CRIMINOLOGIA.IT RIVISTA INTERNET DI TEORIA E SCIENZE CRIMINALI

 

Quando i sentimenti diventano risentimenti
SFRUTTAMENTO E CRIMINE, RANCORE E PULSIONI FEROCI
Oggi, o ritorni servile, senza diritti e dignità, o sei licenziato
di Dr. Marco Capparella
(Capitano Arma dei Carabinieri)

 

 
















Il 1900 è stato, a mio avviso, il secolo degli operai e del riscatto del lavoro manuale.
Scaduto il tempo, si regredisce dal riscatto al ricatto del lavoro manuale: oggi, o ritorni servile, senza diritti e dignità, o sei licenziato.
Quelle rarissime volte che si viene assunti, dopo anni di sfruttamento chiamati stage, formazione e con decine di altri modi, anni in cui si lavora 12 al giorno per sei giorni settimanali, in barba alle norme sull’antinfortunistica, sulla sicurezza del lavoro, sulla tutela del lavoratore, sull’obbligo del versamento dei contributi e così via, si fanno firmare il contratto e insieme le dimissioni senza data, così, al primo problema o alla prima richiesta di un diritto, si tira fuori la lettera di dimissioni dal cilindro e si ricomincia con lo sfruttamento di un nuovo stagista tra i tanti che stanno in fila ad aspettare, perché disoccupati.
L’altro torna per strada scoraggiato, deluso e ci riprova iniziando di nuovo con un altro stage formativo (cioè pochissimi soldi e dignità, tanto sfruttamento e precarietà).
A lungo andare si ammala, si deprime oppure reagisce con violenza contro una società ingiusta e diventa criminale.
Le mafie e la microcriminalità hanno sempre bisogno di manodopera, non sono mai in crisi e pagano molto con soldi facili non guadagnati. Dunque danno anche potere in un’epoca in cui tutto ruota intorno al consumismo. Viviamo in un Paese senza più luoghi di aggregazione perché nessuno ha più il tempo di frequentarli (chi lavora deve farlo 12 ore al giorno se vuole conservare “il posto”) o, chi ha tempo, è perché un “posto” di lavoro non ce l’ha e pertanto non ha neanche i soldi per uscire di casa.
Quindi, le scelte sono tre: presenzialismo e doppio lavoro da sfruttati e precari, disoccupazione davanti ad una televisione che ci ricorda di essere dei falliti con tanto di sentimenti di colpa e disagio esistenziale, oppure la via del crimine, un modo di vivere ormai quasi ammirato in determinati contesti perché “furbo” e con rischio relativamente basso, considerata l’attuale incertezza della pena, a seguito del minor controllo del territorio determinato dai famosi tagli lineari della crisi, dei tempi sempre più lunghi dei processi per la stessa causa a fronte di prescrizioni sempre più brevi ex lege, delle continue amnistie, indulti e indultini mascherati per sfollare le carceri sempre più piene o di formule che permettono di scontare le pene comodamente a casa o in affidamento ai servizi sociali.
Ma, chi pur avendone voglia non riesce a lavorare onestamente oggi, è davvero un fallito? Non credo proprio!
Nonostante i più continuino a sostenere che i giovani d’oggi non abbiano voglia di lavorare perché viziati. Conosco personalmente tantissimi giovani seri e dotati di grande spirito di sacrificio, già dimostrato sui libri quando si sono spaccati la schiena per conseguire un titolo di studio, che pur volendo resistere a qualsiasi sfruttamento lavorativo per essere autonomi dalle rispettive famiglie, non gli viene fornita neanche l’occasione.
Di conseguenza, per quanto sopra analizzato, in parte riesco anche a rispondere al perché le persone mi appaiono ogni giorno più rancorose e fragili, inadeguate a gestire la minima frustrazione, incattivite, feroci.

I sentimenti sono diventati risentimenti
Si discute di più, per niente si litiga, si diventa esageratamente violenti e si uccide. Per futili motivi si perde la testa.
E’ solo una frustrazione da lesa arroganza questa o è scatenare la rabbia, la violenza, la fragilità prodotta da un Paese incattivito, indebolito e spaventato?
Personalmente ritengo che sia il bisogno di sfogare il rancore facendo pagare a qualcuno la propria mancanza di speranza o d’immaginazione di un futuro, catalizzata dall’uso sempre più massiccio di droghe psicostimolanti (cocaina in testa) utilizzate come automedicazione.
Solo oggi ci stiamo rendendo conto di quello che avremmo potuto essere e che non siamo. Forse perché è anche scritto sui giornali. Ma sto anche osservando una nuova tendenza: quell’andiamo-avanti e parliamo d’altro per spegnere anche l’indignazione e derubricare a poca cosa dignità e delitti, che però, sotto sotto, non mette a tacere la tristezza, la delusione, quello spleen che si anestetizza appunto con droghe e alcool come fossero farmaci e che comunque cambiano radicalmente il comportamento delle persone nel relazionarsi con l’esterno.
Vedo compagni di branco, feroci e frustrati, prodotto di un’Italia senza più maestri, esempi, riferimenti coerenti: un Paese che s’è disfatto, per furbizia e indolenza, dell’incombenza di crescere i ragazzi, aiutandoli a venir su diritti, rammentando loro etica e doveri. C’è chi se la prende con i datori di lavoro.
Io non sono d’accordo: il problema è più profondo. Per i piccoli imprenditori non è affatto più facile.
Le tasse crescono e i prezzi di ciò che si produce si assottigliano sempre di più fino ad annullare il profitto.
Da inizio anno sono 40 gli imprenditori del solo Veneto che si sono suicidati per questi problemi e per i debiti aggravati dai notevoli ritardi nei pagamenti dello Stato ed enti locali a fronte di lavoro prestato. Pochi o nessuno ne parla a livello nazionale e guai ad analizzare il fenomeno. I suicidi si sono sempre liquidati facilmente con la malattia mentale.
L’ultima vittima, Giovanni Schiavon, di Padova, ha lasciato un biglietto alla famiglia scrivendo:”Scusate, vi amo tanto, ma non ce la faccio più”. E non si contano più, ormai, quelli salvati dalle forze di polizia o dai concittadini durante il tentato suicidio (la maggior parte dentro la macchina attraverso il collegamento, con un tubo, della marmitta all’abitacolo sfruttando i gas di scarico per morire). E quando non è il datore di lavoro a morire sono gli operai sottopagati come lo studente di 20 anni che al Palatrieste stava montando il palco per un concerto quando è stato schiacciato dal cedimento dell’intera struttura. Anche la pensione è sopravvivenza per chi lavora onestamente una vita a 1000 euro al mese senza riuscire a comprarsi neanche la casa in cui vivere, faticando per lavori usuranti che fanno ammalare e, per curarsi, servono soldi considerato che non sta rimanendo più nulla di pubblico: sanità, istruzione, sicurezza, trasporto ecc.
La vecchiaia sta diventando una stagione della vita peggio della galera per chi è stato corretto, integro e non ha percorso le vie dell’accaparramento poco chiaro, fidandosi dello stato sociale e vivendo con rettitudine.
Questo grave disagio della fase della vita che invece dovrebbe essere la più serena e sicura, è sotto gli occhi di tutti, anche quelli dei giovani meno attenti, e l’indignazione cresce.
Contrariamente, stanno aumentano vertiginosamente anche i suicidi delle persone anziane anche se, in maggioranza, vengono classificati statisticamente come malattie, avvelenamenti, incidenti ecc. per cui il problema diventa sempre individuale, sembra inevitabile e la politica se ne lava le mani con i media (tanto per la coscienza dei “furbi” non c’è alcun problema).

La genesi di tutto ciò?
Il nostro Paese è stato lasciato in semibancarotta, senza avvertimenti e senza le scuse di nessuno. E mentre i cittadini poveri o appartenenti al ceto medio (i servi) continuano ad azzuffarsi come i capponi di Renzo autoaccusandosi reciprocamente, sentendosi in colpa per aver causato la crisi economica e il debito pubblico con piccole irregolarità o piccoli illeciti per sopravvivere, le classi dirigenti, le lobbies e le caste (i padroni) l’evasione ce l’hanno nel DNA. E anche se i media non ne parlano, nel 2011, in totale, la sola casta dei banchieri, ha evaso 1 miliardo di euro senza che nessuno abbia fatto un giorno di galera (parliamo solo dei soldi accertati e contestati dall’Agenzia delle Entrate e patteggiati col pagamento allo Stato per molto meno).
Aveva ragione Trilussa:”La serva è ladra, la padrona è cleptomane”!!

 
Condividi su Facebook

© Criminologia.it 18.12.2011