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Questo è un delitto che stava
replicando, pari-pari, in termini di spettacolarizzazione, quello di
Cogne. Il copione mediatico-investigativo era lo stesso. Gli effetti
speciali, la notizia sul nulla trasformata in qualcosa di
sensazionale, lo scoop inseguito dappertutto. I RIS come perno su
cui far ruotare il ragionamento del castello accusatorio, ecc.
Ecco alcuni titoli dei giornali: "Trovati i vestiti nel canale".
"L'arma del delitto potrebbe essere un martello". "In un cantiere
vicino è sparito un martello forse potrebbe essere l'arma del delitto".
"Trovata un'impronta vicino al cadavere, l'assassino potrebbe essere una
donna". "L'alibi di Alberto Stasi sta nel computer". "Le indagini
portano al fidanzato". "Alberto è l'assassino oppure copre il killer,
non c'è altra pista". "L'ora del delitto potrebbe essere un'ora prima"...
e via cantando, con le certezze-incerte.
Commentare le indagini attraverso i titoli e gli articoli fumosi dei
giornali è come guardare il sole con la nebbia. Beh!, però!, se dopo che
indaghi, gira e rigira, è vero che sposti di un'ora quella del delitto
con cui sei partito, allora attenzione all'errore dell'errore, perché
non è uno scherzo dire un'ora prima o un'ora dopo.
A Cogne, tutto è stato fissato (con la stessa crimino-illogica) in
cinque minuti stabiliti a partire dal responso del medico-legale, in
perizie approssimative contrastate, e poi da tale dato è derivato un
processo-calvario ed una condanna a 30 anni, per la madre del bimbo
massacrato.
In appello ecco il ragionamento (mediatico) del Pm: "Il racconto di
Annamaria è il frutto di una accurata preparazione. La famiglia ha
studiato a tavolino cosa dire e cosa non dire. Ma non spiega dove era il
pigiama. E non ha fornito versioni convincenti sugli spostamenti di
Davide" incalza il pg Corsi. Che quantifica in 5 minuti il tempo in cui
la donna è rimasta sola in casa, mentre il figlio maggiore Davide era
fuori. In questo lasso di tempo, teorizza il pg, Annamaria potrebbe
avere ucciso Samuele. Col verbo "potrebbe" ha chiesto ed ottenuto la
condanna.
Se a Cogne, l'orologio dell'ora del delitto lo si fosse spostato di
un'ora, l'accusa cosa avrebbe detto? Non avremmo avuto il processo alla
Franzoni. Invece, temo che questi tipi di errori non siano
scientifici (è noto che la scienza procede per tentativi ed errori e ben
venga il riconoscere l'errore, sempre in agguato), perché giocano sempre
a consolidare l'accusa (anche l'errore del perito della procura nel caso
Unabomber, ha sbagliato a favore della colpevolezza del sospettato).
Anche a Garlasco si era tentato di replicare due metafore usate a Cogne:
le scarpe e il pigiama.
A Cogne si è detto: "Il pigiama è sporco di sangue, il pigiama è
della Franzoni, allora la Franzoni è il colpevole".
A Garlasco, si stava replicando: "Siccome il fidanzato ha detto
il colore esatto del pigiama che indossava la vittima, ma dal punto da
dove osservava non poteva averlo visto, ergo è l'assassino!".
A Cogne, sul particolare degli zoccoli, si è detto: "Gli zoccoli erano
sporchi di sangue, gli zoccoli sono della Franzoni, la Franzoni è il
colpevole".
A Garlasco, si stava replicando con la proprietà commutativa (cambiando
l'ordine degli addendi il risultato non cambia): siccome le scarpe
del sospettato non sono sporche di sangue e dovendo entrare si sarebbe
sporcato, ergo ha mentito, dunque è il colpevole!.
Insomma, a Cogne, le scarpe sono sporche e il sospettato è colpevole, a Garlasco
le scarpe sono pulite ed è colpevole, gira e rigira il risultato non
cambia.
Nel Medioevo si diceva: "Tu sei eretico perché parli col demonio, ed
è eretica anche tua moglie perché pur sapendolo (e non poteva non
saperlo) non ti ha denunciato! Se però ammetti di parlare col demonio,
allora sei salvo!" Il disgraziato ammetteva per avere salva la vita,
ma dall'ammissione si deduceva l'esistenza del diavolo e, così, avanti
il prossimo!
Oggi, in termini moderni, si deduce: se ci sono le impronte sei
stato tu, se non ci sono allora le hai cancellate!.
Ma insomma! Se uno frequenta la casa della fidanzata, saprà che pigiama
usa, allora? E se non la frequenta, un colore non può tirare ad
indovinarlo? E' mai possibile che a certe risposte si debba dare sempre
l'interpretazione a sfavore del sospettato e mai a favore o, se
vogliamo, neutra?
C'era un film di Totò, dove il commissario lo voleva per forza incolpare
di un delitto, allora gli rivolgeva queste accuse: "Lei non ha mai
visto una macchina nera?". E Totò: "Si, perbacco!". "Lei
non ha mai visto un morto?". E Toto: "Si, perbacco!". Allora
lei è l'assassino perché il nostro morto era in un'auto nera!
Questi sillogismi fallaci, costruiti su dei postulati, formano dei
teoremi crimino-illogici. Per capirne l'ascientificità uso ancora il
linguaggio figurato e cito sempre Totò. In un altro film, parlando con
lui, il fratello (interpretato da Peppino De Filippo) gli diceva:
"Senti un po', ci sarebbe un aumento di stipendio per te!". E Totò:
"Ci sarebbe o c'è? Perché una cosa è averlo, un'altra è aspettarlo!".
Poi, dei RIS, ci sono quei ripetuti sopralluoghi col copione sempre da
fiction. Prendiamo tutto il possibile e portiamolo in laboratorio dove
con la "scatola magica" e il camice bianco, abbiamo "il" risultato.
E' impressionante di come una pratica cinematografica riesca a piegare,
direi a forgiare, una pratica d'indagine quotidiana. Tra gli effetti
psicosociali dei media, Mauro Wolf suggerisce il "sogno ad occhi aperti"
di cui parlava Freud, che riscontriamo in quel potere quasi ipnotico che
la fiction produce.
La proiezione, l'identificazione con il mito, finché non impedisce
l'esercizio dell'intelligenza, va tutto bene. Si può giocare a cinque
anni ed anche ad ottanta. Ma quando abbiamo in mano il destino delle
persone, possiamo giocare a fare i super-periti, super-detective,
super-procura, ecc.?
I piedi per terra in questa indagine li ha avuti la procura di Vigevano,
tanto sconosciuta quanto illuminata nel vagliare e frenare le azioni
investigative.
Il primo plauso è per il pubblico ministero, titolare dell'inchiesta
che è rimasto nell'anonimato,
lontano dai riflettori e dalla grancassa mediatica. Poi, il plauso è per
il procuratore capo, Alfonso Lauro, che non ha sprecato un solo
aggettivo, un solo verbo nelle dichiarazioni che ha rilasciato al circo
delle telecamere e microfoni accorsi a Vigevano come mosche sul miele.
Egli ha saputo agire con estrema saggezza e senso umanitario, evitando
fin qui che il caso montasse fino a sbattere il mostro in prima pagina
(ricordate il film su Girolimoni, interpretato da Nino Mafredi?).
Ecco le frasi che ritengo tra le più illuminate: contro Alberto
Stasi ''non
c'è nessuna pistola fumante, ma contraddizioni da chiarire e verificare",
come, ad esempio, le scarpe con cui Alberto è entrato nella casa del
delitto. Scarpe non sporche di sangue nonostante il pavimento della
villetta di via Pascoli ne fosse pieno. "Non
è una colpa essere il fidanzato o essere quello che trova un cadavere.
D'altronde - sottolinea il procuratore capo - solo quando saltano fuori
le prove si prendono provvedimenti".
Immaginate come sarebbe stato facile arrestarlo ed indurlo a confessare.
"Dicci che parli col demonio e avrai salva la vita!". E il povero
disgraziato, spremuto e stremato, confessava: si, ho parlato e ho visto
il demonio, per favore aiutatemi, curatemi, ma soprattutto salvatemi!
(Il film "La seduzione del male" è emblematico sulle indagini
investigative della Santa Inquisizione).
Non ci sono parole adeguate per complimentarsi con la Procura di
Vigevano, per la saggezza con cui ha resistito fin qui, tanto ai
colpi della Santa Scienza, che prima ti arresta e poi devi
dimostrare che non sei stato tu; tanto ai colpi dei giornalisti che
inseguono lo scoop. Il Ministro di Giustizia, per una volta, potrebbe
mandare un encomio, al posto dei soliti ispettori.
Riguardo il delitto, credo che il movente possa darlo lo studio della
vittima. Nel frattempo, però, se non ci sono prove serie, si
dovrebbe archiviare l'accusa contro il povero ragazzo, amato persino
dalla famiglia della vittima. Al funerale di Chiara Poggi, se ci avete
fatto caso, se lo abbracciava a sé la madre della vittima, la suocera
per intenderci, segno evidente che i RIS, mentre convincono taluni
giudici, non hanno convinto la famiglia dei suoceri della Franzoni e
nemmeno la famiglia dei suoceri di Alberto, unico indagato. Vorrà dire qualcosa? O lo dobbiamo chiedere al computer?
Perché per l'epistemologia la scienza non nasce dall'esperienza, ma deve
trovare nell'evidenza empirica la conferma o la smentita. Solo che
questo principio, di logica della scoperta scientifica, il computer non
lo dirà mai né lo dirà mai il laboratorio "scientifico" o colui che
pretende di sapere. Il vero sapere, diceva Socrate, è il sapere di
non sapere. E la scienza, diceva Cartesio, inizia col dubbio; e non
dall'esperienza o dall'abitudine, aggiungo io.
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LA STORIA DI GIROLIMONI
Negli anni dal 1924 al 1928 a Roma si
susseguirono una serie di stupri e di uccisioni ai danni di
bambine che gettò nel terrore la popolazione.
L’immagine che il Regime voleva dare di un’Italia sicura e
controllata stava vacillando, quindi partì la ricerca di un
colpevole…ma tutto quello che si riuscì a trovare furono capri
espiatori.
Due persone, tra cui un sacerdote, vennero accusate ed arrestate
sulla base di descrizioni sommarie e prove non proprio
schiaccianti. Tutte e due si tolsero la vita non riuscendo a
sopportare l’infamia gettatagli addosso da stampa e polizia.
Ma il colpo di genio fu l’arresto di Gino Girolimoni.
Quest’uomo era il
classico personaggio che si è fatto da solo. Figlio di un padre
che non lo riconosce, Girolimoni si fa strada nel lavoro grazie
ad uno spiccato spirito di iniziativa e a molta buona volontà,
diventando uno scapolo d’oro che girava con una Peugeot verde e
faceva gola alla maggior parte delle signore del borgo.
Insomma, era l’ideale per il Regime che aveva interessi nel
demonizzare una figura del genere a vantaggio dei padri di
famiglia.
Il padrone di una locanda aveva giurato di aver servito da bere
a Girolimoni, che teneva per mano una bambina che rispondeva
perfettamente alla descrizione di una bimba rapita la sera
stessa.
Così diventò il mostro di Roma.
A nulla servì la testimonianza di un uomo, fisicamente
somigliante al “sor Gino”, che dichiarava che era lui l’uomo che
era entrato in quella locanda con sua figlia, peraltro in ottima
salute.
Il caso di Girolimoni venne preso a cuore da un commissario,
Giuseppe Dosi, che non era persuaso della sua colpevolezza.
Indagò a fondo, raccolse prove e testimonianze, ed arrivò alla
conclusione che il mostro dovesse essere una persona
probabilmente straniera e più vecchia di molti anni.
Ma il Regime non stava a guardare, e Mussolini, a cui faceva
comodo mettere il suo “colpevole” alla forca, fece internare
Dosi in un manicomio.
Quando le prove sull’estraneità ai fatti di Girolimoni divennero
schiaccianti, la polizia fu costretta a liberarlo. I giornali
che avevano dedicato aperture a nove colonne sulla cattura del
mostro, ora dedicavano un trafiletto in quarta pagina al suo
rilascio.
Girolimoni non si
toglierà più di dosso quell’etichetta. Per tutti il mostro era
lui, così gli affari andarono sempre peggio e perse il lavoro.
Tentò anche di cambiare nome ma, non si capisce perché, la sua
richiesta venne respinta…
Girolimoni morirà nel 1961, ed al suo funerale
non c’era praticamente nessuno, a parte il commissario Dosi, che
dopo la caduta del fascismo venne reintegrato nella polizia,
promosso di grado e che continuò a portare a compimento
brillanti operazioni per tutta la sua carriera.
Il mostro di Roma non venne mai catturato, ma pare proprio che
fosse un sacerdote anglicano, un certo Ralph Lyonel Brydges, che
era inglese, rispondeva a tutte le descrizioni, e che era stato
accusato in altri stati di pedofilia…ma non si poteva macchiare
l’onore della chiesa o mettersi in condizioni imbarazzanti con
l’Inghilterra, quindi la croce è stata buttata addosso ad un
uomo che, pur non avendo fatto nulla di male, non avrà mai pace,
visto che ancora oggi il suo nome è sinonimo di orrore.
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Drammatico, Italia (1972)
Regia: Damiano Damiani
Soggetto: Damiano Damiani
Scenaggiatura: Damiano Damiani, Fulvio Gicca Palli,
Enrico Ribulsi
Musica: Riz Ortolani
Fotografia: Marcello Gatti
Produzione: Dino De Laurentiis Cinematografica
Interpreti: Nino Manfredi, Orso Maria Guerrini, Guido
Leontini, Anna Maria Pescatori, Mario Carotenuto.
Durata: 120’ca. / Colore.
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