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Nella
nostra storia politica e amministrativa, si incontrano tanti individui
“portatori” di questa patologia, che hanno influito e continuano ad
influire in maniera determinante sulla qualità della vita dei cittadini,
degli utenti dei servizi e delle organizzazioni lavorative.
Si tratta di soggetti che eseguono i rispettivi compiti o funzioni, senza
alcuna alterazione delle disposizioni, anzi del tutto ossequienti ad esse.
L’effetto del loro comportamento crea una disumanizzazione pericolosa della
società per l’esasperazione del formalismo giuridico indipendentemente dagli
scopi da raggiungere o dai valori che si trovano davanti. Riescono a creare
insomma una perdita di valori e di valutazioni nel rispetto esclusivo della
correttezza amministrativa.
Se si
scava più a fondo, però, ci si accorge che, da parte di molti burocrati, il
rispetto della correttezza amministrativa è solo di facciata, nel senso che
si preoccupano più di “mettere a posto” carte e documenti in modo da
non incorrere personalmente in sanzioni e conseguenze di ogni genere, che di
assicurare il reale rispetto delle leggi e delle normative.
Le norme, i regolamenti, le procedure e
l’ufficio sono spesso oggetto di una sorta di santificazione da parte dei
burocrati. Anche le loro attività più tecniche tendono così a diventare
intoccabili. La stessa personalità del burocrate tende a modificarsi col
tempo investendo di significati affettivi e valutativi i principali aspetti
del suo lavoro. I burocrati, soprattutto nei gradi superiori, costituiscono
una classe sociale con interessi propri, diversi e contrastanti con quelli
di altre classi, che essi credono di tutelare meglio attraverso la
stabilizzazione delle istituzioni in atto e dei loro rapporti con altri
poteri pubblici. Agiscono con procedure tortuose, visioni ristrette,
pedanteria, pignoleria ed incapacità di comprendere le esigenze dei fruitori
del loro servizio. Sono estremamente zelanti sul lavoro, non per ideologia e
passione, ma per il desiderio di compiacere i propri comandanti o dirigenti
e guadagnarsi riconoscimenti.
La
personalità burocratica si piega sempre davanti al potere ed al valore degli
“atti”, della “carta”, delle “direttive” più remote e
minuziose, a dispetto della chiarezza e della capacità di intrattenere
relazioni, con il suo specializzarsi nell’incomprensibilità e nella
tortuosità.
Il
burocrate, difficilmente è un esempio di rettitudine, di correttezza
nell’agire morale ed amministrativo. Si specializza quasi sempre nel
rifiuto, e spesso anche nell’illegalità dalla parvenza legale. Quando agisce
in contrasto con leggi, valori, norme e morale, mantiene però il controllo
della situazione da un punto di vista legale e (appunto) burocratico: nel
senso che non è preoccupato tanto di agire contro norme e valori, quanto di
avere alla fine “le carte a posto”. Di conseguenza, si trova spesso
ad organizzare, per il suo esclusivo tornaconto e con invidiabile maestria,
macchinazioni ai danni dei cittadini e dell’apparato stesso per cui lavora.
Utilizza le sue conoscenze e la sua “professionalità” indiscussa, la
sua costanza e capacità di realizzare comportamenti ripetitivi senza
annoiarsi, per essere difficilmente attaccabile nei meandri delle
scartoffie, per vendicarsi contro chi tenta di smascherarlo, contro chi non
si piega al suo “potere”, ad eccezione di chi gli è gerarchicamente
sovraordinato, o di chi tenta di metterne in discussione le capacità e
l’onestà.
Il
burocrate ha una mentalità che tende a dominare l’autodeterminazione dei
cittadini e dei subalterni, che tratta con autoritarismo, coniugando il suo
potere effettivo con la mancanza di responsabilità ed interiorità.
E’
pertanto ultraconformista al suo mondo culturale privilegiando sempre i
mezzi istituzionali rispetto ai fini.
Il suo
agire è freddo, meccanico, insensibile, di routine, e guai a chi viola tale
sua armonia con iniziative creative, anche se efficienti ed efficaci, ma che
rappresentano per lui novità pericolose perchè non collaudate e soggette a
fluttuazioni. Qualsiasi cosa accada, quando seguono il loro protocollo,
restano indifferenti. Trascorrono giornate intere, spesso anche le notti, a
scrivere, a compilare specchi, a svolgere compiti noiosi e ripetitivi in
silenzio, dietro le porte chiuse dei loro uffici “grigi”, restando
spesso degli sconosciuti rispetto al mondo esterno. A loro non interessa
ricevere attenzioni od elogi, ed allevano i propri figli trasformandoli in
altre macchine da scrivere utilizzabili allo stesso modo, senza uno scopo
ben preciso.
Nella
società moderna, caratterizzata da enorme complessità, non si può pensare ad
una “anarchia” amministrativa: ogni individuo può fornire un apporto
positivo alla popolazione nell’ambito del settore in cui opera, senza per
questo lasciarsi coinvolgere in meccanismi auto o etero distruttivi. Con la
predetta analisi invece si può definire il comportamento patologico
dell’individuo burocratizzato, il quale rimane indifferente all’efficienza o
all’ottimizzazione dei bisogni della collettività.
Ha il
pallino del controllo e non riesce a tollerare che i suoi collaboratori
possano avere un margine di discrezionalità. Non riescono a delegare perchè
tutto deve essere filtrato da loro in prima persona ed utilizzano tale
facoltà arbitrariamente, in maniera ottusa, rispettando ossessivamente ogni
regola senza conoscerne il fine e senza buon senso: e spesso è proprio
questo il motivo della loro inefficienza. Appiattiscono, demotivano e
spengono qualsiasi spunto geniale dei loro collaboratori o qualsiasi
inserimento di nuovo personale, avendo come scopo più il conformismo e la
pedante minuziosità che le reali capacità di creatività, pensiero ed
adattamento a nuove necessità.
Di
conseguenza, mancando un ricambio di mentalità e spingendo tutti coloro che
hanno una personalità ed un pensiero diversi a lasciare il gruppo
lavorativo, l’intero apparato tende a diventare sempre più monolitico,
gelatinoso e viscido.
All’interno di Pubbliche Amministrazioni, partiti politici, organizzazioni
militari o civili, la burocrazia, paradossalmente tende a dedicare i suoi
sforzi più alla conservazione di se stessa che al soddisfacimento dei
bisogni degli stessi fruitori.
Si
verifica così il fenomeno del cosiddetto spostamento di fini.
Spesso
può accadere infatti che la volontà del legislatore o di coloro che hanno
firmato regolamenti o direttive, subisca un pesante condizionamento da parte
dei burocrati. Questi ultimi, approfittando dei mezzi messi a loro
disposizione dalla struttura in cui operano e dall’impossibilità di valutare
il frutto sostanziale del loro agire, privilegiano la realizzazione di quei
provvedimenti che a loro parere possono in qualche modo essere favorevoli
alla corporazione e frenano, o addirittura affossano, i rimedi che non
soddisfino le loro convenienze ed in particolare quelle delle persone con le
quali si relazionano.
Il
burocrate scaltro può avere persino il controllo del metodo e del governo
dell’Organizzazione cui appartiene ed interferire sulle scelte di coloro che
detengono maggior potere ovvero della collettività se si tratta di una
Amministrazione Pubblica.
Può
insabbiare illegittimamente, decisioni legittime, dando parvenza di legalità
al suo operato.
Può
stravolgere il senso di leggi e regolamenti, per favorire o contrastare
questo o quel gruppo, questo o quel cittadino.
Studia in
maniera meticolosa e capziosa leggi e regolamenti per estrarne, a seconda
dei suoi interessi, limitazioni o benefici a danno o a favore di chi ritiene
opportuno, per privilegiare, ostacolare e vendicarsi.
Tali
atteggiamenti sono la vera espressione della “personalità burocratica
patologica”, che costituisce, per il potere e il peso che ha in una
società o in una comunità, un vero e proprio pericolo sociale.
Il
burocrate ostacola ogni cambiamento e tende a vedere ogni problema
organizzativo e sociale come semplice questione amministrativa.
Per il
burocrate, insomma, il valore strumentale diviene valore finale.
L’estrema
burocratizzazione, ovvero l’esercizio negativo del potere degli uffici così
come sopra descritto, è quindi l’esatto contrario dell’efficienza rispetto
alla collettività.
Il
burocrate è rigido in tutto, e quindi lento, inefficiente, inefficace.
Agisce
senza molti stimoli tendendo a regolamentare ogni minimo aspetto della vita
quotidiana, compresi gli arbitri, gli abusi, la corruzione e gli
intrallazzi. In questi ultimi casi diventa inaspettatamente volenteroso,
laborioso ed anche molto concreto nell’accentrare ulteriormente qualsiasi
agire per timore di perderne il controllo o che le azioni altrui non vengano
realizzate in maniera fedele, nel dettaglio, alla sua previsione più
cavillosa. Di conseguenza, indossa i vestiti della vittima, della persona
insostituibile, che si sacrifica per il lavoro e per l’organizzazione a cui
appartiene, esercitando anche il potere più regale sempre con animo da
schiavo.
Il
burocrate non è mai flessibile, adattabile alle varianti che inevitabilmente
emergono durante la realizzazione di un progetto, non accetta consigli o
interferenze in corso d’opera e ragiona solo per procedure anziché per
risultati. Non sorride mai ma, anzi, spesso si lamenta perchè non vede
intorno a lui abbastanza impegno, spirito di sacrificio e dedizione.
Hannah
Arendt, nella “La banalità del male” descrive il burocrate come un
losco individuo, senza etica nè dignità, pronto a piegarsi ai voleri del suo
superiore senza la minima riflessione.
Con la
burocrazia non si vince mai, al massimo si pareggia. Per affrontarla serve
sviluppare molta empatia e azzerare la fretta.
Il
burocrate lavora molto, compiendo operazioni largamente inutili, derivate da
direttive, circolari formalismi ed abitudini antiche, sul conto delle quali
non si chiede mai lo scopo.
E’
triste, grigio, minimalista, mai gradevole e respinge il prossimo in modo
sbrigativo, senza curarsi mai dell’effetto causato dal suo comportamento.
Non si sente al servizio del cittadino e non esercita il comando provvedendo
per i suoi collaboratori nel senso del profondo “Memento” di S.
Agostino. La frase che pronuncia con maggior piacere è:”Non si può fare
perchè non è previsto”.
Le
persone che gli vanno più a genio sono quelle che ammettono subito di essere
incompetenti di fronte alla burocrazia e pertanto richiedono l’aiuto del
burocrate: ciò gli conferma che ha potere mentre gli altri sono ignoranti.
Anche se il termine “burocrazia” si presta a mille
interpretazioni, c’è chi sostiene che il miglior burocrate è il soggetto
formalista ed impacciato che, partendo da una soluzione, riesce a trovare il
maggior numero di problemi.
In realtà, nei rapporti con gli altri, ha in
genere due diversi livelli, la corsia preferenziale per gli individui a lui
sovraordinati ed i clientelismi per quelli a lui utili; la scarsa
sensibilità, l’arroganza, l’indifferenza, la prepotenza e le ingiustizie
verso i soggetti più deboli o i suoi collaboratori sottordinati, la
gentilezza, l’interessamento e la debolezza verso quelli più forti o verso i
superiori gerarchici.
Rimanendo
aderenti all’analisi sopra descritta, lo scopo della burocrazia diventa
soltanto quello di condurre gli affari dello Stato, avendo quale fine il
proprio tornaconto individuale, nel peggior modo possibile e nel più lungo
tempo possibile.
L’impiegato grigio e triste, perennemente chino sulle carte, l’essere
crudele che applica le regole con eccessiva pignoleria godendo
dell’esasperazione dei cittadini, il malvagio funzionario pronto alla
corruttela, è il burocrate patologico, pericoloso per la società, che vuole
trasformare in un contesto in cui solo il cane davanti vede il panorama!
Quest’ultimo, in genere non ha cultura né coerenza, parla con frasi fatte ed
agisce secondo pregiudizi e stereotipi fissi.
L’unica cosa che ci potrà salvare dalla
burocrazia è la sua inefficienza, perché, se la burocrazia diventa anche
efficiente, allora il maggior pericolo è per la libertà.
Il
burocrate è sempre diffidente verso tutti. E’ certo che tutte le persone che
lo circondano lo vogliano solo ingannare. Quando una di queste gli si
avvicina per cercare d’immedesimarsi in lui e capirlo, il burocrate reagirà
respingendola per paura di finire in qualche trappola con raggiro.
Controlla
e ricontrolla l’operato altrui insospettendosi quando non trova facilmente
l’errore, e, anche quando quest’ultimo non c’è, interpreta alla sua maniera,
cioè male, un passaggio giusto e legale correggendolo perché non conforme al
suo modo di agire. Pertanto, anche l’atto più semplice e collaudato verrà
rifatto dai suoi collaboratori e ricorretto all’infinito dal burocrate
sovraordinato fino a tornare al primo foglio, quello giusto che in realtà
non aveva bisogno di correzione, in un cerchio a tutto tondo molto ampio,
con sperpero di risorse umane e materiali nonché, non da meno, causando
un’enorme demotivazione, disistima ed insicurezza nel personale che fa parte
della struttura diretta dal burocrate patologico. Dopo un po’ di tempo si
creerà necessariamente un’involuzione nelle prestazioni di
quell’organizzazione, una grave flessione nel rendimento di ognuno perché
tutti, a causa delle reiterate correzioni e critiche di tutto ciò che fanno
ed anche del suo contrario, sentendosi non più all’altezza e non più
adeguati rispetto al loro incarico, regrediscono nella rispettiva
professionalità, nella loro sicurezza ma soprattutto verrà meno qualsiasi
autonomia ed iniziativa, qualsiasi intuizione creativa o guizzo d’ingegno,
per la consapevolezza che creeranno fastidio ed ansia nel capo burocrate, il
quale, oltre a scartare a priori qualsiasi consiglio o proposta che provenga
dall’esterno, giudicherà presuntuoso e sgradevole quel suo collaboratore
che, con poca umiltà, si è permesso di “sfidarlo” non uniformandosi
invece al grigio contesto che il burocrate crea e difende.
Di
conseguenza, i subordinati, per sopravvivere, non devono mai aver ragione,
devono accettare i consigli anziché darli, devono essere consapevoli che
aver fatto un ottimo lavoro non è una buona scusa per non aver seguito le
regole.
In tale contesto, il burocrate commette grandi
abusi e violenze sul prossimo, entra in conflitto con chi non accetta
passivamente il suo metodo di lavoro vendicandosi con malvagità e perfidia,
ma il suo profilo non è quello di un efferato criminale, quanto piuttosto di
un uomo semplice, la cui personalità rasenta la mediocrità. Egli vive per
inerzia, guidato dai regolamenti, dai superiori e dalle condizioni in cui
vive, essendo privo di pensiero critico.
E’ pericolosamente privo di iniziativa, spessore
culturale e morale.
Non riesce pertanto ad andare oltre i
condizionamenti che gli provengono dalle persone che frequenta.
Questo è anche il profilo tracciato, con grande
sensibilità e perspicacia, da Hannah Arendt, dell’imputato Adolf Eichmann
nel profondo libro “La banalità del male”. Un uomo mediocre, che vive
di idee altrui e si attribuisce meriti che non ha pur di sfuggire alla
mediocrità. Ma questo è anche il grande pericolo derivante dal comportamento
del burocrate patologico.
L’olocausto è stato possibile perché nessuno si
sentiva responsabile.
In tale contesto ogni assassino ritenne di aver
fatto solo il suo lavoro. Ma colui il quale svolge soltanto i propri
compiti, con obbedienza cieca, senza porsi mai il problema o chiedersi
semplicemente il motivo dei fini o degli effetti del suo agire è proprio il
burocrate.
Con questo articolo voglio denunciare il grande
pericolo che sta correndo la nostra società “gregge”, che accetta
tutto passivamente senza fare lo sforzo di pensare, criticare, elaborare e
migliorare, caratterizzata dalla cultura del telecomando, dell’imitazione e
del contagio derivante dai modelli negativi che ci propone quotidianamente
la televisione, ma anche la carta stampata e distribuita tutti i giorni con
i soldi di tutti i contribuenti ma con i filtri e la direzione d’orchestra
di pochi editori: chiunque, anche oggi, può essere Eichmann, basterebbe
essere senza idee, come lui, prima ancora che poco intelligente. Il
burocrate non ha idee e non si rende conto o non si cura delle conseguenze
provocate dalle sue azioni od omissioni. Sia Eichmann sia il burocrate, sono
semplicemente persone ben calate nella realtà in cui vivono e, lavorare,
cercare una promozione, riordinare i numeri delle statistiche, rappresentano
il loro scopo. Più che l’intelligenza a loro manca la capacità di immaginare
gli effetti di ciò che realizzano, quella di immedesimarsi, di sentire:
l’empatia.
Questa lontananza dalla vera realtà e la
mancanza di idee sono il presupposto fondamentale del regime totalitario, il
quale tende ad allontanare l’uomo dalla vera realtà sostituendone una sua,
rendendolo meno di un ingranaggio in una macchina.
Esaminando le giustificazioni dei nazisti al
processo di Norimberga, ovvero che avevano solo obbedito agli ordini dei
superiori, queste furono respinte perché, come disse la corte:“Alle
azioni manifestamente criminali non si deve obbedire”. Questo è il
principio che esiste nel diritto di ogni paese. Ma come si può distinguere
il crimine quando si vive nel crimine?
Il Male
che Eichmann incarna appare nella Arendt “banale”, e perciò tanto più
terribile, perché è un grigio burocrate, ottuso, menefreghista, indolente,
cinico, incapace di pensiero autonomo, che si sente sempre con la coscienza
a posto, che non ha mai dubbi, pur essendo un normale servitore di dirigenti
miopi e deviati. Questa è la pericolosità della cieca obbedienza!
Il
cittadino comune, terribilmente normale, che non riflette sul contenuto
delle regole ma le applica incondizionatamente, rappresenta il pericolo
estremo della irriflessività.
L’importanza di quest’analisi delle interrelazioni è tra la facoltà di
pensare, la capacità di distinguere tra giusto e sbagliato, la facoltà di
giudizio, e le loro implicazioni morali,
insomma il pericolo della “banalità del male” derivante dalla
mancanza della capacità di pensare e dalle abitudini.
L’abitudine di vivere insieme, e in particolare con se stessi, che
significa, essere occupato in un dialogo silenzioso tra io e io, che da
Socrate è stato chiamato “pensare”. L’incapacità di pensare non è
stupidità: può essere presente nella gente più intelligente e la malvagità
non è la sua causa, ma è necessaria per causare grande male.
Dunque
l’uso del pensiero previene il male.
Una delle
questioni principali della Arendt è il fatto che un’intera società può
sottostare ad un totale cambiamento degli standard morali senza che i suoi
cittadini emettano alcun giudizio circa ciò che sta accadendo.
Questo
pensare, per Socrate, provoca essenzialmente la perplessità, che ha il
potere di dislocare gli individui dalle loro regole di comportamento.
La
capacità di pensare ha dunque la potenzialità di mettere l’uomo di fronte ad
un quadro bianco senza bene o male, senza giusto o sbagliato, ma
semplicemente attivando in lui la condizione per stabilire un dialogo con se
stesso, permettendogli quindi di deliberare un giudizio circa tali eventi.
In certe
organizzazioni invece si teme proprio l’agire pensante informale,
l’iniziativa, la creatività e l’inventiva dei singoli, semplicemente per la
difficoltà ad esercitare un controllo in avanti su tali personalità.
L’etica
del guerrigliero deve essere soltanto formale, di facciata, perché è più
semplice, per il burocrate, gestire altri burocrati come lui, mediocri e
senza sorprese, privi di un’ideologia. L’autonomia dei più svegli infatti
rende incontrollabile ogni piccola azione e, al superiore, al dirigente
generale, al potere politico avveduto, al graduato militare carrierista,
insomma al prudente burocrate patologico, tutto ciò preoccupa, infastidisce,
perché rompe le catene dei “rispetti”, fondamentale all’interno di un
sistema burocratico di equilibrio complesso tra poche oligarchie: così
impone il delicato e complesso equilibrio del potere
politico-amministrativo-militare.
Oggi
siamo circondati da persone vincenti che,
a poco a poco, danno inizio alla scalata, con alleanze, intrighi e
tradimenti, aiutando uno ad arrivare ad un certo posto, facendo un favore ad
un secondo, ricattando un terzo, diffamando o minacciando chi giudicano
pericoloso, corrompendo gli altri, finché non riescono ad arrivare al loro
traguardo desiderato. Allora eliminano immediatamente tutte le persone
autonome, capaci di pensiero indipendente e si circondano solo di complici.
E non gliene importa nulla se ciò che governano
funziona, gli interessa solo tenere stretto, non mollare, il potere
conquistato.
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