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Assassini che ricevono offerte miliardarie per le loro memorie, elogi, lettere di innamorate
IL PUBBLICO DELLA
GIUSTIZIA-SPETTACOLO:
Spettatori solitari, club di spioni recidivi e feticisti, cultori della regressione

di Prof. Saverio Fortunato
(Docente e Specialista in Criminologia Clinica, Università Ludes di Lugano,
già cultore per l'insegnamento di Teoria e Tecniche delle Comunicazioni di massa, Università di Firenze)

 

Ad alimentare la giustizia-spettacolo ci pensano: da una parte, i giornalisti che inseguono lo scoop ad ogni costo, giustificando il tutto (a torto), come diritto di cronaca. (Sollecitati dai loro editori o gratificati dalla vendita dei giornali o dall'aumento dell'audience, si tuffano sui crimini cruenti, trasformano spesso i criminali efferati in delle star, diffondono l'elogio del crimine, alimentano il falso messaggio che, tanto più il crimine commesso è grave, maggiore sarà la notorietà mediatica che il reo potrà raggiungere); dall'altra, anche le Procure hanno preso il via di tenere le conferenze stampa prima del dibattimento, come una sorta di autoreferenzialità rispetto le indagini, riferendo cose che poi sfuggono al loro dire perché vengono riportate dai giornali in modo ricamato, amplificato, a volte travisato o "aggiustato" giacché il fine dei mass-media è di fare cassa (vendere spazi pubblicitari).
Un magistrato quando arresta una persona dovrebbe essere (e anche apparire) tormentato, preoccupato, angosciato dalla possibilità dall'errore umano (errore investigativo, scientifico e giudiziario) che è sempre in agguato, posto che l'uomo è fallibile. (Nella conferenza stampa sul caso di Sarah Scazzi -si veda il video- il procuratore F. Sebastio si mostra preoccupato e scrupoloso nel raccomandarsi di usare il se, la cautela, il condizionale rivolgendosi ai giornalisti, ma  appare del tutto evidente che poi saranno disattese queste indicazioni e tutto finirà nel tritacarne mediatico).
Tralasciando allora le operazioni di arresto del mafioso, del latitante o dei criminali di carriera, le conferenze stampa dovrebbero essere autocensurate dalle procure stesse. Anche perché vige il principio del giusto-processo, della presunzione di innocenza del reo fino al terzo grado di giudizio e diventa difficile pensare che un magistrato (e con lui il graduato che ha condotto le indagini che poi testimonierà al processo) una volta che ha annunciato in pompa magna la sua linea d'accusa, possa poi ravvedersi in aula, qualora dovesse emergere un errore imprevisto! (Certo, potrebbe accadere il rivedere un proprio errore, ma potrebbe anche non accadere).
La spettacolarizzazione delle indagini offre il fianco a cattive interpretazioni: per esempio, supporre che quando il castello accusatorio si frantuma davanti al giudice giudicante, allora si ricorre alla contestazione di un secondo capo di accusa, un nuovo reato, sganciato dal primo, in una sorta di trave che regge trave.
In questo modo ci sono già danni: perché il processo dopo e le indagini prima devono perseguire un fine umanitario e pubblico, nel senso che la giustizia e l'esercizio dell'azione penale non devono apparire come un fatto privato dell'accusa, un accanimento, una persecuzione del reo come lo era ai tempi del malleus maleficarum.

 
 
La figura dello spettatore della giustizia-spettacolo è indeterminata. I mass-media che inseguono la notizia con morbosità (è tale quando i media eccedono nel riferire una violenza gratuita, non necessaria ai fini della documentazione filmica della notizia; oppure, quando riferiscono dettagli scabrosi o futili sul cadavere o sulla criminodinamica e così via), da una parte; e lo spettatore accanito (che legge pagine intere di resoconti sui dettagli più stupidi del delitto e della scena ad esso legata) dall'altra, offrono un quadro tragico-comico, come due facce di una stessa medaglia. Avremo allora: lo spettatore solitario che si racconta in prima persona nell’atto di commentare i fatti legati al delitto (per affermare una sua “verità” colpevolista o innocentista); poi c’è lo spettatore intellettuale, quello informato e documentato, che non giudica e non guarda i fatti rappresentati con occhio frettoloso. La  giustizia-spettacolo mescola queste figure di spettatori offrendo loro una risposta ad ogni domanda. Ciò nonostante la giustizia-spettacolo è anche l’inatteso, il sogno, la sorpresa, il lirismo, che aiuta a “dimenticare” le fatiche quotidiane spingendo lo spettatore sulle barricate e nelle avventure o in vere gite di pellegrinaggio sul luogo del delitto, con tanto di telecamera, cestino da pic-nic e mappa stradale.

Il pubblico della giustizia-spettacolo  
è fatto da un insieme di spettatori solitari, un club di spioni recidivi e feticisti, cultori della regressione, inchiodati allo stadio dello specchio lacaniano o ad una relazione oggettuale kleiniana (oggetto-buono, oggetto-cattivo); ma anche sognatori, dato che sognano mentre sanno di non sognare, che s’illudono mentre sanno di non illudersi, che allucinano quello che 
vedono in un atteggiamento che è paradossale. Ci sono spettatori che si innamorano dell'assassino e gli scrivono in carcere, questi arriva a ricevere fino a 300 lettere al giorno. Il caso in Austria di HERR JOSEF Fritzl è emblematico. Un uomo sessualmente inappagato che un giorno del 1984, si fa aiutare da sua figlia a sistemare una porta nel bunker, qui l’anestetizza, la blocca con una lunga catena e poi la costringe a vivere segregata per 24 anni. La violenta quasi tutti i giorni e quando rimane incinta la fa partorire da sola.  Nel 1994 in giardino viene trovata una neonata che Josef sostiene essere la figlia di Elisabeth, che vive da vagabonda e l’ha porta in casa. Nel 1996 nascono due gemelli, uno sta male, deve essere curato: «Sarà quel che sarà», dice Josef e lo lascia morire. Lo seppellisce di notte in giardino. 
 Il 19 aprile del 2008, Josef conduce la figlia diciannovenne Kerstin, in fin di vita, e Elisabeth all’ospedale di Amstetten. La ragazza comincia a parlare, i medici, poi i poliziotti, sono increduli. Il 26 aprile, Josef viene arrestato, due giorni dopo confessa. «Ho fatto tutto per amore — sostiene — mia figlia era su una cattiva strada. Non ho fatto mai mancare nulla alla mia famiglia». Le due famiglie, quella del «mostro» e quella del signore agiato e rispettato. Ha ricevuto l’offerta di un milione di dollari per le sue memorie e in carcere ha ricevuto centinaia di lettere di madri che si dicevano pronte a sposarlo e lo giustificavano ritenendo avesse agito per «troppo amore paterno».
Dunque lo spettatore della giustizia-spettacolo si lascia trasportare esattamente come avviene quando assiste a un film: piange, s'identifica, diviene altro da sé; dimentica in parole povere, che lui altro non è, rispetto al tutto, che un estraneo.
 

                  

Non capisco l'esigenza delle Procure di fare le conferenze stampa, alimentando la spettacolarizzazione della giustizia, trascurando il principio della presunzione d'innocenza fino al terzo grado di giudizio, in una sorta di autorefenzialità per le indagini svolte che a ben vedere sono solo una tesi della dialettica processuale alla quale si dovrà contrapporre quella della Difesa e influenzano il ruolo del giudice giudicante che nulla dovrebbe sapere del processo né delle indagini del Pm, salvo apprenderlo nelle udienze (Saverio Fortunato)

 


"Chi l'ha visto?" La madre apprende in diretta
che l'assassino di sua figlia Sarah è suo cognato

 
 

Anche se nel delitto di Sarah c'è la confessione del reo e i carabinieri hanno operato bene, fin qui, tuttavia nella storia del crimine c'è il caso di Girolimoni come ipotesi-scuola, che è sempre bene tener presente,
 per scongiurare l'errore investigativo e giudiziario

 

 
 
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