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Il 1900 è stato, a mio avviso, il secolo degli operai
e del riscatto del lavoro manuale.
Scaduto il tempo, si regredisce dal riscatto al
ricatto del lavoro manuale: oggi, o ritorni servile,
senza diritti e dignità, o sei licenziato.
Quelle rarissime volte che si viene assunti, dopo
anni di sfruttamento chiamati stage,
formazione e con decine di altri modi, anni in cui
si lavora 12 al giorno per sei giorni settimanali,
in barba alle norme sull’antinfortunistica, sulla
sicurezza del lavoro, sulla tutela del lavoratore,
sull’obbligo del versamento dei contributi e così
via, si fanno firmare il contratto e insieme le
dimissioni senza data, così, al primo problema o
alla prima richiesta di un diritto, si tira fuori la
lettera di dimissioni dal cilindro e si
ricomincia con lo sfruttamento di un nuovo stagista
tra i tanti che stanno in fila ad aspettare, perché
disoccupati.
L’altro torna per strada scoraggiato, deluso e
ci riprova iniziando di nuovo con un altro stage
formativo (cioè pochissimi soldi e dignità, tanto
sfruttamento e precarietà).
A lungo andare si ammala, si deprime oppure reagisce
con violenza contro una società ingiusta e diventa
criminale.
Le mafie e la microcriminalità hanno sempre
bisogno di manodopera, non sono mai in crisi e
pagano molto con soldi facili non guadagnati. Dunque
danno anche potere in un’epoca in cui tutto ruota
intorno al consumismo. Viviamo in un Paese senza più
luoghi di aggregazione perché nessuno ha più il
tempo di frequentarli (chi lavora deve farlo 12 ore
al giorno se vuole conservare “il posto”) o,
chi ha tempo, è perché un “posto” di lavoro
non ce l’ha e pertanto non ha neanche i soldi per
uscire di casa.
Quindi, le scelte sono tre: presenzialismo e doppio
lavoro da sfruttati e precari, disoccupazione
davanti ad una televisione che ci ricorda di essere
dei falliti con tanto di sentimenti di colpa e
disagio esistenziale, oppure la via del crimine, un
modo di vivere ormai quasi ammirato in determinati
contesti perché “furbo” e con rischio
relativamente basso, considerata l’attuale
incertezza della pena, a seguito del minor controllo
del territorio determinato dai famosi tagli lineari
della crisi, dei tempi sempre più lunghi dei
processi per la stessa causa a fronte di
prescrizioni sempre più brevi ex lege, delle
continue amnistie, indulti e indultini mascherati
per sfollare le carceri sempre più piene o di
formule che permettono di scontare le pene
comodamente a casa o in affidamento ai servizi
sociali.
Ma, chi pur avendone
voglia non riesce a lavorare onestamente oggi, è
davvero un fallito? Non credo proprio!
Nonostante i più continuino a sostenere che i
giovani d’oggi non abbiano voglia di lavorare perché
viziati. Conosco personalmente tantissimi giovani
seri e dotati di grande spirito di sacrificio, già
dimostrato sui libri quando si sono spaccati la
schiena per conseguire un titolo di studio, che pur
volendo resistere a qualsiasi sfruttamento
lavorativo per essere autonomi dalle rispettive
famiglie, non gli viene fornita neanche l’occasione.
Di conseguenza, per quanto sopra analizzato, in
parte riesco anche a rispondere al perché le persone
mi appaiono ogni giorno più rancorose e fragili,
inadeguate a gestire la minima frustrazione,
incattivite, feroci.
I sentimenti sono diventati risentimenti
Si discute di più, per niente si litiga, si diventa
esageratamente violenti e si uccide. Per futili
motivi si perde la testa. E’ solo una
frustrazione da lesa arroganza questa o è scatenare
la rabbia, la violenza, la fragilità prodotta da un
Paese incattivito, indebolito e spaventato?
Personalmente ritengo che sia il bisogno di sfogare
il rancore facendo pagare a qualcuno la propria
mancanza di speranza o d’immaginazione di un futuro,
catalizzata dall’uso sempre più massiccio di droghe
psicostimolanti (cocaina in testa) utilizzate come
automedicazione.
Solo oggi ci stiamo rendendo conto di quello che
avremmo potuto essere e che non siamo. Forse
perché è anche scritto sui giornali. Ma sto anche
osservando una nuova tendenza:
quell’andiamo-avanti e parliamo d’altro per spegnere
anche l’indignazione e derubricare a poca cosa
dignità e delitti, che però, sotto sotto, non mette
a tacere la tristezza, la delusione, quello
spleen che si anestetizza appunto con droghe e
alcool come fossero farmaci e che comunque cambiano
radicalmente il comportamento delle persone nel
relazionarsi con l’esterno.
Vedo compagni di branco, feroci e frustrati,
prodotto di un’Italia senza più maestri, esempi,
riferimenti coerenti: un Paese che s’è disfatto, per
furbizia e indolenza, dell’incombenza di crescere i
ragazzi, aiutandoli a venir su diritti, rammentando
loro etica e doveri. C’è chi se la prende con i
datori di lavoro.
Io non sono d’accordo: il problema è più profondo.
Per i piccoli imprenditori non è affatto più facile.
Le tasse crescono e i prezzi di ciò che si
produce si assottigliano sempre di più fino ad
annullare il profitto.
Da inizio anno sono 40 gli imprenditori del solo
Veneto che si sono suicidati per questi problemi
e per i debiti aggravati dai notevoli ritardi nei
pagamenti dello Stato ed enti locali a fronte di
lavoro prestato. Pochi o nessuno ne parla a livello
nazionale e guai ad analizzare il fenomeno. I
suicidi si sono sempre liquidati facilmente con la
malattia mentale.
L’ultima vittima, Giovanni Schiavon, di Padova,
ha lasciato un biglietto alla famiglia scrivendo:”Scusate,
vi amo tanto, ma non ce la faccio più”. E non si
contano più, ormai, quelli salvati dalle forze di
polizia o dai concittadini durante il tentato
suicidio (la maggior parte dentro la macchina
attraverso il collegamento, con un tubo, della
marmitta all’abitacolo sfruttando i gas di scarico
per morire). E quando non è il datore di lavoro a
morire sono gli operai sottopagati come lo
studente di 20 anni che al Palatrieste stava
montando il palco per un concerto quando è stato
schiacciato dal cedimento dell’intera struttura.
Anche la pensione è sopravvivenza per chi lavora
onestamente una vita a 1000 euro al mese senza
riuscire a comprarsi neanche la casa in cui vivere,
faticando per lavori usuranti che fanno ammalare e,
per curarsi, servono soldi considerato che non sta
rimanendo più nulla di pubblico: sanità, istruzione,
sicurezza, trasporto ecc.
La vecchiaia sta diventando una stagione della
vita peggio della galera per chi è stato corretto,
integro e non ha percorso le vie dell’accaparramento
poco chiaro, fidandosi dello stato sociale e vivendo
con rettitudine.
Questo grave disagio della fase della vita che
invece dovrebbe essere la più serena e sicura, è
sotto gli occhi di tutti, anche quelli dei giovani
meno attenti, e l’indignazione cresce.
Contrariamente, stanno aumentano vertiginosamente
anche i suicidi delle persone anziane anche se,
in maggioranza, vengono classificati statisticamente
come malattie, avvelenamenti, incidenti ecc. per cui
il problema diventa sempre individuale, sembra
inevitabile e la politica se ne lava le mani con i
media (tanto per la coscienza dei “furbi” non
c’è alcun problema).
La genesi di tutto ciò?
Il nostro Paese è stato lasciato in
semibancarotta, senza avvertimenti e senza le scuse
di nessuno. E mentre i cittadini poveri o
appartenenti al ceto medio (i servi) continuano ad
azzuffarsi come i capponi di Renzo autoaccusandosi
reciprocamente, sentendosi in colpa per aver causato
la crisi economica e il debito pubblico con piccole
irregolarità o piccoli illeciti per sopravvivere, le
classi dirigenti, le lobbies e le caste (i padroni)
l’evasione ce l’hanno nel DNA. E anche se i media
non ne parlano, nel 2011, in totale, la sola
casta dei banchieri, ha evaso 1 miliardo di euro
senza che nessuno abbia fatto un giorno di galera
(parliamo solo dei soldi accertati e contestati
dall’Agenzia delle Entrate e patteggiati col
pagamento allo Stato per molto meno).
Aveva ragione Trilussa:”La serva è ladra, la
padrona è cleptomane”!! |