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Storia e filosofia criminale
Il burocrate di professione
di Dott. Marco Capparella
 


Adolf Eichmann processato a Gerusalemme per crimini contro l'umanità

Il perfetto burocrate, in qualsiasi settore si trova ad operare, che si tratti di un politico, di un dirigente pubblico o anche privato, è cavilloso, caratterizzato da un grande formalismo di facciata, e tende a burocratizzare in maniera eccessiva qualsiasi attività svolga, compresi i rapporti umani. Spesso ci riesce. Questa è una vera e propria piaga sociale, sia per i cittadini sia per i suoi collaboratori, che ha i suoi effetti deleteri nell’ambito della comunità e dell’intero sistema nel quale questo individuo opera.
Il burocrate patologico, soprattutto nella pubblica amministrazione, fa carriera più degli altri, arrivando ai vertici della sua organizzazione. Con tale potere, da solo, riesce a complicare e rendere a volte insopportabili i rapporti tra le persone in un vasto ambito, poiché pilota una macchina organizzativa che gli consente di interferire pesantemente sui diritti e sulla vita, anche quella privata, dei più diretti collaboratori nonché dei cittadini con cui si interfaccia.


Le deportazioni naziste

Nella nostra storia politica e amministrativa, si incontrano tanti individui “portatori” di questa patologia, che hanno influito e continuano ad influire in maniera determinante sulla qualità della vita dei cittadini, degli utenti dei servizi e delle organizzazioni lavorative.

Si tratta di soggetti che eseguono i rispettivi compiti o funzioni, senza alcuna alterazione delle disposizioni, anzi del tutto ossequienti ad esse.
L’effetto del loro comportamento crea una disumanizzazione pericolosa della società per l’esasperazione del formalismo giuridico indipendentemente dagli scopi da raggiungere o dai valori che si trovano davanti. Riescono a creare insomma una perdita di valori e di valutazioni nel rispetto esclusivo della correttezza amministrativa.

Se si scava più a fondo, però, ci si accorge che, da parte di molti burocrati, il rispetto della correttezza amministrativa è solo di facciata, nel senso che si preoccupano più di “mettere a posto” carte e documenti in modo da non incorrere personalmente in sanzioni e conseguenze di ogni genere, che di assicurare il reale rispetto delle leggi e delle normative.

Le norme, i regolamenti, le procedure e l’ufficio sono spesso oggetto di una sorta di santificazione da parte dei burocrati. Anche le loro attività più tecniche tendono così a diventare intoccabili. La stessa personalità del burocrate tende a modificarsi col tempo investendo di significati affettivi e valutativi i principali aspetti del suo lavoro. I burocrati, soprattutto nei gradi superiori, costituiscono una classe sociale con interessi propri, diversi e contrastanti con quelli di altre classi, che essi credono di tutelare meglio attraverso la stabilizzazione delle istituzioni in atto e dei loro rapporti con altri poteri pubblici. Agiscono con procedure tortuose, visioni ristrette, pedanteria, pignoleria ed incapacità di comprendere le esigenze dei fruitori del loro servizio. Sono estremamente zelanti sul lavoro, non per ideologia e passione, ma per il desiderio di compiacere i propri comandanti o dirigenti e guadagnarsi riconoscimenti.

La personalità burocratica si piega sempre davanti al potere ed al valore degli “atti”, della “carta”, delle “direttive” più remote e minuziose, a dispetto della chiarezza e della capacità di intrattenere relazioni, con il suo specializzarsi nell’incomprensibilità e nella tortuosità.

Il burocrate, difficilmente è un esempio di rettitudine, di correttezza nell’agire morale ed amministrativo. Si specializza quasi sempre nel rifiuto, e spesso anche nell’illegalità dalla parvenza legale. Quando agisce in contrasto con leggi, valori, norme e morale, mantiene però il controllo della situazione da un punto di vista legale e (appunto) burocratico: nel senso che non è preoccupato tanto di agire contro norme e valori, quanto di avere alla fine “le carte a posto”. Di conseguenza, si trova spesso ad organizzare, per il suo esclusivo tornaconto e con invidiabile maestria, macchinazioni ai danni dei cittadini e dell’apparato stesso per cui lavora. Utilizza le sue conoscenze e la sua “professionalità” indiscussa, la sua costanza e capacità di realizzare comportamenti ripetitivi senza annoiarsi, per essere difficilmente attaccabile nei meandri delle scartoffie, per vendicarsi contro chi tenta di smascherarlo, contro chi non si piega al suo “potere”, ad eccezione di chi gli è gerarchicamente sovraordinato, o di chi tenta di metterne in discussione le capacità e l’onestà.

Il burocrate ha una mentalità che tende a dominare l’autodeterminazione dei cittadini e dei subalterni, che tratta con autoritarismo, coniugando il suo potere effettivo con la mancanza di responsabilità ed interiorità.

E’ pertanto ultraconformista al suo mondo culturale privilegiando sempre i mezzi istituzionali rispetto ai fini.

Il suo agire è freddo, meccanico, insensibile, di routine, e guai a chi viola tale sua armonia con iniziative creative, anche se efficienti ed efficaci, ma che rappresentano per lui novità pericolose perchè non collaudate e soggette a fluttuazioni. Qualsiasi cosa accada, quando seguono il loro protocollo, restano indifferenti. Trascorrono giornate intere, spesso anche le notti, a scrivere, a compilare specchi, a svolgere compiti noiosi e ripetitivi in silenzio, dietro le porte chiuse dei loro uffici “grigi”, restando spesso degli sconosciuti rispetto al mondo esterno. A loro non interessa ricevere attenzioni od elogi, ed allevano i propri figli trasformandoli in altre macchine da scrivere utilizzabili allo stesso modo, senza uno scopo ben preciso.

Nella società moderna, caratterizzata da enorme complessità, non si può pensare ad una “anarchia” amministrativa: ogni individuo può fornire un apporto positivo alla popolazione nell’ambito del settore in cui opera, senza per questo lasciarsi coinvolgere in meccanismi auto o etero distruttivi. Con la predetta analisi invece si può definire il comportamento patologico dell’individuo burocratizzato, il quale rimane indifferente all’efficienza o all’ottimizzazione dei bisogni della collettività.

Ha il pallino del controllo e non riesce a tollerare che i suoi collaboratori possano avere un margine di discrezionalità. Non riescono a delegare perchè tutto deve essere filtrato da loro in prima persona ed utilizzano tale facoltà arbitrariamente, in maniera ottusa, rispettando ossessivamente ogni regola senza conoscerne il fine e senza buon senso: e spesso è proprio questo il motivo della loro inefficienza. Appiattiscono, demotivano e spengono qualsiasi spunto geniale dei loro collaboratori o qualsiasi inserimento di nuovo personale, avendo come scopo più il conformismo e la pedante minuziosità che le reali capacità di creatività, pensiero ed adattamento a nuove necessità.

Di conseguenza, mancando un ricambio di mentalità e spingendo tutti coloro che hanno una personalità ed un pensiero diversi a lasciare il gruppo lavorativo, l’intero apparato tende a diventare sempre più monolitico, gelatinoso e viscido.

All’interno di Pubbliche Amministrazioni, partiti politici, organizzazioni militari o civili, la burocrazia, paradossalmente tende a dedicare i suoi sforzi più alla conservazione di se stessa che al soddisfacimento dei bisogni degli stessi fruitori.

Si verifica così il fenomeno del cosiddetto spostamento di fini.

Spesso può accadere infatti che la volontà del legislatore o di coloro che hanno firmato regolamenti o direttive, subisca un pesante condizionamento da parte dei burocrati. Questi ultimi, approfittando dei mezzi messi a loro disposizione dalla struttura in cui operano e dall’impossibilità di valutare il frutto sostanziale del loro agire, privilegiano la realizzazione di quei provvedimenti che a loro parere possono in qualche modo essere favorevoli alla corporazione e frenano, o addirittura affossano, i rimedi che non soddisfino le loro convenienze ed in particolare quelle delle persone con le quali si relazionano.

Il burocrate scaltro può avere persino il controllo del metodo e del governo dell’Organizzazione cui appartiene ed interferire sulle scelte di coloro che detengono maggior potere ovvero della collettività se si tratta di una Amministrazione Pubblica.

Può insabbiare illegittimamente, decisioni legittime, dando parvenza di legalità al suo operato.

Può stravolgere il senso di leggi e regolamenti, per favorire o contrastare questo o quel gruppo, questo o quel cittadino.

Studia in maniera meticolosa e capziosa leggi e regolamenti per estrarne, a seconda dei suoi interessi, limitazioni o benefici a danno o a favore di chi ritiene opportuno, per privilegiare, ostacolare e vendicarsi.

Tali atteggiamenti sono la vera espressione della personalità burocratica patologica, che costituisce, per il potere e il peso che ha in una società o in una comunità, un vero e proprio pericolo sociale.

Il burocrate ostacola ogni cambiamento e tende a vedere ogni problema organizzativo e sociale come semplice questione amministrativa.

Per il burocrate, insomma, il valore strumentale diviene valore finale.

L’estrema burocratizzazione, ovvero l’esercizio negativo del potere degli uffici così come sopra descritto, è quindi l’esatto contrario dell’efficienza rispetto alla collettività.

Il burocrate è rigido in tutto, e quindi lento, inefficiente, inefficace.

Agisce senza molti stimoli tendendo a regolamentare ogni minimo aspetto della vita quotidiana, compresi gli arbitri, gli abusi, la corruzione e gli intrallazzi. In questi ultimi casi diventa inaspettatamente volenteroso, laborioso ed anche molto concreto nell’accentrare ulteriormente qualsiasi agire per timore di perderne il controllo o che le azioni altrui non vengano realizzate in maniera fedele, nel dettaglio, alla sua previsione più cavillosa. Di conseguenza, indossa i vestiti della vittima, della persona insostituibile, che si sacrifica per il lavoro e per l’organizzazione a cui appartiene, esercitando anche il potere più regale sempre con animo da schiavo.

Il burocrate non è mai flessibile, adattabile alle varianti che inevitabilmente emergono durante la realizzazione di un progetto, non accetta consigli o interferenze in corso d’opera e ragiona solo per procedure anziché per risultati. Non sorride mai ma, anzi, spesso si lamenta perchè non vede intorno a lui abbastanza impegno, spirito di sacrificio e dedizione.

Hannah Arendt, nella “La banalità del male” descrive il burocrate come un losco individuo, senza etica nè dignità, pronto a piegarsi ai voleri del suo superiore senza la minima riflessione.

Con la burocrazia non si vince mai, al massimo si pareggia. Per affrontarla serve sviluppare molta empatia e azzerare la fretta.

Il burocrate lavora molto, compiendo operazioni largamente inutili, derivate da direttive, circolari formalismi ed abitudini antiche, sul conto delle quali non si chiede mai lo scopo.

E’ triste, grigio, minimalista, mai gradevole e respinge il prossimo in modo sbrigativo, senza curarsi mai dell’effetto causato dal suo comportamento. Non si sente al servizio del cittadino e non esercita il comando provvedendo per i suoi collaboratori nel senso del profondo “Memento” di S. Agostino. La frase che pronuncia con maggior piacere è:”Non si può fare perchè non è previsto”.

Le persone che gli vanno più a genio sono quelle che ammettono subito di essere incompetenti di fronte alla burocrazia e pertanto richiedono l’aiuto del burocrate: ciò gli conferma che ha potere mentre gli altri sono ignoranti.

Anche se il termine “burocrazia” si presta a mille interpretazioni, c’è chi sostiene che il miglior burocrate è il soggetto formalista ed impacciato che, partendo da una soluzione, riesce a trovare il maggior numero di problemi.

In realtà, nei rapporti con gli altri, ha in genere due diversi livelli, la corsia preferenziale per gli individui a lui sovraordinati ed i clientelismi per quelli a lui utili; la scarsa sensibilità, l’arroganza, l’indifferenza, la prepotenza e le ingiustizie verso i soggetti più deboli o i suoi collaboratori sottordinati, la gentilezza, l’interessamento e la debolezza verso quelli più forti o verso i superiori gerarchici.

Rimanendo aderenti all’analisi sopra descritta, lo scopo della burocrazia diventa soltanto quello di condurre gli affari dello Stato, avendo quale fine il proprio tornaconto individuale, nel peggior modo possibile e nel più lungo tempo possibile.

L’impiegato grigio e triste, perennemente chino sulle carte, l’essere crudele che applica le regole con eccessiva pignoleria godendo dell’esasperazione dei cittadini, il malvagio funzionario pronto alla corruttela, è il burocrate patologico, pericoloso per la società, che vuole trasformare in un contesto in cui solo il cane davanti vede il panorama!

Quest’ultimo, in genere non ha cultura né coerenza, parla con frasi fatte ed agisce secondo pregiudizi e stereotipi fissi.

L’unica cosa che ci potrà salvare dalla burocrazia è la sua inefficienza, perché, se la burocrazia diventa anche efficiente, allora il maggior pericolo è per la libertà.

Il burocrate è sempre diffidente verso tutti. E’ certo che tutte le persone che lo circondano lo vogliano solo ingannare. Quando una di queste gli si avvicina per cercare d’immedesimarsi in lui e capirlo, il burocrate reagirà respingendola per paura di finire in qualche trappola con raggiro.

Controlla e ricontrolla l’operato altrui insospettendosi quando non trova facilmente l’errore, e, anche quando quest’ultimo non c’è, interpreta alla sua maniera, cioè male, un passaggio giusto e legale correggendolo perché non conforme al suo modo di agire. Pertanto, anche l’atto più semplice e collaudato verrà rifatto dai suoi collaboratori e ricorretto all’infinito dal burocrate sovraordinato fino a tornare al primo foglio, quello giusto che in realtà non aveva bisogno di correzione, in un cerchio a tutto tondo molto ampio, con sperpero di risorse umane e materiali nonché, non da meno, causando un’enorme demotivazione, disistima ed insicurezza nel personale che fa parte della struttura diretta dal burocrate patologico. Dopo un po’ di tempo si creerà necessariamente un’involuzione nelle prestazioni di quell’organizzazione, una grave flessione nel rendimento di ognuno perché tutti, a causa delle reiterate correzioni e critiche di tutto ciò che fanno ed anche del suo contrario, sentendosi non più all’altezza e non più adeguati rispetto al loro incarico, regrediscono nella rispettiva professionalità, nella loro sicurezza ma soprattutto verrà meno qualsiasi autonomia ed iniziativa, qualsiasi intuizione creativa o guizzo d’ingegno, per la consapevolezza che creeranno fastidio ed ansia nel capo burocrate, il quale, oltre a scartare a priori qualsiasi consiglio o proposta che provenga dall’esterno, giudicherà presuntuoso e sgradevole quel suo collaboratore che, con poca umiltà, si è permesso di “sfidarlo” non uniformandosi invece al grigio contesto che il burocrate crea e difende.

Di conseguenza, i subordinati, per sopravvivere, non devono mai aver ragione, devono accettare i consigli anziché darli, devono essere consapevoli che aver fatto un ottimo lavoro non è una buona scusa per non aver seguito le regole.

In tale contesto, il burocrate commette grandi abusi e violenze sul prossimo, entra in conflitto con chi non accetta passivamente il suo metodo di lavoro vendicandosi con malvagità e perfidia, ma il suo profilo non è quello di un efferato criminale, quanto piuttosto di un uomo semplice, la cui personalità rasenta la mediocrità. Egli vive per inerzia, guidato dai regolamenti, dai superiori e dalle condizioni in cui vive, essendo privo di pensiero critico.

E’ pericolosamente privo di iniziativa, spessore culturale e morale.

Non riesce pertanto ad andare oltre i condizionamenti che gli provengono dalle persone che frequenta.

Questo è anche il profilo tracciato, con grande sensibilità e perspicacia, da Hannah Arendt, dell’imputato Adolf Eichmann nel profondo libro “La banalità del male”. Un uomo mediocre, che vive di idee altrui e si attribuisce meriti che non ha pur di sfuggire alla mediocrità. Ma questo è anche il grande pericolo derivante dal comportamento del burocrate patologico.

L’olocausto è stato possibile perché nessuno si sentiva responsabile.

In tale contesto ogni assassino ritenne di aver fatto solo il suo lavoro. Ma colui il quale svolge soltanto i propri compiti, con obbedienza cieca, senza porsi mai il problema o chiedersi semplicemente il motivo dei fini o degli effetti del suo agire è proprio il burocrate.

Con questo articolo voglio denunciare il grande pericolo che sta correndo la nostra società “gregge”, che accetta tutto passivamente senza fare lo sforzo di pensare, criticare, elaborare e migliorare, caratterizzata dalla cultura del telecomando, dell’imitazione e del contagio derivante dai modelli negativi che ci propone quotidianamente la televisione, ma anche la carta stampata e distribuita tutti i giorni con i soldi di tutti i contribuenti ma con i filtri e la direzione d’orchestra di pochi editori: chiunque, anche oggi, può essere Eichmann, basterebbe essere senza idee, come lui, prima ancora che poco intelligente. Il burocrate non ha idee e non si rende conto o non si cura delle conseguenze provocate dalle sue azioni od omissioni. Sia Eichmann sia il burocrate, sono semplicemente persone ben calate nella realtà in cui vivono e, lavorare, cercare una promozione, riordinare i numeri delle statistiche, rappresentano il loro scopo. Più che l’intelligenza a loro manca la capacità di immaginare gli effetti di ciò che realizzano, quella di immedesimarsi, di sentire: l’empatia.

Questa lontananza dalla vera realtà e la mancanza di idee sono il presupposto fondamentale del regime totalitario, il quale tende ad allontanare l’uomo dalla vera realtà sostituendone una sua, rendendolo meno di un ingranaggio in una macchina.

Esaminando le giustificazioni dei nazisti al processo di Norimberga, ovvero che avevano solo obbedito agli ordini dei superiori, queste furono respinte perché, come disse la corte:“Alle azioni manifestamente criminali non si deve obbedire”. Questo è il principio che esiste nel diritto di ogni paese. Ma come si può distinguere il crimine quando si vive nel crimine?

Il Male che Eichmann incarna appare nella Arendt “banale”, e perciò tanto più terribile, perché è un grigio burocrate, ottuso, menefreghista, indolente, cinico, incapace di pensiero autonomo, che si sente sempre con la coscienza a posto, che non ha mai dubbi, pur essendo un normale servitore di dirigenti miopi e deviati. Questa è la pericolosità della cieca obbedienza!

Il cittadino comune, terribilmente normale, che non riflette sul contenuto delle regole ma le applica incondizionatamente, rappresenta il pericolo estremo della irriflessività.

L’importanza di quest’analisi delle interrelazioni è tra la facoltà di pensare, la capacità di distinguere tra giusto e sbagliato, la facoltà di giudizio, e le loro implicazioni morali, insomma il pericolo della “banalità del male” derivante dalla mancanza della capacità di pensare e dalle abitudini.

L’abitudine di vivere insieme, e in particolare con se stessi, che significa, essere occupato in un dialogo silenzioso tra io e io, che da Socrate è stato chiamato “pensare”. L’incapacità di pensare non è stupidità: può essere presente nella gente più intelligente e la malvagità non è la sua causa, ma è necessaria per causare grande male.

Dunque l’uso del pensiero previene il male.

Una delle questioni principali della Arendt è il fatto che un’intera società può sottostare ad un totale cambiamento degli standard morali senza che i suoi cittadini emettano alcun giudizio circa ciò che sta accadendo.

Questo pensare, per Socrate, provoca essenzialmente la perplessità, che ha il potere di dislocare gli individui dalle loro regole di comportamento.

La capacità di pensare ha dunque la potenzialità di mettere l’uomo di fronte ad un quadro bianco senza bene o male, senza giusto o sbagliato, ma semplicemente attivando in lui la condizione per stabilire un dialogo con se stesso, permettendogli quindi di deliberare un giudizio circa tali eventi.

In certe organizzazioni invece si teme proprio l’agire pensante informale, l’iniziativa, la creatività e l’inventiva dei singoli, semplicemente per la difficoltà ad esercitare un controllo in avanti su tali personalità.

L’etica del guerrigliero deve essere soltanto formale, di facciata, perché è più semplice, per il burocrate, gestire altri burocrati come lui, mediocri e senza sorprese, privi di un’ideologia. L’autonomia dei più svegli infatti rende incontrollabile ogni piccola azione e, al superiore, al dirigente generale, al potere politico avveduto, al graduato militare carrierista, insomma al prudente burocrate patologico, tutto ciò preoccupa, infastidisce, perché rompe le catene dei “rispetti”, fondamentale all’interno di un sistema burocratico di equilibrio complesso tra poche oligarchie: così impone il delicato e complesso equilibrio del potere politico-amministrativo-militare.

Oggi siamo circondati da persone vincenti che, a poco a poco, danno inizio alla scalata, con alleanze, intrighi e tradimenti, aiutando uno ad arrivare ad un certo posto, facendo un favore ad un secondo, ricattando un terzo, diffamando o minacciando chi giudicano pericoloso, corrompendo gli altri, finché non riescono ad arrivare al loro traguardo desiderato. Allora eliminano immediatamente tutte le persone autonome, capaci di pensiero indipendente e si circondano solo di complici.

E non gliene importa nulla se ciò che governano funziona, gli interessa solo tenere stretto, non mollare, il potere conquistato.

 

© Criminologia.it - Pubblicato in rete il 15.4.2010 - Tutti i diritti riservati