Recensione al libro di Francesco Sidoti
"CRIMINOLOGIA E SICUREZZA"
di Saverio Fortunato

Fonte: "Il Riformista"
 

 

L’opera principale di Francesco Sidoti, Criminologia e Investigazione[1], mi ha suscitato un epilogo di Karl Popper. Un giorno, Popper disse in classe ai suoi studenti: “Prendete carta e penna, osservate attentamente e registrate quello che avete osservato!”. Gli studenti, imbarazzati, gli chiesero che cosa volesse che osservassero e lui allora spiegò la sua lezione: il precetto “osservare” è assurdo! E non è neanche idiomatico se l’oggetto del verbo transitivo non può considerarsi sottinteso. L’osservazione è sempre particolareggiata, selettiva. Essa necessita di un punto d’osservazione, di un oggetto da osservare, di un angolo di visuale, di un certo punto di vista, di uno scopo, di un problema. La descrizione che ne deriva ha anch’essa necessità di un linguaggio descrittivo, con dei termini che descrivono proprietà, la similarità e la comparazione, che a sua volta anche questi necessitano d’interesse, di punti di vista, di un problema.

Popper, spiegando ciò agli allievi, li aiutava a ragionare da scienziati. Sidoti fa esattamente la stessa cosa: spiegando ed analizzando teorie e storia del pensiero criminologico, aiuta il lettore a capire, individuando fenomeni e problemi appartenenti a questa o quella disciplina (intelligence, investigazione, criminologia). In altri termini, Sidoti ci pone di fronte a dei perché, ci sollecita a filosofare, nel senso kantiano del termine.

Per comprendere il fondamento dialettico e l’assunto scientifico di Sidoti, tento di schematizzare –scusandomi con l’autore- i suoi tre principali temi.

 

Intelligence

 

Sidoti[2], da studioso, rivolge la sua attenzione alla CIA ed all’FBI americana, soffermandosi sulla loro storia, che ripercorre riferendosi a tre periodi: la nascita, che coincide con la fase della crisi nazionale (il gangsterismo e il banditismo per la nascita dell’FBI; la sorpresa di Pearl Harboour per la CIA); poi, il periodo di strapotere per entrambi; infine, l’inizio di una crisi d’identità, di ruolo, d’intervento che ha inizio negli anni Sessanta e culmina, dopo alti e bassi, con l’insuccesso previsionale dell’11 settembre 2001.

Sidoti colloca, in modo non casuale, l’argomento intelligence nel capitolo “democrazia e controlli”, perché ritiene che quando si parla di democrazia s’intende parlare della migliore forma di governo possibile e tuttavia ci si deve sempre porre la classica domanda: “chi controlla i controllori?”.

L’autore ripercorre un percorso storico della criminologia e si sofferma alla politica criminale, attuata come politica di sicurezza sociale, in Inghilterra e negli USA.

In Inghilterra, Tony Blair, scrive Sidoti, ha fatto sua la parola d’ordine “duri contro il crimine” con tutte le annesse conseguenze. Sidoti mette in guardia che c’è oggi un gran rischio nell’adozione acritica di un diritto penale minimo e perfino di una tolleranza estesa oltre certi limiti: spesso le vittime della violenza criminale sono proprio i più deboli (poveri, anziani, bambini, minoranze etniche, donne, abitanti dei quartieri più diseredati).

La scuola del “realismo criminologico” –osserva Sidoti- è sembrata la trasposizione su un piano criminologico della trasformazione politica dei vecchi partiti di sinistra, laburisti o socialdemocratici.

Sidoti coglie un’analogia negli USA, durante il periodo presidenziale di Clinton, che pur presentandosi come uomo di sinistra adottò idee, decisioni, provvedimenti che sarebbero definibili come perfettamente di destra (leggi severe, aumenti delle forze di polizia, ecc.).

Tuttavia, anche in Francia, scrive Sidoti, citando una riflessione di Tèvanian, durante i governi di sinistra è stato osservato un cambiamento analogo in tema di politica criminale.

Guardando a ciò l’autore termina che oggi, in una realtà caratterizzata da mille problematiche ed incertezze, è essenziale un pensiero critico e costruttivo alla criminologia ed al buon funzionamento delle istituzioni.

 

 

 

Investigazione

 

Al tema dell’investigazione Sidoti dedica ampio interesse, con un approccio disincantato e col dono del dubbio. Egli riconduce l’investigazione a criteri di scientificità e quindi, a mio avviso, la sottrae a quell’immaginario mediatico (diffuso in modo stereotipato nei vari film e fumetti polizieschi) che vede il detective inseguire il sospettato a tutti i costi e con qualunque mezzo, spesso anche senza un minimo d’umanità e violando più leggi di quante ne vorrebbe fare osservare agli altri. L’investigatore non è il toccasana del crimine e non è sulle risposte giuste da dare al crimine cui occorre concentrarsi, ma su come evitare quelle sbagliate. Se Popper suggerisce che come scienziati non siamo interessati alle teorie altamente probabili (perché queste sono scientificamente poco importanti), ma a teorie che abbiano superato positivamente molti tentativi di confutazione e per questo sono ben corroborate, Sidoti, conscio di ciò, attribuisce all’investigazione un ruolo sociale primario, come pilastro della democrazia, affermando che in un Paese “più c’è democrazia e più c’è investigazione”.

Con pagine epistemologiche, aiuta l’investigatore a tentare di mettere l’indagine al riparo dal pregiudizio, dall’innamoramento della propria tesi, ma l’autore, da criminologo esemplare, traccia questo profiler: «L’investigazione viene svolta da un soggetto naturalmente ignorante, fallibile, spesso fazioso e superstizioso, sempre sovrastato da un’eccedenza di percezione, in un contesto storico caratterizzato da una sovrabbondanza incomparabile di stimoli, d'informazioni, di delitti. I vocaboli inglesi detective e detection derivano dal latino detegere: scoprire, scoperchiare; eppure, soprattutto oggi nell’investigazione il rischio più grande e più frequente è il rischio di sbagliare. Nella scienza, come nell’investigazione e nel processo penale, il metodo dovrebbe essere rivolto principalmente, prima che a scoprire la verità, a scoprire l’errore. Quelli che sottovalutano questo aspetto, non hanno compiuto esperienza di processi, di investigazione, di scienza»[3].

Sul pensiero scientifico, ritengo che la pensi come Sidoti[4] anche il filosofo Bacone[5], che afferma: «I maggiori problemi per l’evoluzione della scienza sono dati da errori (pregiudizi) presenti nella mente dell’uomo. Alcuni di questi errori si trovano da sempre nella mente dell’uomo, a causa della sua natura imperfetta, mentre altri derivano dall’educazione o dalle frequentazioni che ognuno ha nella propria vita». Bacone ritiene che solo estirpando dalla mente dell’uomo questi pregiudizi sia possibile accostarsi ad un sapere vero e profondo[6].

Ma qual è allora il fine dell’investigazione? Sidoti c’illumina: «Il fine dell’investigazione è trovare prove che permettono di ridurre l’ambito dell’incertezza attraverso appunto un risultato che sia stato “provato” ovvero esaminato attentamente, riscontrato, accertato “fino a prova contraria”». In questo modo egli attribuisce all’investigazione lo stesso fine che appartiene alla ricerca scientifica: inventare congetture per poi metterle alla prova[7].

Tuttavia, sull’investigatore che agisce come il ricercatore scientifico, ritengo che deve sempre rispettare il principio della legalità, vale a dire, cercare tutte le prove possibili, ma nel rispetto delle leggi, quindi interessato a raccogliere gli elementi che provano la colpevolezza, ma senza scartare quelli che provano l’innocenza del sospettato o dell’indagato.

Ritengo quindi, che l’investigatore che “con l’occhio vede solo ciò che cerca”, non è uno scienziato, ma un pericoloso impostore.

La prova rappresenta il coronamento e il fine dell’investigazione, come osserva Sidoti. A ciò possiamo aggiungere il principio illuminato espresso dal magistrato Piero Tony, nel chiedere l'assoluzione di Pietro Pacciani[8] al processo d'Appello di Firenze, secondo cui "mezzo indizio + mezzo indizio = zero prove". Dunque, la prova della colpevolezza deve andare oltre ogni ragionevole dubbio.

 

Criminologia

 

Sidoti ripercorre le origini della criminologia: dal determinismo medico-biologico di Cesare Lombroso, in contrasto con la “Scuola Positiva di diritto penale”, agli studiosi Wilson ed Herrnstein dell’Università di Harvard (1988), che ri-attribuiscono un’importanza antropomorfica all’eziologia dell’uomo delinquente, nonostante buona parte della comunità scientifica oggi considera antiscientifico un rigido determinismo biologico.

L’autore dedica uno sguardo anche al paradigma criminologico. Un paradigma, nel campo scientifico, rappresenta un modello interpretativo che in alternativa ad altri diventa dominante in una disciplina e gli studiosi fanno riferimento ad esso. Sidoti individua l’epistemologia come base scientifica attraverso cui dare senso al senso, anche se è consapevole che non necessariamente ogni épistème criminologica può tradursi in un paradigma. Condivide l’asserto che la criminologia è materia multidisciplinare e interdisciplinare, ma mette in guardia che non per questo il criminologo deve invadere campi che appartengono a specifici saperi (la criminalistica, la psichiatria, la psicologia, ecc.).

In questo senso Sidoti esprime il punto più avanzato a cui è giunto oggi il pensiero sullo studio della criminologia e dell’investigativo.

 


 

[1] F. Sidoti, Criminologia e Investigazione, Giuffrè, Milano 2006.

[2] F. Sidoti si è già occupato specificatamente d’intelligence, in due precedenti pubblicazioni: “La cultura dell’investigazione” (ed. Koiné, Roma 2000) e in “Morale e metodo dell’intelligence” (Cacucci, Bari 2003).

[3] Francesco Sidoti, Criminologia e Investigazione, op. cit., p. 203.

[4] Per un approfondimento del pensiero di Sidoti sull’argomento “Errore, inganno e autoinganno”, consiglio la lettura della sua opera: Investigazione pubblica e privata nel giusto processo, Simone, 2000.

[5] Francesco Bacone, filosofo, nacque a Londra nel 1561, figlio del guardasigilli della regina d’Inghilterra. Condusse una vita agiata che gli consentì gli studi; ricoprì cariche politiche ed istituzionali importantissime, processato benché protetto dalle alte sfere, dovette lasciare gli incarichi politici.

[6] Bacon, Novum Organum, I, XXXVIII-XXXIX, XLI-XLIV.

[7] K. Popper, Logica delle scienze sociali, in AA.VV., Dialettica e positivismo in sociologia, Einaudi, Torino 1972, p. 702.

[8] Pietro Pacciani fu condannato in primo grado come il “mostro di Firenze” ed assolto in Corte d’Appello a Firenze, presidente Francesco Ferri; il magistrato Piero Tony rappresentava la pubblica accusa.

 

 

Criminologia.it - 4 Nov 2006