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Ad alimentare la giustizia-spettacolo
ci pensano: da una parte, i giornalisti che inseguono lo
scoop ad ogni costo, giustificando il tutto (a torto), come diritto di cronaca.
(Sollecitati dai
loro editori o gratificati dalla vendita dei giornali o
dall'aumento dell'audience, si tuffano sui crimini cruenti,
trasformano spesso i criminali efferati in delle star,
diffondono l'elogio del crimine,
alimentano il falso messaggio che,
tanto più il crimine commesso è grave, maggiore sarà la
notorietà mediatica che il reo potrà raggiungere);
dall'altra, anche le Procure hanno preso il via di tenere le conferenze
stampa prima del dibattimento, come una sorta di
autoreferenzialità rispetto le indagini, riferendo cose che
poi sfuggono al loro dire perché vengono riportate dai giornali
in modo ricamato, amplificato, a
volte travisato o "aggiustato" giacché il fine dei mass-media
è di fare cassa (vendere spazi pubblicitari).
Un magistrato quando arresta una persona dovrebbe essere (e anche
apparire) tormentato, preoccupato, angosciato dalla
possibilità dall'errore umano (errore investigativo, scientifico e giudiziario) che è sempre in agguato,
posto che l'uomo è fallibile. (Nella conferenza stampa sul caso di
Sarah Scazzi -si veda il video- il procuratore F. Sebastio si mostra
preoccupato e scrupoloso nel raccomandarsi di usare il se, la
cautela, il condizionale rivolgendosi ai giornalisti, ma
appare del tutto evidente che poi saranno disattese queste
indicazioni e tutto finirà nel tritacarne mediatico).
Tralasciando allora le operazioni di
arresto del mafioso, del latitante o dei criminali di
carriera, le conferenze stampa dovrebbero essere
autocensurate dalle procure stesse. Anche perché vige il principio del giusto-processo, della
presunzione di innocenza del reo fino al terzo grado di giudizio
e diventa difficile pensare che un magistrato (e con lui il graduato
che ha condotto le indagini che poi testimonierà al processo) una
volta che ha annunciato in pompa magna la sua linea d'accusa, possa poi ravvedersi
in aula, qualora dovesse emergere un errore imprevisto! (Certo,
potrebbe accadere il rivedere un proprio errore, ma potrebbe anche
non accadere).
La spettacolarizzazione delle indagini offre il fianco a cattive
interpretazioni: per esempio, supporre che quando il castello
accusatorio si frantuma davanti al giudice giudicante, allora si
ricorre alla contestazione di un secondo capo di accusa, un nuovo
reato, sganciato dal primo, in una sorta di trave che regge trave.
In
questo modo ci sono già danni: perché il processo dopo e le indagini
prima devono perseguire un fine umanitario e
pubblico, nel senso che la giustizia e l'esercizio
dell'azione penale non devono apparire come un fatto privato
dell'accusa, un accanimento, una persecuzione del reo come lo era ai
tempi del
malleus maleficarum. |