Criminologia.it
CRIMINOLOGIA.IT, RIVISTA INTERNET DI TEORIA E SCIENZE CRIMINALI

 


Nino Manfredi nel ruolo di Girolimoni, un innocente ingiustamente accusato, processato e sbattuto in prima pagina sui giornali come il mostro di Roma. Ai suoi funerali c'era solo un bravo e saggio Commisario, che non aveva mai creduto alla sua colpevolezza.

Tra fiction e realtà. RIS E MASS-MEDIA NEI DELITTI DI COGNE E GARLASCO


Ministro Mastella, mandi un encomio alla Procura di Vigevano
di Prof. Saverio Fortunato
(Specialista in Criminologia Clinica, Docente Corso di Laurea Scienze Investigazione Università di L'Aquila)
 

Questo è un delitto che stava replicando, pari-pari, in termini di spettacolarizzazione, quello di Cogne. Il copione mediatico-investigativo era lo stesso. Gli effetti speciali, la notizia sul nulla trasformata in qualcosa di sensazionale, lo scoop inseguito dappertutto. I RIS come perno su cui far ruotare il ragionamento del castello accusatorio, ecc.
Ecco alcuni titoli dei giornali: "Trovati i vestiti nel canale". "L'arma del delitto potrebbe essere un martello". "In un cantiere vicino è sparito un martello forse potrebbe essere l'arma del delitto". "Trovata un'impronta vicino al cadavere, l'assassino potrebbe essere una donna". "L'alibi di Alberto Stasi sta nel computer". "Le indagini portano al fidanzato". "Alberto è l'assassino oppure copre il killer, non c'è altra pista". "L'ora del delitto potrebbe essere un'ora prima"... e via cantando, con le certezze-incerte.

Commentare le indagini attraverso i titoli e gli articoli fumosi dei giornali è come guardare il sole con la nebbia. Beh!, però!, se dopo che indaghi, gira e rigira, è vero che sposti di un'ora quella del delitto con cui sei partito, allora attenzione all'errore dell'errore, perché non è uno scherzo dire un'ora prima o un'ora dopo.
A Cogne, tutto è stato fissato (con la stessa crimino-illogica) in cinque minuti stabiliti a partire dal responso del medico-legale, in perizie approssimative contrastate, e poi da tale dato è derivato un processo-calvario ed una condanna a 30 anni, per la madre del bimbo massacrato.
In appello ecco il ragionamento (mediatico) del Pm: "Il racconto di Annamaria è il frutto di una accurata preparazione. La famiglia ha studiato a tavolino cosa dire e cosa non dire. Ma non spiega dove era il pigiama. E non ha fornito versioni convincenti sugli spostamenti di Davide" incalza il pg Corsi. Che quantifica in 5 minuti il tempo in cui la donna è rimasta sola in casa, mentre il figlio maggiore Davide era fuori. In questo lasso di tempo, teorizza il pg, Annamaria potrebbe avere ucciso Samuele. Col verbo "potrebbe" ha chiesto ed ottenuto la condanna.


Se a Cogne, l'orologio dell'ora del delitto lo si fosse spostato di un'ora, l'accusa cosa avrebbe detto? Non avremmo avuto il processo alla Franzoni. Invece, temo che questi tipi di errori non siano scientifici (è noto che la scienza procede per tentativi ed errori e ben venga il riconoscere l'errore, sempre in agguato), perché giocano sempre a consolidare l'accusa (anche l'errore del perito della procura nel caso Unabomber, ha sbagliato a favore della colpevolezza del sospettato).

Anche a Garlasco si era tentato di replicare due metafore usate a Cogne: le scarpe e il pigiama.
A Cogne si è detto: "Il pigiama è sporco di sangue, il pigiama è della Franzoni, allora la Franzoni è il colpevole".
A Garlasco, si stava replicando: "Siccome il fidanzato ha detto il colore esatto del pigiama che indossava la vittima, ma dal punto da dove osservava non poteva averlo visto, ergo è l'assassino!".
 

A Cogne, sul particolare degli zoccoli, si è detto: "Gli zoccoli erano sporchi di sangue, gli zoccoli sono della Franzoni, la Franzoni è il colpevole".
A Garlasco, si stava replicando con la proprietà commutativa (cambiando l'ordine degli addendi il risultato non cambia): siccome le scarpe del sospettato non sono sporche di sangue e dovendo entrare si sarebbe sporcato, ergo ha mentito, dunque è il colpevole!.
Insomma, a Cogne, le scarpe sono sporche e il sospettato è colpevole, a Garlasco le scarpe sono pulite ed è colpevole, gira e rigira il risultato non cambia.

Nel Medioevo si diceva: "Tu sei eretico perché parli col demonio, ed è eretica anche tua moglie perché pur sapendolo (e non poteva non saperlo) non ti ha denunciato! Se però ammetti di parlare col demonio, allora sei salvo!" Il disgraziato ammetteva per avere salva la vita, ma dall'ammissione si deduceva l'esistenza del diavolo e, così, avanti il prossimo!

Oggi, in termini moderni, si deduce: se ci sono le impronte sei stato tu, se non ci sono allora le hai cancellate!.
Ma insomma! Se uno frequenta la casa della fidanzata, saprà che pigiama usa, allora? E se non la frequenta, un colore non può tirare ad indovinarlo? E' mai possibile che a certe risposte si debba dare sempre l'interpretazione a sfavore del sospettato e mai a favore o, se vogliamo, neutra?

C'era un film di Totò, dove il commissario lo voleva per forza incolpare di un delitto, allora gli rivolgeva queste accuse: "Lei non ha mai visto una macchina nera?". E Totò: "Si, perbacco!". "Lei non ha mai visto un morto?". E Toto: "Si, perbacco!". Allora lei è l'assassino perché il nostro morto era in un'auto nera!

Questi sillogismi fallaci, costruiti su dei postulati, formano dei teoremi crimino-illogici. Per capirne l'ascientificità uso ancora il linguaggio figurato e cito sempre Totò. In un altro film, parlando con lui, il fratello (interpretato da Peppino De Filippo) gli diceva: "Senti un po', ci sarebbe un aumento di stipendio per te!". E Totò: "Ci sarebbe o c'è? Perché una cosa è averlo, un'altra è aspettarlo!".

Poi, dei RIS, ci sono quei ripetuti sopralluoghi col copione sempre da fiction. Prendiamo tutto il possibile e portiamolo in laboratorio dove con la "scatola magica" e il camice bianco, abbiamo "il" risultato. E' impressionante di come una pratica cinematografica riesca a piegare, direi a forgiare, una pratica d'indagine quotidiana. Tra gli effetti psicosociali dei media, Mauro Wolf suggerisce il "sogno ad occhi aperti" di cui parlava Freud, che riscontriamo in quel potere quasi ipnotico che la fiction produce.
La proiezione, l'identificazione  con il mito, finché non impedisce l'esercizio dell'intelligenza, va tutto bene. Si può giocare a cinque anni ed anche ad ottanta. Ma quando abbiamo in mano il destino delle persone, possiamo giocare a fare i super-periti, super-detective, super-procura, ecc.?
I piedi per terra in questa indagine li ha avuti la procura di Vigevano, tanto sconosciuta quanto illuminata nel vagliare e frenare le azioni investigative.

Il primo plauso è per il pubblico ministero, titolare dell'inchiesta che è rimasto nell'anonimato, lontano dai riflettori e dalla grancassa mediatica. Poi, il plauso è per il procuratore capo, Alfonso Lauro, che non ha sprecato un solo aggettivo, un solo verbo nelle dichiarazioni che ha rilasciato al circo delle telecamere e microfoni accorsi a Vigevano come mosche sul miele. Egli ha saputo agire con estrema saggezza e senso umanitario, evitando fin qui che il caso montasse fino a sbattere il mostro in prima pagina (ricordate il film su Girolimoni, interpretato da Nino Mafredi?).
Ecco le frasi che ritengo tra le più illuminate:  contro Alberto Stasi ''non c'è nessuna pistola fumante, ma contraddizioni da chiarire e verificare", come, ad esempio, le scarpe con cui Alberto è entrato nella casa del delitto. Scarpe non sporche di sangue nonostante il pavimento della villetta di via Pascoli ne fosse pieno. "Non è una colpa essere il fidanzato o essere quello che trova un cadavere. D'altronde - sottolinea il procuratore capo - solo quando saltano fuori le prove si prendono provvedimenti".
Immaginate come sarebbe stato facile arrestarlo ed indurlo a confessare.
"Dicci che parli col demonio e avrai salva la vita!". E il povero disgraziato, spremuto e stremato, confessava: si, ho parlato e ho visto il demonio, per favore aiutatemi, curatemi, ma soprattutto salvatemi! (Il film "La seduzione del male" è emblematico sulle indagini investigative della Santa Inquisizione).
Non ci sono parole adeguate per complimentarsi con la Procura di Vigevano, per la saggezza con cui ha resistito fin qui, tanto ai colpi della Santa Scienza, che prima ti arresta e poi devi dimostrare che non sei stato tu; tanto ai colpi dei giornalisti che inseguono lo scoop. Il Ministro di Giustizia, per una volta, potrebbe mandare un encomio, al posto dei soliti ispettori. 

Riguardo il delitto, credo che il movente possa darlo lo studio della vittima. Nel frattempo, però, se non ci sono prove serie, si dovrebbe archiviare l'accusa contro il povero ragazzo, amato persino dalla famiglia della vittima. Al funerale di Chiara Poggi, se ci avete fatto caso, se lo abbracciava a sé la madre della vittima, la suocera per intenderci, segno evidente che i RIS, mentre convincono taluni giudici, non hanno convinto la famiglia dei suoceri della Franzoni e nemmeno la famiglia dei suoceri di Alberto, unico indagato. Vorrà dire qualcosa? O lo dobbiamo chiedere al computer? Perché per l'epistemologia la scienza non nasce dall'esperienza, ma deve trovare nell'evidenza empirica la conferma o la smentita. Solo che questo principio, di logica della scoperta scientifica, il computer non lo dirà mai né lo dirà mai il laboratorio "scientifico" o colui che pretende di sapere. Il vero sapere, diceva Socrate, è il sapere di non sapere. E la scienza, diceva Cartesio, inizia col dubbio; e non dall'esperienza o dall'abitudine, aggiungo io.

Articoli correlati
-Delitto Garlasco, Gli errori investigativi da evitare
-Sull'equazione investigativa vittima/parente

-Sul ruolo dell'interrogatorio del sospettato e sul meccanismo del senso di colpa nella persona innocente
 

LA STORIA DI GIROLIMONI

Negli anni dal 1924 al 1928 a Roma si susseguirono una serie di stupri e di uccisioni ai danni di bambine che gettò nel terrore la popolazione.
L’immagine che il Regime voleva dare di un’Italia sicura e controllata stava vacillando, quindi partì la ricerca di un colpevole…ma tutto quello che si riuscì a trovare furono capri espiatori.
Due persone, tra cui un sacerdote, vennero accusate ed arrestate sulla base di descrizioni sommarie e prove non proprio schiaccianti. Tutte e due si tolsero la vita non riuscendo a sopportare l’infamia gettatagli addosso da stampa e polizia.
Ma il colpo di genio fu l’arresto di Gino Girolimoni.
Quest’uomo era il classico personaggio che si è fatto da solo. Figlio di un padre che non lo riconosce, Girolimoni si fa strada nel lavoro grazie ad uno spiccato spirito di iniziativa e a molta buona volontà, diventando uno scapolo d’oro che girava con una Peugeot verde e faceva gola alla maggior parte delle signore del borgo.
Insomma, era l’ideale per il Regime che aveva interessi nel demonizzare una figura del genere a vantaggio dei padri di famiglia.
Il padrone di una locanda aveva giurato di aver servito da bere a Girolimoni, che teneva per mano una bambina che rispondeva perfettamente alla descrizione di una bimba rapita la sera stessa.
Così diventò il mostro di Roma.
A nulla servì la testimonianza di un uomo, fisicamente somigliante al “sor Gino”, che dichiarava che era lui l’uomo che era entrato in quella locanda con sua figlia, peraltro in ottima salute.
Il caso di Girolimoni venne preso a cuore da un commissario, Giuseppe Dosi, che non era persuaso della sua colpevolezza. Indagò a fondo, raccolse prove e testimonianze, ed arrivò alla conclusione che il mostro dovesse essere una persona probabilmente straniera e più vecchia di molti anni.
Ma il Regime non stava a guardare, e Mussolini, a cui faceva comodo mettere il suo “colpevole” alla forca, fece internare Dosi in un manicomio.
Quando le prove sull’estraneità ai fatti di Girolimoni divennero schiaccianti, la polizia fu costretta a liberarlo. I giornali che avevano dedicato aperture a nove colonne sulla cattura del mostro, ora dedicavano un trafiletto in quarta pagina al suo rilascio.
Girolimoni non si toglierà più di dosso quell’etichetta. Per tutti il mostro era lui, così gli affari andarono sempre peggio e perse il lavoro.
Tentò anche di cambiare nome ma, non si capisce perché, la sua richiesta venne respinta…
Girolimoni morirà nel 1961, ed al suo funerale non c’era praticamente nessuno, a parte il commissario Dosi, che dopo la caduta del fascismo venne reintegrato nella polizia, promosso di grado e che continuò a portare a compimento brillanti operazioni per tutta la sua carriera.
Il mostro di Roma non venne mai catturato, ma pare proprio che fosse un sacerdote anglicano, un certo Ralph Lyonel Brydges, che era inglese, rispondeva a tutte le descrizioni, e che era stato accusato in altri stati di pedofilia…ma non si poteva macchiare l’onore della chiesa o mettersi in condizioni imbarazzanti con l’Inghilterra, quindi la croce è stata buttata addosso ad un uomo che, pur non avendo fatto nulla di male, non avrà mai pace, visto che ancora oggi il suo nome è sinonimo di orrore.



 

Drammatico, Italia (1972)
Regia: Damiano Damiani
Soggetto: Damiano Damiani
Scenaggiatura: Damiano Damiani, Fulvio Gicca Palli, Enrico Ribulsi
Musica: Riz Ortolani
Fotografia: Marcello Gatti
Produzione: Dino De Laurentiis Cinematografica
Interpreti: Nino Manfredi, Orso Maria Guerrini, Guido Leontini, Anna Maria Pescatori, Mario Carotenuto.
Durata: 120’ca. / Colore.



 








Foto Ansa - © Criminologia.it - Pubblicato in rete 16.9.2007 - Tutti i diritti riservati
La scheda e foto su Girolimoni, fonte: http://gemsmiderland.blogspot.com/2006/04/la-vicenda-di-gino-girolimoni.html