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Baby Bulli: i figli apprendono dagli esempi
di Dott. Marco Capparella
(Cultore per l'insegnamento d'Indagine e Semiotica del Linguaggio,
Corso di Laurea Scienze dell'Investigazione all'
Università di L'Aquila)

Il contesto odierno ci impone di dare una risposta alla domanda delle domande: qual è la maniera giusta di educare i figli?

Evitando le solite banalità, non ci sono manuali per il perfetto genitore, o il classico quanto utopico e distruttivo “voglio dare ai miei figli ciò che non ho avuto io”, forse dovremmo fare un passo indietro, riflettere sul fatto che un manuale può essere utile per montare una libreria ed un saggio psico-pedagogico non potrà mai essere efficace come la nostra stessa esperienza.

Ho due figli di 14 e 10 anni e rimango esterrefatto nel constatare che ragazzi della loro stessa età si comportano già come criminali incalliti: uccidono sotto effetto di stupefacenti, stuprano, picchiano compagni disabili, lanciano sassi contro le auto dei carabinieri.

Cosa stiamo sbagliando?

Per molti la colpa è della televisione, che, con le modelle taglia 38, rende tutte le adolescenti anoressiche, o dei reality, che illudono i nostri figli con false chimere di successo legato ad un po’ di muscoli, per non parlare dei vari film e telefilm con eroi negativi.

Ho 41 anni e la televisione dei miei 13 anni non era meno violenta di oggi. Se pensate che fossero ridicoli i vari film su indiani e cowboy, andate a rivedere “Soldato blu” e se ne riparla. Era tanto di moda “Cristina F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino” eppure non sono andato a scuola con nessuna Erika.

Si guarda insomma, come al solito, all’esterno, si danno colpe alla società, al sistema, ai media, ma nessuno si fa un esame di coscienza guardando in faccia, con un’autoanalisi critica, la realtà.

I nostri figli sono come spugne, assorbono con innocenza tutti i valori, sia positivi sia negativi, che vengono loro trasmessi all’interno del nucleo familiare per poi restituirli all’esterno sottoforma di comportamenti socialmente rilevanti.

Ma, comunque, chi mette i nostri figli davanti ad un televisore?

I soldi non danno la felicità, altra banalità, lo so, soprattutto se poi siamo noi adulti i primi a credere che essere alla moda, o “fashion” come usa oggi, sia vitale, torniamo al discorso di dare tutto ma proprio tutto ai nostri figli, che non sarebbe sbagliato se accompagnato forse dal gadget principale: la considerazione!

Perché hanno bisogno dell’ultimo cellulare, il jeans griffato, l’Ipod perennemente all’orecchio per affrontare gli altri?

L’adolescenza è il periodo più confuso dell’uomo e la cosa che manca di più è la sicurezza, ci si inventa di tutto per essere accettati dagli amici, basta una parola sbagliata, un atteggiamento diverso a rendere la vita un disastro: è qui che il ragazzo esprime i valori che gli sono stati trasmetti dal nucleo familiare ed i primi accenni inerenti la propria indole, seguendo il gruppo o il “branco”.

Siamo noi che dobbiamo dare la sicurezza ai nostri ragazzi senza nasconderci dietro la banalità delle banalità:”Non è la quantità ma la qualità del tempo che dedichiamo ai nostri figli”. Una frase oggi inflazionata, per giustificare una presenza (o assenza?) bisettimanale o mensile, motivata da carriere importanti di entrambi i genitori, che però, a loro dire, quando passeranno il week-end familiare, saranno tutti felici perché ognuno si sente realizzato per ciò che erano le proprie aspettative di vita. Ma il bambino che esce da scuola e, diversamente dai propri compagni, non trova mai i genitori ad aspettarlo, il quale non può vivere la quotidianità della famiglia ma l’attenzione un po’ fredda, a pagamento, della baby sitter, si sentirà a sua volta realizzato o gli mancherà qualcosa annoiandosi ancor prima di dover sapere cos’è la noia?

I nostri figli ci vogliono vicini dalla mattina alla sera: cosa c’è di meglio di una mamma che ti sveglia con un po’ di coccole quando ha già preparato la colazione; che sa del tuo compito di matematica perché ha studiato tutta la sera con te; che ti permette di portare i tuoi amici a pranzo anche all’ultimo momento. E poi c’è papà, che ti accompagna agli allenamenti di judo e ti sta a guardare per un’ora senza mai perderti di vista, apprezzando i tuoi bei combattimenti; che ti ascolta con interesse su ciò che hai provato nel relazionarti con i compagni durante la giornata a scuola e, quando glielo chiedi, ti consiglia; che ti insegna il rispetto degli altri e l’umiltà, parlandoti anche dei suoi sbagli adolescenziali nonché delle decisioni di carattere prese allontanandosi dal “branco” e scegliendo il gruppo per esserne poi gratificato, senza saperlo, a posteriori.

Forse questo può darti già un po’ di sicurezza!

Sapere che c’è chi pensa a te in maniera costante ti rende più forte e ti fa ragionare con più lucidità anche a 14 anni. Mettere al mondo un figlio è sicuramente un atto d’amore, dovremmo ricordarci sempre l’emozione e l’euforia che ci assale all’esito del test positivo; noi non siamo come gli animali; non basta preparare un nido, farli mangiare ed insegnare loro a camminare soli; noi uomini dobbiamo soprattutto amare i nostri “piccoli”; prepararli alla vita ed educarli con il nostro esempio: non dobbiamo fornire loro dei messaggi contraddittori ed incoerenti, non possiamo appendere una bandiera della pace indossando dei pantaloni militari e manifestando contro la guerra con la violenza.

©- Criminologia.it pubblicato in rete il 25.3.2010