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Criminogenesi della menzogna
IL MENTITORE OCCASIONALE E QUELLO ABITUALE

di Prof. Saverio Fortunato
(Specialista in Criminologia Clinica, docente di Criminologia Clinica, al Dottorato di Ricerca di Criminologia,  Libera Università Ludes di Lugano, Presidente Criminologia.it)


B come Bugia

 

 

 

In criminologia clinica dobbiamo distinguere tra mentitore occasionale e mentitore abituale. Il primo, di fronte alla scelta di dire o no una menzogna, decide di dirla lì per lì;  il secondo,  mente sapendo di mentire perché non sa fare a meno di farlo. Rientrano nella figura del mentitore abituale tutti i tossicodipendenti (veri ingegneri della menzogna), ma non solo. Ci sono due modi principali di mentire: dissimulando o falsificando.

Nella dissimulazione, chi mente nasconde certe informazioni senza affermare nulla di falso. Chi falsifica va oltre: non solo tace il vero, ma presenta il falso come vero e viceversa. Spesso è necessario combinare le due scelte per compiere l’inganno fino in fondo; a volte, invece, basta solo la dissimulazione.

Vi sono dei casi in cui la verità è detta come bugia e la bugia come verità; per es., in una partita a poker il giocatore mente per ingannare l’avversario, fingendo di avere la carta vincente;  in tribunale l’avvocato pur sapendo che il suo cliente è l’assassino lo nasconde al giudice; in ospedale il moribondo che chiede come sta gli si risponde mentendo per dargli un po’ di conforto; e così via.

PERCHE’ LE MENZOGNE FALLISCONO

Le menzogne falliscono per varie ragioni: la vittima dell’inganno può scoprire le prove; il mentitore può essere tradito dal qualcuno che conosce la bugia; il mentitore può compiere un errore perché vive a disagio il peso della bugia; per es., l’amante che prima tradisce il partner e poi se ne pente,  se non riesce a confessarlo incorrerà in un errore involontario (non cancella sms dal cellulare; si dimentica un bigliettino compromettente in tasca; il profumo, ecc.), insomma  un errore che svela l’arcano, apparentemente suo malgrado.

La menzogna genera due  sensi di colpa: l’emozione spiacevole che si prova per il fatto stesso di mentire e quello per il contenuto della menzogna. Mentire per esempio all’amante (oppure ad una persona di cui si ha scarsa stima) può risultare “meno  grave” che farlo con il proprio partner (o verso la persona che si stima molto). Per provare senso di colpa non c’è bisogno della disapprovazione altrui, mentre ciò è necessaria nel sentimento di vergogna.  L’umiliazione, infatti, in tal caso richiede la disapprovazione e lo scherno degli altri.

I SEGNI DELLA MENZOGNA

Molti esperti di cinesica, semiotica o fisiognomica attribuiscono l’interpretazione della menzogna a quattro tipi di segni che lascerebbero trasparire ciò che viene dissimulato: lapsus (comunicazione verbale); tirate oratorie incontrollate con cambiamento di tono (comunicazione paraverbale); gesti emblematici involontari e microespressioni de volto (comunicazione non verbale).

Se questi quattro tipi di segni, affiancati ad altri indizi di falso, consentono di tralasciare la precauzione di avere un termine di paragone, ciò non vale per l’inverso; ossia, il ritenere che l’assenza di questi segni (o di altri indizi di falso) costituisca prova di sincerità. Da qui hanno origine due tipi di errori non di poco conto: uno, il ritenere vero il falso; l’altro, ritenere il falso vero. Nel primo caso, si riterrebbe mentitore chi dice il vero; nel secondo, si riterrebbe veritiero chi dice il falso.

 
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© Criminologia.it 11.05.2010