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Carceri e sovraffollamento. Se ne
fa un gran parlare, in questi giorni. Soprattutto,
sta facendo molto discutere un’intuizione del
governo Monti, mirata, secondo i suoi stessi
componenti, a risolvere il problema una volta per
tutte: gli arrestati in flagranza di reato minore,
in attesa d’udienza di convalida o direttissima,
anziché in galera per custodie di 24, 70 ore
massime, staranno nelle camere di sicurezza delle
forze di polizia; le stesse forze, metodicamente
depauperate da continui, inutili stillicidi di
risorse.
Nonostante tutto, continuiamo a sperperare energie
in arresti per fatti di microcriminalità, ritenuti
“facoltativi” dallo stesso codice di procedura
penale.
Ed ecco le costanti risacche di detenuti temporanei,
rimessi in libertà al termine d’udienze ricche di
fretta e povere di coraggio, quello di prendere una
decisione ferma e basata sul reale.
Ormai è assodata la carenza di
strutture logistiche, locali idonei, uomini in
divisa, giudici, risorse in genere e quindi soldi,
necessari a celebrare subito i processi; anche i più
semplici, quelli per reati minori.
Mancano però l’umiltà, la coscienza, la franchezza e
la determinazione necessarie a operare una scelta:
aumentare le risorse elencate, deficitarie ormai in
tutto (pm, segreterie penali, giudici), oppure
denunciare direttamente a piede libero le migliaia
di persone che ogni giorno vengono trarre in
arresto, per uno, due giorni, e poi restituite
comunque subito dopo alla libertà in attesa di un
giudizio!
In realtà, mentre giudici e pm vagano per le tante
camere di sicurezza sparse fra questure e caserme e
si sbattezzano tra decine di convalide, arresti o
direttissime, ogni giorno e per reati minori, i
processi importanti restano al palo. Semmai,
galoppano verso la prescrizione. E così, sfugge ai
più come, proprio dalle conseguenze dei gravi
delitti, giudicati nei processi più importanti,
derivino tutte le altre condotte microcriminali,
origine di tanto allarme sociale.
Negli uffici delle forze di polizia si dilapidano
tempo e denaro per vigilanze temporanee di arrestati
in flagranza, custoditi soprattutto di notte, senza
idonee strutture e mezzi, quali bagni interni alle
camere di sicurezza, la divisione tra uomini e
donne, personale e spazi sicuri per assicurare l’ora
d’aria giornaliera. Addirittura, manca chi provveda
alle pulizie necessarie a fine “soggiorno”, in
considerazione della tipologia degli ospiti. E sono
carenti anche i fondi destinati alla
somministrazione del vitto. E’ necessaria infatti
una pattuglia che lo vada a prelevare dal carcere
più vicino, a volte decine di chilometri, riportando
indietro vettovaglie sporche, e sottraendo infine
benzina già razionata, uomini e mezzi alla
sicurezza. Non ultimo il problema degli interventi
sanitari urgenti, per gravi malattie preesistenti o
crisi d’astinenza. Di tutto, insomma, dovendo anche
garantire che i detenuti non evadano.
Da ciò, ben si comprende come il personale impiegato
in tali attività venga parimenti sottratto al
controllo esterno del territorio. Le pattuglie
preventive o di pronto intervento sono sempre in
diminuzione, a fronte di una crescente criminalità
violenta e predatoria.
Dopo il processo per direttissima - in genere il
giorno dopo, ma non sempre - i giudici devono, per
legge e non per un loro capriccio, rimettere
l’arrestato in libertà. Spesso dopo una sola notte
in cella di sicurezza, perché il reato commesso non
supera la pena per cui è prevista la detenzione.
Un bilancio per la collettività molto negativo e
irragionevole.
Dietro ogni arresto, custodia in camera di sicurezza
e successiva rimessa in libertà, il giorno dopo,
alla fine della direttissima, ci sono ore di lavoro
per la compilazione dei numerosi atti di polizia
giudiziaria, utili a una dettagliata documentazione
dell’evento criminoso in oggetto; sospendendo di
fatto l’operatività della pattuglia.
Ore di lavoro per la custodia vera e propria in
sede, con soddisfacimento di tutte le esigenze
fisiche, fisiologiche e psicologiche di un
pluripregiudicato, un tossicodipendente, un ubriaco,
un malato cronico, con le tipiche patologie
ricorrenti in questi casi. Aids, crisi d’astinenza,
crisi epilettiche o nervose e violente,
autolesionismo, problemi gastrointestinali e via
dicendo.
Ore di lavoro per le traduzioni in tribunale e
ritorno, da parte delle forze di polizia che hanno
proceduto all’arresto. E non della polizia
penitenziaria, come avviene per i detenuti in
carcere (altra pattuglia tolta dalla strada).
Ore di lavoro per segreterie penali, pm, giudici,
con apertura e relativa assistenza armata delle aule
giudiziarie svolte dai carabinieri; per le
testimonianze e le relazioni orali in dibattimento
degli agenti che hanno operato, nonché di tutte le
altre persone informate sui fatti, compresa la parte
offesa (in maniera che venga “offesa” due volte: la
prima, subendo il reato; la seconda, perdendo
preziose giornate lavorative o di vacanza, sempre
che il reato si sia consumato nel territorio di
residenza di quest’ultima; altrimenti si aggiungono
anche spese di viaggio e pene per non essersi
presentati in dibattimento).
Non di rado, dopo un arresto alle ore 18, operanti,
testimoni e parti offese vengono sentiti alle 18 del
giorno dopo, precisamente alla fine dei
dibattimenti. E magari, pm e giudice, è dalle 9 del
mattino che stanno celebrando processi su processi.
D’altra parte, un arresto alle 18 cade in prossimità
dello scadere del turno della pattuglia operante, sì
da costringere il personale a lavorare in regime di
prestazione straordinaria. Si deve rintracciare e
avvertire il pm di turno, compilare gli atti di
polizia giudiziaria e vigilare sul detenuto fino al
giorno dopo, precisamente fino al momento in cui lo
si deve tradurre in tribunale per la direttissima.
Poi devono trattenersi per la testimonianza saltando
il turno di pronto intervento previsto a seguire.
Normalmente il 7-13. Gli operatori testimoniano,
come nel caso in esempio, alle 18 e tornano negli
uffici per la restituzione degli effetti personali
all’arrestato e le operazioni di liberazione,
documentata intorno alle 20. Sono persone che, dalle
13 del giorno prima, quando è iniziato il turno,
hanno lavorato ben 31 ore senza soluzione di
continuità (lavoro che definire “usurante” non rende
appieno l’idea).
Sono uomini che, dopo il 7-13, con i turni “in
quinta”, devono coprire il turno 01-07, durante il
quale gli equipaggi non bastano mai. Sia perché
tutti i reparti sono cronicamente sotto organico,
sia perché il numero di interventi è sempre
superiore a quelli richiesti attraverso i numeri
d’emergenza e che di fatto si riesce a svolgere,
dando chiaramente la priorità ai più gravi. Ci sono
emergenze in cui una sola pattuglia non basta. Non
essendone disponibili altre, ma, anziché omettere,
ci si lancia comunque e in ogni caso sull’obiettivo,
a sirene spiegate e lampeggianti accesi, cercando di
arrivare prima che le situazioni d’emergenza
degenerino, al fine di evitare ulteriori conseguenze
negative per le vittime. Ci si precipita rischiando
ancor più la propria incolumità fisica.
Un rischio che tre equipaggi, anziché uno, in certe
circostanze abbasserebbero non poco (risse, liti,
anche violente e in famiglia, tra più persone e con
armi, rapine a mano armata, furti in corso da parte
di più autori in correità).
Nella mia ventennale esperienza “in trincea”, non mi
è mai capitato che un equipaggio aspettasse rinforzi
per fare il suo dovere. Senso di responsabilità e
coraggio hanno sempre avuto la meglio.
In questo senso, tornando ai nostri uomini che
avevano proceduto all’arresto in flagranza,
giudicato per direttissima, dopo 31 ore trascorse
ininterrottamente a fare ciò che abbiamo descritto,
è raro che saltino il turno successivo della loro
squadra: lascerebbero cittadinanza e colleghi in
difficoltà.
Così, tra le 21 e le 24, dopo circa 3 ore di sonno
in ufficio, se va bene, alle 0,30 successive,
tornano in armeria con la propria squadra per
prelevare le armi lunghe (i mitra con relativo
munizionamento) e tutto l’equipaggiamento assegnato
per il nuovo servizio notturno. Lavano la macchina e
lucidano gli stivali (la forma, soprattutto quando
s’indossa una divisa è importante come i contenuti).
Dunque, le ore diventano 40 in meno di tre giorni.
Ci si mantiene svegli, reattivi e con i sensi al
massimo grazie all’adrenalina prodotta
dall’organismo tra un intervento e l’altro, tra un
inseguimento ad alta velocità e una violenza fisica
subita con la consapevolezza del rischio che si
corre ad ogni istante: poi si crolla.
E pensare che le forze di polizia vengono retribuite
solo per 36 ore settimanali…
Processi che si accumulano nella giornata perché
sono molti, forse troppi, i reati per cui si procede
ad arresto facoltativo. E questo pur sapendo che
fanno parte della lista con obbligo di direttissima,
e, ripeto, con la liberazione subito dopo la
sentenza (rara) o dopo la molto più diffusa udienza
di convalida soltanto (qualora, per tanti motivi e
come spesso accade in pratica, non sia possibile
procedere immediatamente al processo) con fissazione
del processo in altra data (perché l’avvocato col
suo cliente decidono di non patteggiare la pena,
chiedendo i termini a difesa per studiarsi il
fascicolo e quindi l’udienza subisce automaticamente
il suo primo rinvio).
Insomma, tanto lavoro, tante persone e mezzi
impiegati. Tanti rischi, tanti soldi del
contribuente spesi inutilmente: tante pattuglie
tolte al controllo del territorio.
Qualora l’arresto in flagranza avvenga in giorni in
cui non ci siano processi per direttissima o a
cavallo di giorni festivi, compresi i doppi festivi
consecutivi, il detenuto, dopo tutte le incombenze
di rito sopra elencate, dovrebbe essere comunque
tradotto al carcere, perché si supererebbero di
molto i tempi massimi previsti per la detenzione
temporanea nelle camere di sicurezza. Tale
struttura, a sua volta, dopo aver svolto tutti i
suoi compiti obbligatori, sempre con ingenti spese
per il contribuente e personale specializzato
impiegato ad hoc, gli fa trascorrere in cella quei
due o tre giorni necessari a fissare l’udienza per
direttissima. Alla fine di questa, dopo altra doppia
traduzione carcere-tribunale, l’arrestato viene
rimesso in libertà.
Questa analisi è comunque relativa a una sola
persona. Quando si proceda all’arresto in
corresponsabilità di decine di persone per reati di
rissa, furti, violenze o spaccio di stupefacenti in
concorso, le considerazioni di cui sopra,
ovviamente, si moltiplicano.
Attualmente, gli arrestati di questo genere, che
“pernottano” quotidianamente nelle carceri, in
attesa del rito direttissimo, in Italia sono circa
22mila. A questi vanno aggiunti i custoditi nelle
camere di sicurezza delle forze di polizia (circa
1.000); ma non rappresentano certo la parte della
criminalità più pericolosa, dal punto di vista
sociale. Soprattutto in un momento in cui 14
assessori in lista ma non eletti alla Regione Lazio,
grazie a un colpo di mano notturno, beneficeranno
comunque dei vitalizi; in una situazione
congiunturale in cui Banca Intesa patteggia con lo
Stato 300 milioni di euro per evasione fiscale di 1
miliardo; in una dimensione dove su 144 suv di lusso
controllati in un sol giorno a Cortina, il 33%
risultano intestati a nullatenenti, fruitori anche
di tutti gli altri benefici del welfare, il 33% a
società dichiaranti di essere in perdita (poi
dovranno spiegarci cosa ci facevano tutte quelle
auto al servizio di società a Cortina in giorno
festivo), e un ultimo 33% a delinquenti che
dichiarano 30mila euro lordi l’anno.
Viene insomma da chiedersi: chi nuoce di più alla
collettività? Queste “furbe” sanguisughe che si
adirano anche per i controlli da parte dell’Agenzia
delle Entrate o lo straniero col permesso di
soggiorno scaduto? O magari il tossico che spaccia
la dose per comprarsi la propria, se non l’anziano
indigente preso a rubare al supermercato?
Chi, fra questi, affolla le carceri? Non certo gli
evasori, i corrotti o i politici venduti,
arricchitisi amministrando soldi pubblici.
E questo carcere, è ancora uno strumento di
controllo e reinserimento sociale? O è rimasto tale
solo per la parte più debole della popolazione? |