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Durante una calda giornata di primavera, la bandiera della
Repubblica Popolare Cinese è
stata issata su Milano. E’ la vittoria della più importante
Chinatown d’Europa, contro i
vigili e la loro volontà di fare le multe. Le forze antisommossa sono
intervenute, ma sono state respinte, ben 14 persone tra le FF.PP. che svolgevano
il loro dovere, sono finite all’ospedale. Alcune auto sono state ribaltate.
Sembra che tutto sia nato dalla reazione della comunità cinese verso una
vigilessa che stava contestando una multa: ma, una multa, può
scatenare una rivolta? O le cause
d una rivolta hanno radici più profonde: la diversità, la mancata integrazione,
lo stato di bisogno, le frustrazioni di una vita difficile?
A Milano, Via Paolo Sarpi e dintorni, sono
un ghetto, o meglio un
autoghetto. Per chi ci abita, ormai è come essere a Pechino, forse meglio,
perché i negozi italiani sono scomparsi, i vecchi residenti se ne sono andati.
E’ un vero e proprio enclave. I ghetti, ce lo insegna la Storia, portano male,
soprattutto a chi li abita. Sono centri di solidarietà culturale ed etnica, ma
sono isolati, circondati dal grande mare dei diversi (si pensi alla mafia in
America nei primi anni del 1900). Mi hanno colpito le
tante bandiere cinesi,
l’orgoglio di chi le portava e mi sono chiesto quale significato volessero
esprimere. Una volta chi arrivava a Milano voleva subito farsi adottare e
diventare milanese: addirittura cercava di imparare il dialetto il più in fretta
possibile, uniformarsi, integrarsi. Oggi, questi episodi ci dicono che le cose
non sono più così.
I ghetti sono pericolosi per chi ci vive, odiati da chi li circonda.
L’integrazione è l’obiettivo
che abbiamo per chi arriva nel nostro
Paese? E allora integriamoli e proibiamo i ghetti. In un quartiere non dovrebbe
poter vivere più di una certa percentuale di nordafricani, di cinesi, di
filippini, insieme agli italiani. Lo stesso nelle scuole. E chi arriva deve
volersi integrare,
imparare la nostra lingua, sventolare la nostra bandiera. O andarsene. L'Italia
non ha mai avuto guerre di religione e guerre etniche. Andarsele a cercare
è da temerari.
Da un punto di vista criminologico, è necessario fare una distinzione importante
tra immigrati che hanno difficoltà ad integrarsi, ma avendone l'intenzione e, se
aiutati, ci riescono, e quelli che non hanno alcuna intenzione di integrarsi, ma
vogliono imporsi. Non hanno alcuna intenzione di imparare l'italiano, non
frequentano alcun esercizio pubblico o luoghi dove sono presenti italiani.
Insomma tendono a stare sempre tra loro e noi abbiamo il dovere di fare qualcosa
per conoscerli, farci conoscere, creare attaccamento e non odio, inserirli nel
nostro contesto rispettandoli, perchè è solo in questa maniera che ci
rispetteranno.
Tuttavia, se da un punto di vista della semeiotica, si è voluto far apparire le
bandiere come “patriottiche”, mi è sembrato molto curioso il fatto che in così
pochi istanti siano saltati fuori tutti quei cinesi, come se fosse una rivolta
preventivata che stesse cercando soltanto un qualsiasi pretesto. Qui purtroppo
siamo di fronte ad un problema di dimensioni difficilmente calcolabili che non
ha nulla a che vedere con il razzismo, ma con le regole del vivere civile nel
rispetto delle identità culturali altrui.
Uno dei principali
fattori di sopravvivenza nelle specie viventi è fondato nel saper integrare i
propri bisogni e le proprie necessità con quelle degli altri. Da tali radici
primordiali derivano valori come l’uguaglianza, la fraternità, la solidarietà e
forse anche l’amore e l’amicizia. Di conseguenza è necessario valorizzare sempre
di più i diritti dei popoli e soprattutto delle minoranze mediante una maggiore
responsabilizzazione personale per far funzionare la vita della comunità.
Ma buoni e portatori di giusti
valori si nasce o si diventa?
Chi come Rousseau ha
pensato che la civiltà corrompesse un uomo selvaggio, nato fondamentalmente
buono e successivamente corrotto dalle idee diverse dalle sue, ha generato, dal
1789 in poi, società dispotiche e totalitarie. In molti hanno tentato di
obbligare gli uomini alla solidarietà coatta fino a tempi recenti, e sempre con
risultati scarsissimi.
Ciò perché gli uomini lasciati a se stessi non sono fondamentalmente buoni e
solidali, ma aggressivi e competitivi, e non sempre sportivamente o nobilmente.
Hobbes ha riassunto questo concetto nel suo “homo homini lupus” prendendo
razionalmente atto che la cultura e la civiltà sono il vero correttivo sul piano
dei valori ad una natura umana che affonda le sue radici nella lotta per la
sopravvivenza.
Wojtyla ha potuto esibire una “Veritas Splendor” (enciclica sociale)
perché le sue verità eterne occhieggiano a tavole bronzee alloggiate nel cielo
stellato.
Cielo stellato che Kant a sua volta ha messo a sovrastare una legge morale
annidata tra il cuore ed il cervello dell’uomo.
Ma che fare per chi non ha telescopi così potenti nella coscienza? Quali saranno
i suoi valori?
I giovani, che sono facili ad apprendere ma anche a dimenticare, divorano e
defecano i valori con la velocità delle mode.
Nei “Promessi Sposi”
(Capitolo II) Alessandro Manzoni ha osservato giustamente:”È men male
l'agitarsi nel dubbio, che il riposar nell'errore”, ed un grande eroe dei
nostri tempi, Giovanni Falcone, ha scritto:”Perchè una società vada bene,
si muova nel progresso, nell’esaltazione dei valori della famiglia, dello
spirito, del bene, dell’amicizia, perchè prosperi senza contrasti tra i vari
consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che
ognuno faccia il suo dovere”! E Qui c’è da riflettere molto.
Antropologia criminale
La criminologia nel XIX Secolo si è posta l’obiettivo
di studiare il rapporto tra immigrazione e criminalità seguendo due indirizzi:
individualistico e sociologico.
Il primo, ha come oggetto di studio la personalità del
singolo individuo delinquente ed individua le cause della criminalità nei
fattori endogeni, a cominciare dagli studi del positivismo biologico, che
insisteva sul determinismo biologico. (Lombroso e altri).
L’idea dominante era che determinate persone
delinquenti fossero geneticamente condizionati a delinquere. Più correttamente
si riteneva che l’uomo delinquente fosse geneticamente segnato da certe
caratteristiche che lo inducevano a delinquere. Sulla scia di questo pensiero
pseudoscientifico, si sono sviluppate varie teorie criminologiche basate sui
fattori della criminalità, di ordine fisico-biologici e psicologici
(psichiatrici e psicodinamici).
Il criminologo Lombroso, sviluppò la famosa
teoria del delinquente nato (1876), Di Tullio quella della
costituzione delinquenziale (1929), Dollard della
frustrazione-aggressione, Pinatel della personalità criminale.
Queste teorie, a
mio avviso, nascevano dall’esperienza empirica (tipico del Positivismo), anziché
trovare in essa una conferma o una smentita, così come l’epistemologia di Popper
ha saputo poi sviluppare col pensiero scientifico moderno. L’esperienza era (ed
è) alimentata da molti pregiudizi, sia sociali sia individuali. Ed è questa la
ragione principale, oserei dire la criminogenesi, di molte teorie
pseudocriminologiche che ancora oggi, anche di fronte i fatti di Milano (come di
altre proteste di o contro immigrati), trovano spazio e sono
erroneamente affermate. |
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Il ritenere che la ragazza pachistana Hina sia stata
uccisa perché “troppo occidentale” e, quindi, per motivi legati al suo aspetto (perché la sua
religione non le permetteva di andare in discoteca, vestire e vivere
"all’occidentale") è l’ennesimo errore grossolano che appartiene al
solito determinismo
biologico. Se fosse vera l’ipotesi di uccisione perché pachistana o perché alla
moda occidentale, allora
morirebbero così solo le donne pachistane o solo quelle alla moda occidentale.
In realtà, non è biologico o religioso il problema, ma antropologico
culturale e criminale. La questione riguarda il rapporto culturale tra
uomo e donna, perché certi omicidi, in cui è vittima un tipo di donna
(quello forte, intraprendente e sicura di sé, come lo era la giovane
Hina), sono un nuovo problema maschile, vale a dire, che riguarda noi
maschietti, giacché si appare chiaramente sempre più incapaci di
sopportare la donna intelligente, libera e sicura di sé.
I miti pararazzisti: del buon selvaggio, dell'infedele da
convertire, biologico ed economico (Baldelli P.,
1995), sono le chiavi di lettura di queste sub-culture discriminatrici e
violente.
Ancora una volta, quindi, la lettura criminologica del determinismo
biologico è incapace di farci comprendere l'eziologia di questi crimini.
L’asse eziologico della
criminalità invece, va spostato nelle disfunzioni della società, lo studio va
diretto sulla realtà socio-ambientale, dove si possono individuare le cause della delinquenza in
fattori esogeni. In questa moderna scuola criminologica si ritiene che il
delitto è un fatto sociale generale, che non è possibile eliminare, ma solo
modificare, sotto l’aspetto qualitativo e quantitativo, attraverso la mutazione
del contesto sociale in cui si manifesta.
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