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Ulteriori gravami su polizia e carabinieri impegnati costantemente sulle strade
SVUOTA CARCERI? DECRETO SCARICABARILE
Geniale trovata del Governo. Elude il problema guardandosi bene dal risolverlo
Beffe e controsensi d’un sistema a senso unico: verso le camere di sicurezza
di
Dr. Marco Capparella
(Capitano Arma dei Carabinieri)

 


















Carceri e sovraffollamento. Se ne fa un gran parlare, in questi giorni. Soprattutto, sta facendo molto discutere un’intuizione del governo Monti, mirata, secondo i suoi stessi componenti, a risolvere il problema una volta per tutte: gli arrestati in flagranza di reato minore, in attesa d’udienza di convalida o direttissima, anziché in galera per custodie di 24, 70 ore massime, staranno nelle camere di sicurezza delle forze di polizia; le stesse forze, metodicamente depauperate da continui, inutili stillicidi di risorse.
Nonostante tutto, continuiamo a sperperare energie in arresti per fatti di microcriminalità, ritenuti “facoltativi” dallo stesso codice di procedura penale.
Ed ecco le costanti risacche di detenuti temporanei, rimessi in libertà al termine d’udienze ricche di fretta e povere di coraggio, quello di prendere una decisione ferma e basata sul reale.

Ormai è assodata la carenza di strutture logistiche, locali idonei, uomini in divisa, giudici, risorse in genere e quindi soldi, necessari a celebrare subito i processi; anche i più semplici, quelli per reati minori.
Mancano però l’umiltà, la coscienza, la franchezza e la determinazione necessarie a operare una scelta: aumentare le risorse elencate, deficitarie ormai in tutto (pm, segreterie penali, giudici), oppure denunciare direttamente a piede libero le migliaia di persone che ogni giorno vengono trarre in arresto, per uno, due giorni, e poi restituite comunque subito dopo alla libertà in attesa di un giudizio!

In realtà, mentre giudici e pm vagano per le tante camere di sicurezza sparse fra questure e caserme e si sbattezzano tra decine di convalide, arresti o direttissime, ogni giorno e per reati minori, i processi importanti restano al palo. Semmai, galoppano verso la prescrizione. E così, sfugge ai più come, proprio dalle conseguenze dei gravi delitti, giudicati nei processi più importanti, derivino tutte le altre condotte microcriminali, origine di tanto allarme sociale.
Negli uffici delle forze di polizia si dilapidano tempo e denaro per vigilanze temporanee di arrestati in flagranza, custoditi soprattutto di notte, senza idonee strutture e mezzi, quali bagni interni alle camere di sicurezza, la divisione tra uomini e donne, personale e spazi sicuri per assicurare l’ora d’aria giornaliera. Addirittura, manca chi provveda alle pulizie necessarie a fine “soggiorno”, in considerazione della tipologia degli ospiti. E sono carenti anche i fondi destinati alla somministrazione del vitto. E’ necessaria infatti una pattuglia che lo vada a prelevare dal carcere più vicino, a volte decine di chilometri, riportando indietro vettovaglie sporche, e sottraendo infine benzina già razionata, uomini e mezzi alla sicurezza. Non ultimo il problema degli interventi sanitari urgenti, per gravi malattie preesistenti o crisi d’astinenza. Di tutto, insomma, dovendo anche garantire che i detenuti non evadano.
Da ciò, ben si comprende come il personale impiegato in tali attività venga parimenti sottratto al controllo esterno del territorio. Le pattuglie preventive o di pronto intervento sono sempre in diminuzione, a fronte di una crescente criminalità violenta e predatoria.
Dopo il processo per direttissima - in genere il giorno dopo, ma non sempre - i giudici devono, per legge e non per un loro capriccio, rimettere l’arrestato in libertà. Spesso dopo una sola notte in cella di sicurezza, perché il reato commesso non supera la pena per cui è prevista la detenzione.
Un bilancio per la collettività molto negativo e irragionevole.
Dietro ogni arresto, custodia in camera di sicurezza e successiva rimessa in libertà, il giorno dopo, alla fine della direttissima, ci sono ore di lavoro per la compilazione dei numerosi atti di polizia giudiziaria, utili a una dettagliata documentazione dell’evento criminoso in oggetto; sospendendo di fatto l’operatività della pattuglia.
Ore di lavoro per la custodia vera e propria in sede, con soddisfacimento di tutte le esigenze fisiche, fisiologiche e psicologiche di un pluripregiudicato, un tossicodipendente, un ubriaco, un malato cronico, con le tipiche patologie ricorrenti in questi casi. Aids, crisi d’astinenza, crisi epilettiche o nervose e violente, autolesionismo, problemi gastrointestinali e via dicendo.
Ore di lavoro per le traduzioni in tribunale e ritorno, da parte delle forze di polizia che hanno proceduto all’arresto. E non della polizia penitenziaria, come avviene per i detenuti in carcere (altra pattuglia tolta dalla strada).
Ore di lavoro per segreterie penali, pm, giudici, con apertura e relativa assistenza armata delle aule giudiziarie svolte dai carabinieri; per le testimonianze e le relazioni orali in dibattimento degli agenti che hanno operato, nonché di tutte le altre persone informate sui fatti, compresa la parte offesa (in maniera che venga “offesa” due volte: la prima, subendo il reato; la seconda, perdendo preziose giornate lavorative o di vacanza, sempre che il reato si sia consumato nel territorio di residenza di quest’ultima; altrimenti si aggiungono anche spese di viaggio e pene per non essersi presentati in dibattimento).
Non di rado, dopo un arresto alle ore 18, operanti, testimoni e parti offese vengono sentiti alle 18 del giorno dopo, precisamente alla fine dei dibattimenti. E magari, pm e giudice, è dalle 9 del mattino che stanno celebrando processi su processi. D’altra parte, un arresto alle 18 cade in prossimità dello scadere del turno della pattuglia operante, sì da costringere il personale a lavorare in regime di prestazione straordinaria. Si deve rintracciare e avvertire il pm di turno, compilare gli atti di polizia giudiziaria e vigilare sul detenuto fino al giorno dopo, precisamente fino al momento in cui lo si deve tradurre in tribunale per la direttissima. Poi devono trattenersi per la testimonianza saltando il turno di pronto intervento previsto a seguire. Normalmente il 7-13. Gli operatori testimoniano, come nel caso in esempio, alle 18 e tornano negli uffici per la restituzione degli effetti personali all’arrestato e le operazioni di liberazione, documentata intorno alle 20. Sono persone che, dalle 13 del giorno prima, quando è iniziato il turno, hanno lavorato ben 31 ore senza soluzione di continuità (lavoro che definire “usurante” non rende appieno l’idea).
Sono uomini che, dopo il 7-13, con i turni “in quinta”, devono coprire il turno 01-07, durante il quale gli equipaggi non bastano mai. Sia perché tutti i reparti sono cronicamente sotto organico, sia perché il numero di interventi è sempre superiore a quelli richiesti attraverso i numeri d’emergenza e che di fatto si riesce a svolgere, dando chiaramente la priorità ai più gravi. Ci sono emergenze in cui una sola pattuglia non basta. Non essendone disponibili altre, ma, anziché omettere, ci si lancia comunque e in ogni caso sull’obiettivo, a sirene spiegate e lampeggianti accesi, cercando di arrivare prima che le situazioni d’emergenza degenerino, al fine di evitare ulteriori conseguenze negative per le vittime. Ci si precipita rischiando ancor più la propria incolumità fisica.
Un rischio che tre equipaggi, anziché uno, in certe circostanze abbasserebbero non poco (risse, liti, anche violente e in famiglia, tra più persone e con armi, rapine a mano armata, furti in corso da parte di più autori in correità).
Nella mia ventennale esperienza “in trincea”, non mi è mai capitato che un equipaggio aspettasse rinforzi per fare il suo dovere. Senso di responsabilità e coraggio hanno sempre avuto la meglio.
In questo senso, tornando ai nostri uomini che avevano proceduto all’arresto in flagranza, giudicato per direttissima, dopo 31 ore trascorse ininterrottamente a fare ciò che abbiamo descritto, è raro che saltino il turno successivo della loro squadra: lascerebbero cittadinanza e colleghi in difficoltà.
Così, tra le 21 e le 24, dopo circa 3 ore di sonno in ufficio, se va bene, alle 0,30 successive, tornano in armeria con la propria squadra per prelevare le armi lunghe (i mitra con relativo munizionamento) e tutto l’equipaggiamento assegnato per il nuovo servizio notturno. Lavano la macchina e lucidano gli stivali (la forma, soprattutto quando s’indossa una divisa è importante come i contenuti).
Dunque, le ore diventano 40 in meno di tre giorni.
Ci si mantiene svegli, reattivi e con i sensi al massimo grazie all’adrenalina prodotta dall’organismo tra un intervento e l’altro, tra un inseguimento ad alta velocità e una violenza fisica subita con la consapevolezza del rischio che si corre ad ogni istante: poi si crolla.
E pensare che le forze di polizia vengono retribuite solo per 36 ore settimanali…
Processi che si accumulano nella giornata perché sono molti, forse troppi, i reati per cui si procede ad arresto facoltativo. E questo pur sapendo che fanno parte della lista con obbligo di direttissima, e, ripeto, con la liberazione subito dopo la sentenza (rara) o dopo la molto più diffusa udienza di convalida soltanto (qualora, per tanti motivi e come spesso accade in pratica, non sia possibile procedere immediatamente al processo) con fissazione del processo in altra data (perché l’avvocato col suo cliente decidono di non patteggiare la pena, chiedendo i termini a difesa per studiarsi il fascicolo e quindi l’udienza subisce automaticamente il suo primo rinvio).
Insomma, tanto lavoro, tante persone e mezzi impiegati. Tanti rischi, tanti soldi del contribuente spesi inutilmente: tante pattuglie tolte al controllo del territorio.
Qualora l’arresto in flagranza avvenga in giorni in cui non ci siano processi per direttissima o a cavallo di giorni festivi, compresi i doppi festivi consecutivi, il detenuto, dopo tutte le incombenze di rito sopra elencate, dovrebbe essere comunque tradotto al carcere, perché si supererebbero di molto i tempi massimi previsti per la detenzione temporanea nelle camere di sicurezza. Tale struttura, a sua volta, dopo aver svolto tutti i suoi compiti obbligatori, sempre con ingenti spese per il contribuente e personale specializzato impiegato ad hoc, gli fa trascorrere in cella quei due o tre giorni necessari a fissare l’udienza per direttissima. Alla fine di questa, dopo altra doppia traduzione carcere-tribunale, l’arrestato viene rimesso in libertà.
Questa analisi è comunque relativa a una sola persona. Quando si proceda all’arresto in corresponsabilità di decine di persone per reati di rissa, furti, violenze o spaccio di stupefacenti in concorso, le considerazioni di cui sopra, ovviamente, si moltiplicano.
Attualmente, gli arrestati di questo genere, che “pernottano” quotidianamente nelle carceri, in attesa del rito direttissimo, in Italia sono circa 22mila. A questi vanno aggiunti i custoditi nelle camere di sicurezza delle forze di polizia (circa 1.000); ma non rappresentano certo la parte della criminalità più pericolosa, dal punto di vista sociale. Soprattutto in un momento in cui 14 assessori in lista ma non eletti alla Regione Lazio, grazie a un colpo di mano notturno, beneficeranno comunque dei vitalizi; in una situazione congiunturale in cui Banca Intesa patteggia con lo Stato 300 milioni di euro per evasione fiscale di 1 miliardo; in una dimensione dove su 144 suv di lusso controllati in un sol giorno a Cortina, il 33% risultano intestati a nullatenenti, fruitori anche di tutti gli altri benefici del welfare, il 33% a società dichiaranti di essere in perdita (poi dovranno spiegarci cosa ci facevano tutte quelle auto al servizio di società a Cortina in giorno festivo), e un ultimo 33% a delinquenti che dichiarano 30mila euro lordi l’anno.
Viene insomma da chiedersi: chi nuoce di più alla collettività? Queste “furbe” sanguisughe che si adirano anche per i controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate o lo straniero col permesso di soggiorno scaduto? O magari il tossico che spaccia la dose per comprarsi la propria, se non l’anziano indigente preso a rubare al supermercato?
Chi, fra questi, affolla le carceri? Non certo gli evasori, i corrotti o i politici venduti, arricchitisi amministrando soldi pubblici.
E questo carcere, è ancora uno strumento di controllo e reinserimento sociale? O è rimasto tale solo per la parte più debole della popolazione?

 
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© Criminologia.it 31.12.2011