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Mai come in questo periodo la nostra società mostra pericolosi sintomi
di autodistruzione, che vanno dall’indifferenza con cui si risponde
all’allarme sulle fughe dalle tirannie per scampare alla morte o alla
miseria, affidando quel che poco che resta, ad un barcone incerto per
migrare al nord, dove poi però le tante speranze si infrangono con
la dura realtà. Queste persone fuggono dal buio e non trovano quello che
sperano, anzi! Poi ci sono i problemi legati ai disastri
ambientali, alle fughe radioattive in Giappone, al proliferare dei
conflitti interculturali ed economici solo apparentemente locali, ma di
portata storica globale.
Questo marasma rende buio
l'immaginazione del futuro, rende instabili economicamente ed
emotivamente, da qui il generarsi di una crisi sei rapporti umani
interpersonali, crisi che vede gli
egoismi della nostra cosiddetta civiltà, che possono spiegare il
commento abituale della gente di fronte le troppe cattive notizie sul
futuro dell’umanità: “Per fortuna, io non ci sarò“.
Così, si avvia verso il disastro un’intera generazione, se non del tutto
innocente, certamente del tutto inconsapevole; perché sia la saggezza e
sia la bellezza della vita, necessitano entrambe del tempo necessario
per imparare a interpretarne i segnali.
E poi, allargando l'orizzonte della riflessione: l’ennesima strage in un
campus universitario apparentemente “senza senso” ad opera del
solito studente impazzito; collusioni politica-mafia con tutto ciò che
ne deriva; l’ennesimo crack economico finanziario con truffa,
insolvenza fraudolenta e disoccupati; malasanità, concussioni e
corruzioni, con mega evasioni fiscali; guerre nell’ambito della
criminalità organizzata per lo sfruttamento del territorio e delle
persone costrette a sopravviverci (dalle estorsioni alla prostituzione);
riduzione in schiavitù; rapine, riciclaggio d’ingenti guadagni del
narcotraffico e altre attività illegali sommerse che conducono al
fallimento delle imprese sane; morti per droga e suicidi; omicidi e
sequestri di persona, aumento delle violenze per motivi sempre più
futili, in famiglia e contro i più indifesi, senza parlare dei continui
omicidio-suicidi (che la dicono lunga anche sul precariato,
sull’impossibilità di poter programmare o addirittura pensare ad un
futuro con conseguente aumento dell’odio sociale) e si potrebbe andare
avanti ancora per molto, in questa triste e preoccupante disamina.
Ma perché tutto questo?
Qual può essere la criminogenesi? Oppure i fattori eziologici di
tanta malvagità?
Osservando la
criminodinamica di tanti dei delitti passionali e dei reati suddetti,
forse l'invidia costituisce uno dei fattori eziologici fondamentali.
L’invidia è un’afflizione dello spirito, e a differenza di altri peccati
della carne, non provoca piacere a nessuno, se non all'invidioso che
gode dell'infelicità della persona che invidia.
Tuttavia, è un’emozione dolorosa soprattutto per chi la subisce, ma
anche per chi la genera.
E’ un processo emotivo molto complesso e, insieme, uno specifico dolore.
E’ il verme roditore dell’anima e del corpo e la radice di
mali infiniti.
E’ il desiderio smodato di possedere ciò che gli altri possiedono,
sofferenza per il bene degli altri. Invidioso è colui che “invidet”
(guarda di traverso) un altro uomo, perché non riesce a sopportare che
costui goda di un qualche bene che lui non possiede o crede soltanto di
non possedere.
L’invidia, come la superbia, è l’istinto più innato nell’essere umano e
più attuale.
Ancora una volta, il primo a macchiarsi di tale vizio fu Lucifero, il
quale non sopportava che l’uomo godesse di una vicinanza a Dio a lui
negata. Poi fu la volta di Caino, il quale non sopportava che suo
fratello Abele fosse più amato da Dio, e così via.
L’invidia dunque contravviene al precetto evangelico dell’amore verso il
prossimo e distrugge la fraternità necessaria alla popolazione per
evolvere allontanandosi dall’infelicità.
“Distruttività” e “invidia” sono praticamente sinonimi,
dato che l’invidia è ritenuta (dalla psicoanalisi) espressione della
pulsione di morte. L’invidia è concepita come insensata, quasi
immodificabile e solo parzialmente integrabile. L’invidia è quella
particolare forma di dolore mentale che è connessa alla percezione della
differenza con il proprio svantaggio. La questione risiede
principalmente nella gestione del dolore mentale invidioso.
Molti sono i modi attraverso cui si può cercare di annullare, prevenire
o lenire tale dolore, fra cui uno, il più appariscente, il più dannoso
(e il più studiato), è quello di distruggere o danneggiare la cosa o la
persona che lo suscita.
Bambini e adulti che siano stati esposti in modo ripetitivo, rigido e
traumatico al dolore mentale invidioso possono strutturare un
particolare assetto mentale (quasi) permanente, appunto quello
invidioso, che ha la paradossale caratteristica di essere finalizzato a
prevenire e combattere ogni situazione che potrebbe esporre al dolore
mentale invidioso, ma che, di fatto, fa vivere il soggetto perennemente
immerso nei sistemi intrapsichici e relazionali dell’invidia.
L’invidia
è anzitutto un
sentimento doloroso, che si impone spesso contro la
propria volontà e del quale è difficile liberarsi attraverso riflessioni
di tipo razionale. Comporta infatti
sentimenti negativi, che sfiorano il
rancore,
l’odio,
l’ostilità verso chi possiede qualcosa che l’invidioso
non ha. L’invidia agisce allora come un meccanismo di difesa, come un
tentativo di recuperare la fiducia e la stima di sé stessi, attraverso
la svalutazione di chi ha di più: in termini di fortuna, di successi
personali, di possibilità economiche eccetera.
Tale sentimento negativo è sempre stato condannato dalla società, tanto che è
considerato, dal punto di vista morale, un “vizio” (escludendo
l'impostazione patologizzante della psichiatria). L’invidioso
infatti ha il “vizio” di svalutare le persone che percepisce come
“migliori” di sé e spesso non si limita al pensiero o alle
fantasticherie di tipo aggressivo e distruttivo, ma, purtroppo, cerca di
danneggiare oggettivamente l’invidiato, ostacolandolo in ogni suo
progetto o iniziativa. Egli infatti è
“colpevole”,
agli occhi dell’invidioso, per essere apprezzato e stimato dalla società
più del dovuto, e comunque più di quello che l’invidioso desidererebbe,
anche in confronto a sé stesso. La consapevolezza che il soggetto odiato
a causa dell’invidia non nutra alcun sentimento negativo nei confronti
dell’invidioso non migliora in quest’ultimo il rancore e l’ostilità
provata, anzi in alcuni casi addirittura l’accentua.
Quasi nessuno ammette di essere invidioso.
Pochissime persone ne parlano apertamente, perché svelare questo
sentimento è come rivelare al mondo la parte più meschina e vulnerabile
di sé stessi, cosa che non fa piacere a nessuno, nemmeno a chi tende ad
autodenigrarsi o a svalorizzarsi continuamente. Per questo motivo è più
frequente osservare e analizzare l’invidia
negli
altri, piuttosto che nei propri pensieri e
comportamenti.
L'invidia è sempre distruttiva
ed una modalità che si prova nel desiderare ciò che l'invidiato
possiede.
Nella cultura americana si distingue l'invidia dall'imitazione
(meccanismo di difesa dell'Io). Imitando un modello positivo è
stimolante, può portare ad apprendere e migliorare se stessi. Invidiarlo
è penoso.
Nella nostra cultura latina per colmare le proprie lacune si
cercano scorciatoie, astuzie ed espedienti disonesti, dove chi è più
bravo o ha più fortuna non fa che umiliare gli altri, mettendo in
evidenza l’altrui insufficienza, l’altrui sfortuna, generando malumori,
complessi di inferiorità e desideri di rivalsa, soprattutto con mezzi
illeciti o illegali.
L’invidia
non prevede e non auspica null’altro che il male e la sua definitiva
sconfitta.
Essa si caratterizza come
desiderio ambivalente: di possedere ciò che gli altri possiedono, oppure
che gli altri perdano quello che possiedono. L’enfasi è, quindi, sul
confronto della propria situazione con quella delle persone
invidiate, e non sul valore intrinseco dell’oggetto posseduto da tali
persone.
Alla base dell’invidia c’è,
generalmente, la disistima e l’incapacità di vedere le cose e gli altri
prescindendo da se stessi: in questo senso, si può affermare che
l’invidioso è generalmente frustrato, egocentrico, capace di rapportarsi
agli altri esclusivamente in modo competitivo.
Assume spesso atteggiamenti
e comportamenti ben precisi e, quindi, riconoscibili. Tanto per
cominciare l'invidioso elogia da una parte la persona invidiata e rivela
una grande ingratitudine dall'altra.
Per uno approfondimento su questo
profilo rimando all'opera di
Melanie Klein
(Invidia e
gratitudine, G. Martinelli Editore, Firenze 1969
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