valido, tuttavia, è un altro tragico errore identificare la divisa dei poliziotti o carabinieri come il "nemico" a cui dare la caccia.
Questo odio verso il poliziotto non può essere casuale né dettato dall'evento tragico. Questo odio, nel contesto dell'anno Duemilasette, ha radici antiche e viene tirato fuori al primo tragico errore, che, purtroppo, è stato commesso.
Sull'odio verso il poliziotto c'è un profilo storico, politico, criminale, antropologico culturale e pedagogico. Mi soffermo sugli ultimi due aspetti. Oggi la mala-educazione, l'assenza d'autorità, trasmessa dal padre al figlio, la mancanza di una buona tradizione familiare sembrano prevalere sull'importanza di educare i figli nel rispetto dell'autorità e dei ruoli sociali. Oggi, tutto è dovuto a tutti. A scuola, se l'alunno sbaglia e lo rimproveri il genitore iperprotettivo viene in classe a prenderti a schiaffi. Una volta, lo schiaffo veniva dato al figlio e per il maestro e il professore c'era un certo rispetto. Del pari, la precarietà, la mancanza di un posto fisso genera insicurezza e mantiene il precario "sottoscopa" del dirigente. Se il genitore va dal preside a  lamentarsi è facile che il preside, per paura di dispiacere all'utenza (brutta parola, entrata nel vocabolario scolastico), rimproveri il professore o magari non lo rinomini più nell'incarico, a meno che non abbassi la testa. Da ciò seguirà che per il quieto vivere, il professore-precario, in classe, darà una pacca sulla spalla all'alunno somaro (ossia, il 6 garantito) per tirare a campare, con la conseguenza che l'alunno somaro rimarrà sempre tale,  pur andando avanti nelle classi.
Questo male sociale della precarietà, ossia di professioni misconosciute e sottopagate, avviene in tutti i settori, con dinamiche simili, dove al più cambia il modo, ma il risultato è lo stesso.
I figli apprendono dagli esempi, ragion per cui, anche i cittadini apprendono dagli esempi che provengono dai governanti. Se in Calabria, per esempio, il 60% dei consiglieri regionali è inquisito dalla magistratura, qual è l'esempio che viene dato ai calabresi? Qual è la "cultura"? Se in quella regione la 'ndrangheta ha un guadagno 7 volte maggiore il pil della Regione Calabria, vorrà dire che un problema sociale, un bisogno individuale, la 'ndrangheta sarà capace 7 volte di più, rispetto la Regione Calabria, di risolverlo!
Se nel Parlamento italiano siedono parlamentari con sentenze passate in giudicato o ex terroristi, qual è l'esempio pedagogico che si tramanda? Qual è la "cultura"?
Se lo Stato penalizza sempre ogni patologia e si sforza solo nella direzione di come fare per punire i cittadini (o studiando nuove tasse, a dismisura, oppure alzando la penalità di una legge), qual è l'esempio che si trasmette? E l'analisi potrebbe continuare a lungo (ahime!).
Ora, un poliziotto è un padre di famiglia, uno come noi che indossa la divisa. Molti di loro si sono arruolati per sfuggire alla disoccupazione, per fare una vita dignitosa. Tutti i poliziotti o carabinieri pensano che il loro mestiere è di aiutare la società a progredire. Come tutte le categorie professionali c'è chi il proprio mestiere lo fa bene, chi lo fa male, chi sbaglia, chi prende medaglie ed onori.
La domenica questi padri di famiglia vengono mandati allo stadio in assetto antisommossa. Chiusi nei cellulari blindati, guidati e motivati da una disciplina di corpo. Ebbene, forse a tutti questi poliziotti "non gliene può fregar de meno", come dicono a Roma, della squadra, del tifo, dell'odio verso l'altro. Eppure, in assetto antisommossa, prendono e danno manganellate, pistolettate, coltellate e quant'altro, in nome del servizio pubblico, della tutela dell'ordine pubblico. Il punto però è questo. Il servizio di vigilanza e sicurezza negli stadi non dovrebbe essere affidato alla polizia, ma ai vigilantes privati. Il CONI e le federazioni sportive potrebbero togliere qualche goccia dal mare di soldi che prendono dagli introiti sportivi-pubblicitari e pagarsi la polizia privata. In questo modo verrebbe lasciato intatto il ruolo del poliziotto, che è insostituibile, anziché essere utilizzato in queste manifestazioni sportive dove finisce col divenire un facile bersaglio, per 12 euro a trasferta, e dove può fare 100 belle azioni, ma appena ne sbaglia una, le altre 99 non sembrano contare più un bel niente.
 

 ©-Criminologia.it  12/11/07