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Il Prof. Fortunato scrive alla giornalista: «E' più
facile vedere malattie in ogni comportamento, anziché rimboccarsi le
maniche e aiutare i ragazzi con la passione per lo studio e con approccio
educativo. Se gli diamo una pasticca e li affidiamo alla psichiatria
allora in classe quei pochi che rimangono esenti da una pseudodiagnosi,
ossia i Toccati della Grazia, possono essere i numeri
uno, mentre gli altri che "disturbano", spesso anche brutti e cattivi,
sono solo un "fastidio". Paradossalmente, dall'articolo, si evince che Tom
Cruise o John Kennedy, ecc. sono diventati "Tom
Cruise" e il presidente degli Stati Uniti l'altro, pur essendo "dislessici", allora vuol dire che la dislessia non è
né un problema, né un handicap né una malattia! Don Milani
affermava che esistono i bambini o ragazzi difficili, ai quali si deve
dedicare più tempo scolastico ed attenzione curriculare, non bisogna stigmatizzarli
in classe e certificarli
come portatori d'handicap. Affiggere un'etichetta di "dislessico" o
"discalculo" o "iperattivo" (con altrettanto pseudodiagnosi) attrae
l'attenzione e rende visibile una difficoltà soggettiva ed invisibile. La
persona che subisce l'etichetta, la interiorizza, arrivando ad
autodefinirsi conforme all'etichetta, mentre chi gli sta attorno pone
l'attenzione non all'etichettato, ma all'etichetta. Queste pseudodisgnosi
poi sono inficiate da termini medici e finiscono con il convincere tutti
che la dislessia (disgrafia, ecc.) è una sorta di strana malattia.
Per capire l'intraprendenza delle pseudoscienze è sufficiente soffermarsi
sulle cose che esse stesse affermano: ammettiamo che nelle scuole ogni
anno ci sono realmente 25 mila dislessici
(come scrive oggi il Corriere della Sera nell'articolo di
Iossa, citato) essendo la
popolazione studentesca circa 2milioni e 300
mila, tra meno di 10 anni
sarebbe tutta dislessica?
Ma non è finita, perché a ciò bisognerà aggiungere le migliaia e migliaia
di ragazzi iperattivi, discalculi, disgrafici, disortografici, ecc.: chi
si salva da questa stringente morsa?
Se si legge sul
dizionario il termine "malattia", si trova che attiene alle
alterazioni o lesioni degli organi del corpo, la dislessia a quale lesione
fa riferimento? Essa attiene ai cosiddetti disturbi dell'apprendimento
inclusi nel "Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali", che
sono diventati 374 nella IV edizione, ma aumentano sempre a dismisura.
Domande: come
nasce questo "manuale" e come vengono inserite queste "malattie"?
Il DSM è pubblicato dall'associazione psichiatrica americana (APA), che è
un'associazione privata e, le "malattie", vengono incluse a votazione, per
alzate di mano. Ma per alzata di mano si vota una delibera del condominio,
non l'esistenza di una malattia!
Si dice che la dislessia è un disturbo
"neurobiologico", "genetico"? C'è da riflettere. Il mito della
"superiorità della razza ariana", per dirne uno, non era anch'esso un
principio "scientifico", "biologico", "genetico"?
Un bambino o ragazzo difficile, che a scuola mostra le sue difficoltà,
bisogna istruirlo, non curarlo. Bisogna trattarlo da ragazzo speciale, non
da ragazzo handicappato, per questo, l'abilitazione per l'insegnamento
all'handicap dovrebbero averla tutti i docenti, proprio per evitare che
l'insegnante di sostegno renda più visibile quelle singole difficoltà o
quel singolo disagio del ragazzo. Mettere un'etichetta ad un ragazzo vuol
dire costruire una carriera deviante perché l'etichettato tende ad
uniformarsi ad essa e la reazione all'etichetta genera la vera devianza.
La giornalista
Mariolina Iossa, meritoriamente, di tutta risposta, scrive al prof. Fortunato: «L’articolo
è stato scritto proprio per convincere la gente che chi è dislessico non è
malato, non è handicappato né altro. Ha solo un diverso modo di leggere e
di scrivere. Tutto qui». Tutto qui?
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