LA DISLESSIA E' UNA PSEUDODIAGNOSI, NON E' UN PROBLEMA NE' UNA MALATTIA NE' UN HANDICAP

CRIMINOLOGIA.IT, RIVISTA INTERNET DI TEORIA E SCIENZE CRIMINALI: Nessun atto è intrinsecamente deviante. E' l'etichetta di deviante a rendere tale l'atto (Émile Durkheim, 1893) - La devianza ha inizia con l'etichettare qualcuno come deviante (S. Fortunato, 2007)

I titoli allarmistici del Corsera

BOTTA E RISPOSTA TRA CRIMINOLOGIA.IT E CORRIERE DELLA SERA
L'intraprendenza delle pseudoscienze e l'allarme sociale
La dislessia non è un problema dell'apprendimento
né un handicap né una malattia
di Prof. Saverio Fortunato
(Specialista in Criminologia Clinica, Docente di Devianze e Tecnologie Educative di Contrasto all'Università di L'Aquila,
Abilitato per l'insegnamento agli alunni portatori d'handicap)

Dire che un bambino è dislessico non è una diagnosi, ma una stigmatizzazione e si costruisce una carriera deviante.
La dislessia è un disturbo "neurobiologico", "genetico"? C'è da riflettere.
Il mito della "superiorità della razza ariana", per dirne uno, non era anch'esso un principio "scientifico", "biologico", "genetico"?
 A scuola, un bambino difficile va istruito, non curato. L'abilitazione per l'insegnamento all'handicap dovrebbero averla tutti i docenti


Corriere della Sera 23.10.08

 
La giornalista Mariolina Iossa, nell'articolo di oggi pp.10 e 11 sul Corriere della Sera, riporta in modo acritico: «La dislessia è un disturbo neurobiologico determinato da un insieme di fattori, che si manifesta nel bambino in età scolare — spiega Stefano Vicari, primario di neuropsichiatria infantile del Bambin Gesù, che da anni se ne occupa —. Un fattore di rischio è il ritardo o il disturbo del linguaggio in età prescolare. Quello è un primo campanello d'allarme». A ciò, aggiunge Iossa: «In sostanza si tratta di una «abilità diversa», che va curata attraverso una terapia riabilitativa che insegna al cervello ad acquisire nuove abilità».
 

Poi riporta, ancora acriticamente, il parere seguente: «La diagnosi — continua il primario — la fa il neuropsichiatra assieme allo psicologo e al logopedista perché è necessario poter escludere altre patologie, la sordità, un problema alla vista, un ritardo mentale ». Solo dal 2006, tuttavia, dopo una Consensus Conference ci si è accordati su linee guida condivise per la diagnosi di dislessia. «Siamo ultimi in Europa — spiega il vicepresidente dell'Aid, Enrico Ghidoni, neurologo dell'Arcispedale S. Maria Nuova di Reggio Emilia, che ha un figlio dislessico —. Soprattutto la scuola ha accumulato un ritardo enorme, gli insegnanti spesso non ne sanno nulla oppure pensano di sapere che cos'è ma hanno convinzioni sbagliate. Naturalmente il problema sta a monte, il ministero della Pubblica istruzione soltanto nel 2005 ha avviato un primo programma di informazione presso gli insegnanti provando a formarne uno per istituto».

 


passo 1 dell'articolo Corriere della Sera 23.10.08

 
Il Prof. Fortunato scrive alla giornalista: «E' più facile vedere malattie in ogni comportamento, anziché rimboccarsi le maniche e aiutare i ragazzi con la passione per lo studio e con approccio educativo. Se gli diamo una pasticca e li affidiamo alla psichiatria allora in classe quei pochi che rimangono esenti da una pseudodiagnosi, ossia i Toccati della Grazia, possono essere i numeri uno, mentre gli altri che "disturbano", spesso anche brutti e cattivi, sono solo un "fastidio". Paradossalmente, dall'articolo, si evince che Tom Cruise o John Kennedy, ecc. sono diventati "Tom Cruise" e il presidente degli Stati Uniti l'altro, pur essendo "dislessici", allora vuol dire che la dislessia non è né un problema, né un handicap né una malattia!  Don Milani affermava che esistono i bambini o ragazzi difficili, ai quali si deve dedicare più tempo scolastico ed attenzione curriculare, non bisogna stigmatizzarli in classe e certificarli come portatori d'handicap. Affiggere un'etichetta di "dislessico" o "discalculo" o "iperattivo" (con altrettanto pseudodiagnosi)  attrae l'attenzione e rende visibile una difficoltà soggettiva ed invisibile. La persona che subisce l'etichetta, la interiorizza, arrivando ad autodefinirsi conforme all'etichetta, mentre chi gli sta attorno pone l'attenzione non all'etichettato, ma all'etichetta. Queste pseudodisgnosi poi sono inficiate da termini medici e finiscono con il convincere tutti che la dislessia (disgrafia, ecc.) è una sorta di strana malattia. Per capire l'intraprendenza delle pseudoscienze è sufficiente soffermarsi sulle cose che esse stesse affermano: ammettiamo che nelle scuole ogni anno ci sono realmente 25 mila dislessici (come scrive oggi il Corriere della Sera nell'articolo di Iossa, citato) essendo la popolazione studentesca circa 2milioni e 300 mila, tra meno di 10 anni sarebbe tutta dislessica? Ma non è finita, perché a ciò bisognerà aggiungere le migliaia e migliaia di ragazzi iperattivi, discalculi, disgrafici, disortografici, ecc.: chi si salva da questa stringente morsa?
Se si legge sul dizionario il termine "malattia", si trova che attiene alle alterazioni o lesioni degli organi del corpo, la dislessia a quale lesione fa riferimento? Essa attiene ai cosiddetti disturbi dell'apprendimento inclusi nel "Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali", che sono diventati 374 nella IV edizione, ma aumentano sempre a dismisura. Domande: come nasce questo "manuale" e come vengono inserite queste "malattie"? Il DSM è pubblicato dall'associazione psichiatrica americana (APA), che è un'associazione privata e, le "malattie", vengono incluse a votazione, per alzate di mano. Ma per alzata di mano si vota una delibera del condominio, non l'esistenza di una malattia!
Si dice che la dislessia è un disturbo "neurobiologico", "genetico"? C'è da riflettere. Il mito della "superiorità della razza ariana", per dirne uno, non era anch'esso un principio "scientifico", "biologico", "genetico"?
Un bambino o ragazzo difficile, che a scuola mostra le sue difficoltà, bisogna istruirlo, non curarlo. Bisogna trattarlo da ragazzo speciale, non da ragazzo handicappato, per questo, l'abilitazione per l'insegnamento all'handicap dovrebbero averla tutti i docenti, proprio per evitare che l'insegnante di sostegno renda più visibile quelle singole difficoltà o quel singolo disagio del ragazzo. Mettere un'etichetta ad un ragazzo vuol dire costruire una carriera deviante perché l'etichettato tende ad uniformarsi ad essa e la reazione all'etichetta genera la vera devianza.
La giornalista Mariolina Iossa, meritoriamente, di tutta risposta, scrive al prof. Fortunato: «L’articolo è stato scritto proprio per convincere la gente che chi è dislessico non è malato, non è handicappato né altro. Ha solo un diverso modo di leggere e di scrivere. Tutto qui». Tutto qui?
 



passo 2 dell'articolo Corriere della Sera 23.10.08 


 

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