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L'invidia
di Marco Capparella
(Capitano Arma dei Carabinieri)

 

Mai come in questo periodo la nostra società mostra pericolosi sintomi di autodistruzione, che vanno dall’indifferenza con cui si risponde all’allarme sulle fughe dalle tirannie per scampare alla morte o alla miseria, affidando quel che poco che resta, ad un barcone incerto per migrare al nord, dove poi però  le tante speranze si infrangono con la dura realtà. Queste persone fuggono dal buio e non trovano quello che sperano, anzi!  Poi ci sono i problemi legati ai disastri ambientali, alle fughe radioattive in Giappone, al proliferare dei conflitti interculturali ed economici solo apparentemente locali, ma di portata storica globale.

Questo marasma rende buio l'immaginazione del futuro, rende instabili economicamente ed emotivamente, da qui il generarsi di una crisi sei rapporti umani interpersonali, crisi che vede gli egoismi della nostra cosiddetta civiltà, che possono spiegare il commento abituale della gente di fronte le troppe cattive notizie sul futuro dell’umanità: “Per fortuna, io non ci sarò“.

Così, si avvia verso il disastro un’intera generazione, se non del tutto innocente, certamente del tutto inconsapevole; perché sia la saggezza e sia la bellezza della vita, necessitano entrambe del tempo necessario per imparare a interpretarne i segnali.

E poi, allargando l'orizzonte della riflessione: l’ennesima strage in un campus universitario apparentemente “senza senso” ad opera del solito studente impazzito; collusioni politica-mafia con tutto ciò che ne deriva; l’ennesimo crack economico finanziario con truffa, insolvenza fraudolenta e disoccupati; malasanità, concussioni e corruzioni, con mega evasioni fiscali; guerre nell’ambito della criminalità organizzata per lo sfruttamento del territorio e delle persone costrette a sopravviverci (dalle estorsioni alla prostituzione); riduzione in schiavitù; rapine, riciclaggio d’ingenti guadagni del narcotraffico e altre attività illegali sommerse che conducono al fallimento delle imprese sane; morti per droga e suicidi; omicidi e sequestri di persona, aumento delle violenze per motivi sempre più futili, in famiglia e contro i più indifesi, senza parlare dei continui omicidio-suicidi (che la dicono lunga anche sul precariato, sull’impossibilità di poter programmare o addirittura pensare ad un futuro con conseguente aumento dell’odio sociale) e si potrebbe andare avanti ancora per molto, in questa triste e preoccupante disamina.

Ma perché tutto questo?

Qual può essere la criminogenesi? Oppure i  fattori eziologici di tanta malvagità?

Osservando la criminodinamica di tanti dei delitti passionali e dei reati suddetti, forse l'invidia costituisce uno dei fattori eziologici fondamentali.

L’invidia è un’afflizione dello spirito, e a differenza di altri peccati della carne, non provoca piacere a nessuno, se non all'invidioso che gode dell'infelicità della persona che invidia.

Tuttavia, è un’emozione dolorosa soprattutto per chi la subisce, ma anche per chi la genera.

E’ un processo emotivo molto complesso e, insieme, uno specifico dolore. E’ il verme roditore dell’anima e del corpo e la radice di mali infiniti.

E’ il desiderio smodato di possedere ciò che gli altri possiedono, sofferenza per il bene degli altri. Invidioso è colui che “invidet” (guarda di traverso) un altro uomo, perché non riesce a sopportare che costui goda di un qualche bene che lui non possiede o crede soltanto di non possedere.

L’invidia, come la superbia, è l’istinto più innato nell’essere umano e più attuale.

Ancora una volta, il primo a macchiarsi di tale vizio fu Lucifero, il quale non sopportava che l’uomo godesse di una vicinanza a Dio a lui negata. Poi fu la volta di Caino, il quale non sopportava che suo fratello Abele fosse più amato da Dio, e così via.

L’invidia dunque contravviene al precetto evangelico dell’amore verso il prossimo e distrugge la fraternità necessaria alla popolazione per evolvere allontanandosi dall’infelicità.

Distruttività” e “invidia” sono praticamente sinonimi, dato che l’invidia è ritenuta (dalla psicoanalisi) espressione della pulsione di morte. L’invidia è concepita come insensata, quasi immodificabile e solo parzialmente integrabile.  L’invidia è quella particolare forma di dolore mentale che è connessa alla percezione della differenza con il proprio svantaggio. La questione risiede principalmente nella gestione del dolore mentale invidioso.

Molti sono i modi attraverso cui si può cercare di annullare, prevenire o lenire tale dolore, fra cui uno, il più appariscente, il più dannoso (e il più studiato), è quello di distruggere o danneggiare la cosa o la persona che lo suscita.

Bambini e adulti che siano stati esposti in modo ripetitivo, rigido e traumatico al dolore mentale invidioso possono strutturare un particolare assetto mentale (quasi) permanente, appunto quello invidioso, che ha la paradossale caratteristica di essere finalizzato a prevenire e combattere ogni situazione che potrebbe esporre al dolore mentale invidioso, ma che, di fatto, fa vivere il soggetto perennemente immerso nei sistemi intrapsichici e relazionali dell’invidia.

L’invidia è anzitutto un sentimento doloroso, che si impone spesso contro la propria volontà e del quale è difficile liberarsi attraverso riflessioni di tipo razionale. Comporta infatti sentimenti negativi, che sfiorano il rancore, l’odio, l’ostilità verso chi possiede qualcosa che l’invidioso non ha. L’invidia agisce allora come un meccanismo di difesa, come un tentativo di recuperare la fiducia e la stima di sé stessi, attraverso la svalutazione di chi ha di più: in termini di fortuna, di successi personali, di possibilità economiche eccetera.

Tale sentimento negativo è sempre stato condannato dalla società, tanto che è considerato, dal punto di vista morale, un “vizio” (escludendo l'impostazione patologizzante della psichiatria).  L’invidioso infatti ha il “vizio” di svalutare le persone che percepisce come “migliori” di sé e spesso non si limita al pensiero o alle fantasticherie di tipo aggressivo e distruttivo, ma, purtroppo, cerca di danneggiare oggettivamente l’invidiato, ostacolandolo in ogni suo progetto o iniziativa. Egli infatti è colpevole, agli occhi dell’invidioso, per essere apprezzato e stimato dalla società più del dovuto, e comunque più di quello che l’invidioso desidererebbe, anche in confronto a sé stesso. La consapevolezza che il soggetto odiato a causa dell’invidia non nutra alcun sentimento negativo nei confronti dell’invidioso non migliora in quest’ultimo il rancore e l’ostilità provata, anzi in alcuni casi addirittura l’accentua.

Quasi nessuno ammette di essere invidioso. Pochissime persone ne parlano apertamente, perché svelare questo sentimento è come rivelare al mondo la parte più meschina e vulnerabile di sé stessi, cosa che non fa piacere a nessuno, nemmeno a chi tende ad autodenigrarsi o a svalorizzarsi continuamente. Per questo motivo è più frequente osservare e analizzare l’invidia negli altri, piuttosto che nei propri pensieri e comportamenti.

L'invidia è sempre distruttiva ed una modalità che si prova nel desiderare ciò che l'invidiato possiede.

Nella cultura americana si distingue l'invidia dall'imitazione (meccanismo di difesa dell'Io).  Imitando un modello positivo è stimolante, può portare ad apprendere e migliorare se stessi. Invidiarlo è penoso.

Nella nostra cultura latina per colmare le proprie lacune si cercano scorciatoie, astuzie ed espedienti disonesti, dove chi è più bravo o ha più fortuna non fa che umiliare gli altri, mettendo in evidenza l’altrui insufficienza, l’altrui sfortuna, generando malumori, complessi di inferiorità e desideri di rivalsa, soprattutto con mezzi illeciti o illegali.

L’invidia non prevede e non auspica null’altro che il male e la sua definitiva sconfitta.

Essa si caratterizza come desiderio ambivalente: di possedere ciò che gli altri possiedono, oppure che gli altri perdano quello che possiedono. L’enfasi è, quindi, sul confronto della propria situazione con quella delle persone invidiate, e non sul valore intrinseco dell’oggetto posseduto da tali persone.

Alla base dell’invidia c’è, generalmente, la disistima e l’incapacità di vedere le cose e gli altri prescindendo da se stessi: in questo senso, si può affermare che l’invidioso è generalmente frustrato, egocentrico, capace di rapportarsi agli altri esclusivamente in modo competitivo.

Assume spesso atteggiamenti e comportamenti ben precisi e, quindi, riconoscibili. Tanto per cominciare l'invidioso elogia da una parte la persona invidiata e rivela una grande ingratitudine dall'altra.

 

Per uno approfondimento su questo profilo rimando all'opera di Melanie Klein (Invidia e gratitudine, G. Martinelli Editore, Firenze 1969

 

 

© Criminologia.it 10.04.2010