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Il delitto di Garlasco (Pavia), della
ragazza uccisa misteriosamente nella propria abitazione, gira e rigira,
esattamente come nei libri gialli, vede
indagato il fidanzato della vittima Alberto Stasi, ossia l'ultima persona che ha
visto la vittima e, nel caso in esame, che ha anche scoperto l'omicidio.
Il copione è questo: muore la figlia? s'arresta la mamma; muore la mamma?
s'arresta il figlio; muore la fidanzata... s'indaga (e poi s'arresta?) il
fidanzato. Su questa equazione investigativa vittima/parente, fonte sia di soluzioni di tanti
casi d'omicidio sia di tanti errori giudiziari, ho già scritto ( ).
Sul ruolo dell'interrogatorio del sospettato e sul meccanismo del senso di colpa
nella persona innocente, rimando ad un altro mio articolo (
 )
L'equazione vittima/parente (o persona affine) credo sia dettata dall'abitudine,
dall'esperienza, nel senso che, c'è chi ritiene, erroneamente, che l'esperienza,
l'essersi verificato in precedenza qualcosa, può giustificare e spiegare un
fatto analogo accaduto successivamente.
Tra
gli empiristi che si soffermano sul concetto di abitudine vi è David Hume
[1],
che ne individua un senso pratico, ma anche psicologico e gnoseologico. Se
pensiamo all’evento causale, ossia al rapporto causa ed effetto
nell’osservazione di un fenomeno, siamo tutti d’accordo che la causa (o le
cause) precede (come fattore temporale) l’effetto. Per Hume l’abitudine è una
disposizione mentale (atteggiamento) a rinnovare –senza pensarci- un atto più
volte ripetuto.
Questo vuol dire, che l’esperienza abituale di vedere due fatti costantemente
congiunti fra loro (ad esempio, il pugno e l’occhio nero) ci induce ad
attendere, quando uno solo di essi si manifesta, che si verifichi anche l’altro[2].
Attribuendo ad uno di essi (nell’esempio, il pugno) il carattere di causa e
all’altro (l’occhio nero) quello di effetto.
Accade quindi, che in virtù dell’abitudine, si manifestano gli errori
percettivi o gli errori cognitivi alimentati dai
pregiudizi; per esempio, se trovo il cadavere
di un bambino (effetto), l’abitudine[3]
può indurmi a ritenere che l’assassino (causa) sia all’interno della famiglia
del piccolo (mamma o padre o fratellino).
Hume
afferma che nelle relazioni fra dati di fatto o fra idee, tutti gli oggetti
della ragione e della ricerca umana sono riconducibili a due generi diversi: a)
le relazioni tra idee e i dati di fatto. A ciò corrisponde la conoscenza certa e
la conoscenza probabile.
Le
relazioni tra idee sono le regole della matematica, della fisica e delle
cosiddette scienze esatte, dove le proposizioni contengono affermazioni
“intuitivamente o dimostrativamente certe”. Queste proposizioni però sono solo
il frutto del pensiero (metodo-logico), a prescindere da ciò che è realmente
esistente nell’universo. Anche se in natura non esistessero triangolo o cerchi,
le verità di Euclide conserverebbero la loro evidenza e certezza.
Anche
la conoscenza relativa alle materie di fatto (la realtà empirica) ha una sua
evidenza, che però non è paragonabile a quella delle scienze matematiche. Mentre
in matematica non è pensabile che sia vero, contemporaneamente, il suo contrario
(per esempio, non è pensabile che un triangolo non sia composto da tre lati e
tre angoli), di un’affermazione riguardante materie di fatto invece è possibile
pensarlo senza incorrere inevitabilmente nella contraddizione. Dice Hume: che
domani non sorgerà il sole è un’affermazione che non implica contraddizione,
come pure il suo opposto che il sole sorgerà. Della prima non si può
dimostrare la sua falsità ed impossibilità. Solo l’esperienza mi dirà se anche
domani il sole continuerà a sorgere, così come è sempre avvenuto. La
probabilità che questo avvenga è sempre altissima, ma è pur sempre una
probabilità.
Ogni affermazione che si riferisce a dati di fatto può essere solo probabile,
mai necessaria. Potrebbe diventare logicamente necessaria se conoscessimo –ma
non lo conosciamo- alla perfezione l’universo (incluso l’uomo) e sapessimo quali
cause lo fanno e lo faranno agire sempre allo stesso modo. Così Hume conclude
che gran parte della nostra conoscenza –concernente la realtà empirica- non ha
alcun carattere di certezza, ma al più probabile.
La probabilità non è
scienza, giacché è solo un'opinione, anche se ragiona con i numeri. Nel caso in
esame, occorrerebbe evitare la fretta di trovare il colpevole ad ogni costo.
La fretta di chiudere il caso fa precipitare le indagini e apre la strada
all'errore investigativo. Dice Popper:
“…E’ facile ottenere
delle conferme, o verifiche, per qualsiasi teoria, se quel che cerchiamo sono
appunto delle conferme”.
Gli errori investigativi, come quelli scientifici
o giudiziari, si possono commettere in perfetta buona fede. Del resto, Hume
l’aveva detto: «Nessuna testimonianza basta a
stabilire che è avvenuto un miracolo, salvo che la falsità del teste non
rappresenti un miracolo ancora più grande».
La falsità
del teste può essere perfettamente compatibile con la sua assoluta buona fede,
solo che, tra la perfetta buona fede e la veridicità effettiva ci possono
essere di mezzo errori cognitivi ed ottici .
Ciò vale: tanto per il
testimone, che giura in buona fede di aver visto o di sapere qualcosa, quanto
per l'investigatore o perito, che nelle indagini deve osservare ed analizzare
particolari e dettagli.
Come Procura si dovrebbe evitare di nominare il perito tanto telegenico quanto prevedibile
nelle sue risposte. Come RIS si dovrebbe evitare di calcare il copione delle fiction C.S.I. (giacché
la fiction RIS è stata platealmente ispirata a CSI!), pretendendo di
risolvere il caso con le prove che "parlano". Le prove (ed è già di
per sé, una parola
grossa che va pesata), non solo non "parlano", ma se lo fanno, allora c'è il
rischio che, in perfetta buona fede, dicano ciò che ci si aspetti che dicano.
Il capitano dei Carabinieri Marco Capparella, nelle sue lezioni universitarie al
corso di laurea di scienze dell'investigazione a L'Aquila, raccomanda agli
studenti (ed io lo condivido) che l'investigazione non deve mai trascurare il
"contatto umano", il contatto con la gente.
Non si può pensare di stabilire relazioni causali tra la formica incinta, la
zanzara depressa e
l'ora del delitto o altre amenità cinematografiche, tanto suggestive quanto
dannose sul piano pratico. Non si può fare l'analisi del capello e trascurare di parlare
con le persone, col cercare mediante il contatto umano il possibile movente, il
possibile o i possibili autori del delitto. Non si può sapere tutto del
sospettato e nulla della vittima. E basta con l'interrogare per giornate intere
come persona informata sui fatti chi già si ritiene sospettato e poi gli si
presenta il conto! In questo modo si distrugge il principio che l'innocente deve
fidarsi degli investigatori e collaborare, perché c'è sempre l'errore umano,
ancora prima che scientifico, che bisogna mettere in conto.
Se si rinuncia al contatto umano ed al ragionamento per problemi, rifugiandosi nei
laboratori "scientifici", con la pretesa (più cinematografica che realistica)
che la scienza è la soluzione possibile di ogni delitto, l'errore investigativo
è quasi inevitabile. Se poi arriva lo psichiatra che non trovando nulla di
concreto ad oggi, si mette a scavare nella psiche e nel passato del sospettato, allora è finita, disgraziato chi capita in questi
meccanismi. E' troppo facile lasciare sulla scena del delitto il capello di
Tizio a sua insaputa, la sua impronta e così via. Occorre, invece, riflettere e
diffidare anche della scienza perché, se suprema attività
umana è fare scienza, allora diventa doveroso impedire alla scienza di essere
tanto brava da rendere inutile all’uomo di fare scienza
.
In altre parole, attenzione a non ripetere il calvario di Cogne, ossia di favorire la
spettacolarizzazione di questo crimine, dove accade e si racconta
tutto e il contrario di tutto. Questa non sarebbe scienza né giustizia, ancor
meno se poi arrivasse l'avvocato che trasforma il tutto in un processo contro i
giudici. Allora Hume, ahinoi!, davvero si
rigirerebbe nella tomba!
David Hume, filosofo, nasce a Edimburgo nel 1771, figlio di magistrati,
riceve una formazione umanistica e giuridica, ma predilige la filosofia.
Hume affermava: “Come possiamo essere certi che domani sorgerà il Sole
sulla base del fatto che ogni giorno l'esperienza passata ci ha insegnato
che il Sole è sorto?
C'è una ragione per cui il futuro debba
necessariamente somigliare al passato?”. La
risposta al dilemma l’avrebbe data l’esistenza di un principio di
uniformità della natura, capace di mantenere costanti in eterno le leggi
della natura stessa, ma per Hume ciò non fu dimostrabile; ad egli fu
attribuita questa espressione: “Tutto è ignoto: un enigma, un
inesplicabile mistero. Dubbio, incertezza, sospensione di giudizio appaiono
l'unico risultato della nostra più accurata indagine”.
Dettata dall’esperienza o dalla casistica.
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