AUTOLESIONISMO GIOVANILE, DI SAVERIO FORTUNATO

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La madre che abbraccia disperata la figlia autolesionista

 Devianza e criminologia clinica
L' autolesionismo giovanile
Piercing, tatuaggio, tagli... la violenza sul proprio corpo

di
Prof. Saverio Fortunato
(Specialista in Criminologia Clinica,
Docente di Devianze e Tecnologie Educative e di Contrasto all'Università di L'Aquila
Docente di Criminologia Clinica al Dottorato di Ricerca di Criminologia, Università Ludes di Lugano)



 


Autolesionismo deriva dal greco autòs, se stesso, e dal latino ledere, ferire. Analizziamo quello giovanile e partiamo da un film: Thirteen. Le protagoniste sono due belle ragazze (v. foto) tredicenni, sedute sul letto, una di fronte all'altra. Si passano di mano una bomboletta contenente del gas anestetico e se lo spruzzano in bocca."Dai, colpisci forte, tanto non sento niente!", dice l'una all'altra. L'altra, le tira un pugno che le fa uscire sangue dal naso, ma entrambe ridono e  s'invertono il ruolo. Gas e pugni, pugni e gas immersi in una lotta che le induce entrambe a trasferire nella resistenza al dolore fisico, l'incapacità di resistere a quello della vita quotidiana.
Jeans firmati, tatuaggio, piercing, gilet senza il reggiseno sotto, rossetto vistoso, orecchini, braccialetto, linguaggio libero e sessuato, atteggiamento provocante o da top model... eh vai!! Ecco la riproduzione dell'icona esistente delle bambole bratz (o viceversa)!



 

Il problema dell'autolesionismo negli adolescenti è espressione acuta del disagio giovanile, che si trasforma in aggressività verso se stessi; più correttamente, in una sofferenza fisica percepita come più facile da sopportare rispetto quella emozionale. Se la ragazza si mostra dolorante, chi la osserva s'intenerisce, si accorge di lei, le dedica attenzione e premura. Più si procura il dolore e più esiste agli occhi degli altri. I comportamenti autolesionistici altro non sono che delle richieste di aiuto. I segni delle cicatrici portate addosso (sia se indica un tatuaggio, un piercing o un taglio autoprocurato col coltellino) sono un modo per comunicare al mondo questo "dolore" esibito, questa sofferenza così palpabile da tutti.




Il modello sessuato (diseducativo) delle bambole bratz

L'autolesionismo è una forma di devianza? In senso statistico certamente lo è; in senso criminologico clinico bisogna prestare attenzione: sia al fatto che la devianza non è solo e tanto la trasgressione rispetto la norma o la "normalità" (giacché è anche necessario che la condotta generi allarme sociale e poi resta sempre da definire che cos'è la "normalità"); sia che in questi casi diventa una disdicevole modalità del proprio stile di vita.
Per capire il senso criminologico che sta alla base di un comportamento deviante, dobbiamo prendere in considerazione tutti quei meccanismi che generano e consolidano l’identità del deviante; così come le situazioni e le azioni che spesso lo vincolano a determinate scelte o a taluni modelli o stili di vita, che sono invece generati dalla società (mass-media e quant'altro) e che creano un divario o un conflitto nel rapporto tra mezzi (personali) e fini (sociali, culturali, economici, ecc.).
Deviante quindi, non è solo chi viola una norma (tenendo sempre presente i due postulati legalisti: "la norma non è tutta diritto"; "la norma non è tutto il diritto") o si discosta dalla "normalità" (termine ambiguo), ma anche la società (Forze di Polizia, Istituzione, Scuola, ecc.), che in un dato momento storico-culturale stigmatizza come devianti quei comportamenti trasgressivi o "diversi"
. E' esatta, a riguardo, l'affermazione di Milanese: «Le norme contengono tutta una serie di processi di definizione, di linguaggio e di regole che di fatto costruiscono la percezione sociale del deviante, ovviamente a seconda dei contesti, della cultura, dei momenti storici e delle leggi»[1].   E' ancora più esatto il pensiero di Becker: «Per studiare tutti i processi legati alla devianza dovremmo assumere il punto di vista sia del deviato sia di coloro che etichettano il deviato come tale; ciò è possibile, ma non simultaneamente, perché non si può dare senso simultaneamente ai due punti di vista»[2]. Da qui la conclusione che la devianza è difficile da studiare per la sua stessa genesi: se si adotta il punto di vista dell'etichettato come deviante,  tale studio potrà sembrare pregiudizievole per il gruppo sociale che mette l'etichetta; del pari, se si adotta il punto di vista di chi etichetta l'altro come deviante, si può essere pregiudizievole per l'etichettato. A ciò aggiungiamo, che le persone reagiscono più all'etichetta che alla persona etichettata e che talvolta l'etichettato tende ad accettare lo stigma adottando comportamenti conformi.
 






 


Il modello (diseducativo) di  sessualità precoce nelle bambole bratz

 

White e  Gilliland considerano l'autolesionismo un meccanismo di difesa dell'io, mediante il quale la persona tenta di escludere dalla consapevolezza degli impulsi inaccettabili. L'autolesionismo è il rivolgimento contro il sé, vale a dire, è il "processo automatico e inconscio attraverso cui la persona devia l'aggressività ostile da un'altra persona dirigendola contro se stessa.  In questo modo l'identità dell'oggetto originario dell'ostilità rimane oscura e talvolta la stessa emozione di ostilità resta fuori della consapevolezza conscia. L'ostilità rivolta all'interno di sé, induce la persona in questione a ferirsi fisicamente o nuocersi per altre vie: socialmente, finanziariamente, ecc."[3].
Adolescenti fragili (ma talvolta anche donne adulte) si provocano tagli con coltellino, lametta o forbici in ogni parte del corpo. Si bruciano con cicche di sigarette o si comprimono i seni o si abbandonano a delle diete spietate o ad ingoiare cibi disgustosi inducendosi sofferenza. La forma culminante è il tentato suicidio. Queste persone ammettono di provare un sollievo nella tensione che accompagna l'atto suicida, sminuendo l'ansia o l'angoscia che le attenaglia. Il suicidio quindi, anche secondo White e Gilliland, è la forma finale del rivolgimento contro il sé. L'autolesionismo se non ha origine traumatica (abusi, ecc.) può essere dovuto ad emarginazione rispetto problemi frustranti (separazione genitori, figura di riferimento violenta, ecc.). L'autolesionista non è un violento (se non verso se stesso), cerca di trovare un sollievo al suo disagio in un modo errato per farlo, per questo va compreso e possibilmente aiutato in primo luogo da chi gli vuole bene.

 

[1]  Milanese R. (1998), La costruzione e il mantenimento dell'identità deviante, in A. Salvini e L. Zanellato (a cura di), Psicologia clinica delle tossicodipendenze, Lombardo, Roma.
[2]Becker H.S. (1963), Outsiders, The Free Press, New York; (tr. it. Outsiders. Saggi di sociologia della devianza, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1987); Becker H.S. (1971), “Una rilettura della teoria dell’etichettamento”, in Outsiders. Saggi di sociologia della devianza, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1987.
[3] White B. Robert/Gilliland M. Robert, I meccanismi di difesa, Astrolabio, Roma 1977




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Thirteen - 13 anni, è un film del 2003, oggi la situazione reale del disagio giovanile ben descritta nel film, nella società si è abbassata a 11 anni.  Un film di Catherine Hardwicke. Con Evan Rachel Wood, Nikki Reed, Holly Hunter, Jeremy Sisto.

Criminologia.it Pubblicato in rete il 3.7.2008 Tutti i diritti riservati - Le foto sono tratte in internet del film Thirteen e dall'icona delle bambole Bratz