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Sulla critica epistemologica alla psicoanalisi
di Giusepe Guida* e Saverio Fortunato**

 

La psicoanalisi di Freud (1856-1939) riconduce la critica al modello ottocentesco di razionalità come fenomeno basilare per l'uomo. Difatti, con la scoperta dell'inconscio è un'immagine complessiva dell'uomo ad essere messa in discussione: quella che ne identifica la natura con la razionalità. Lo spazio della razionalità, della coscienza, è drasticamente ridotto. L'Io viene descritto come un Io desiderante, mosso da pulsioni profonde. Le caratteristiche più rilevanti della svolta freudiana possono essere così schematizzate: a) s'afferma un nuovo concetto di soggetto, poiché la sfera della coscienza viene a costituire solo una dimensione - e una dimensione relativamente ridotta - della vita psichica, mentre buona parte di questa si svolge nella sfera dell'inconscio; b) i processi psichici si sviluppano attraverso conflitti tra le diverse sfere - coscienti e incoscienti  della personalità; c) si configura una nuova idea dei bisogni umani, delle pulsioni, e una nuova immagine dell'idea di "piacere" e di "scopo" dell'azione umana; d) le pulsioni che hanno un'influenza fondamentale sulla personalità umana sono quelle sessuali; e) tali pulsioni verranno più tardi unificate, insieme a quelle di autoconservazione, nel concetto di Eros, che verrà descritto in opposizione ed in conflitto con una pulsione del tutto opposta, identificata con l'istinto di morte, cioè con un istinto distruttivo e autodistruttivo; f) viene a stabilirsi una delimitazione nuova, molto meno rigida e precisa, fra "normalità" e "anormalità" dei fenomeni della psiche.
Così numerose questioni poste da Freud manifesteranno un contenuto "filosofico", e non solo "scientifico", investendo e attraversando buona parte delle arti e delle "scienze umane". La psicoanalisi nasce come terapia di alcune malattie nervose, come l'isteria. Dunque, è e vuole essere una pratica clinica, che mira alla guarigione di chi soffre di nevrosi. Ma, nel corso della sua attività di analista, Freud ha attribuito alla psicoanalisi anche uno statuto teorico, definendola «scienza dell'inconscio». Ha tenuto ad affermare l'indipendenza di questa scienza, fondandola soprattutto sul metodo che essa utilizza. L'ha considerata, inoltre, una scienza che, da un lato, aveva il compito e la verifica della pratica clinica e, dall'altro, contribuiva essa stessa a questa pratica con le elaborazioni teoriche capaci di confrontarla e di consolidarne i procedimenti. Si è venuto così stabilendo un rapporto continuo e reciproco tra pratica clinica ed elaborazione teorica, nel quale la teoria ha consolidato e generalizzato i risultati dell'attività dell'analisi.
Freud, per la sua formazione di medico e neurologo e per le sue convinzioni, ha preso le mosse da una concezione positivista di scienza, basata sui fatti e su rigorose verifiche dei risultati, sempre considerati provvisori e suscettibili di correzione. Gli si è rimproverato, così, di non essersi liberato del tutto da questa concezione, di non essere approdato definitivamente ad un'altra, nella quale fosse affermata decisamente lirriducibilità della psicanalisi ai punti di vista ordinariamente ammessi dalla psicologia scientifica.  Eppure egli ha effettivamente superato il suo positivismo originario.  È difficile negare, infatti, che Freud, forse al di là delle sue intenzioni, non abbia messo radicalmente in discussione - e non solo nella pratica terapeutica - una concezione della scienza basata esclusivamente sulla spiegazione di fatti osservabili mediante l'individuazione di nessi causali.  Per Freud, come per ogni analista, ciò che è importante non sono i fatti in quanto tali, ma il senso che essi hanno assunto nella storia di un soggetto, il modo in cui sono stati interpretati e vissuti, al punto da pregiudicare la ragionevolezza di una condotta. Quest'ultima, anche in ciò che è osservabile, rimanda a ciò che non è osservabile, ad un orizzonte di senso che la precede e la giustifica. Quanto poi alle spiegazioni di uneventuale condotta disturbata, esse non sono facilmente riconducibili entro il discorso causale delle scienze della natura. Ma emergono all'interno del dialogo analitico - sostanzialmente irriproducibile - come risultato di un'esegesi dei rapporti di senso fra gli oggetti del desiderio sostituiti e quelli originari e perduti. In altri termini: nonostante il carattere di scienza più volte rivendicato, la psicanalisi si è configurata perlopiù come una disciplina ermeneutica, in cui la conoscenza dei motivi delle azioni umane avviene, non già attraverso l'individuazione di leggi che necessariamente le producono, ma attraverso la determinazione di una semantica del desiderio che consente di ricostruire una trama di senso financo nel dedalo oscuro delle immagini fantastiche prodotte da soggetti sani e malati.
 Non sorprende che, proprio per queste sue caratteristiche, la psicoanalisi sia stata frequentemente oggetto di critica da parte di numerosi epistemologi, logici e filosofi, che hanno messo in questione le sue pretese di scientificità. A tali critiche le risposte sono state piuttosto deboli e poco convincenti.
In una rivista che si occupa di
criminologia è bene richiamare alla mente certe critiche, perché inducano il giurista, ed il criminologo in particolare, ad una certa cautela nell'impiego delle tecniche analitiche.
Secondo la critica avanzata da E. Nagel, per esempio, se la psicoanalisi è da ritenersi una "teoria scientifica" al pari di quella molecolare dei gas, allora deve non solo osservare e spiegare o prevedere alcuni fenomeni osservabili, ma deve soddisfare gli stessi criteri logici che questa teoria soddisfa, al pari delle altre teorie scientifiche accettate nell'ambito delle scienze della natura o delle scienze sociali. Essa, anzitutto, deve essere convalidata empiricamente; a tale fine è necessario che dalle sue proposizioni possano essere tratte conseguenze determinate, senza le quali la teoria stessa non possiede un contenuto definito; inoltre, devono esistere delle regole di corrispondenza (o definizioni) che consentano di collegare questa o quella nozione teorica a fatti precisi. La convalida empirica, inoltre, deve essere sottoposta a verifica, se si desidera considerarla evidente. Nella psicoanalisi freudiana nulla di tutto ciò avviene: si tratta d'interpretazioni di fatti, tutt'altro che inoppugnabili, effettuate mediante il ricorso a nozioni metaforiche, suggestioni vaghe, certo affascinanti, ma del tutto non verificabili. Proprio perché allo psicoanalista, più che il fatto di per sé stesso, interessa il senso che esso acquista, egli finisce per fornisce interpretazioni prive di carattere oggettivo. A tale scopo sarebbe necessario che un certo numero di ricercatori indipendenti potesse accedere al medesimo materiale psicoanalitico (per esempio, sulla conferma derivata dallo studio dello sviluppo del bambino, oppure sulle varie patologie psichiche affrontate dallo psicoanalista, ecc.), riunito in circostanze accuratamente codificate. Ed occorrerebbero procedimenti oggettivi per decidere tra le interpretazioni/definizioni concorrenti. Bisognerebbe poi che le interpretazioni/definizioni dessero luogo a previsioni verificabili. Ma la psicoanalisi non è in grado di soddisfare questi requisiti. Neppure la sua efficacia terapeutica può costituire una prova della sua validità scientifica; dal momento, per esempio, che non è possibile stabilire né definire in modo rigoroso, mediante studi del tipo «prima/dopo», quali sono i tassi di miglioramento e se avvengono delle guarigioni spontanee. Il dibattito sulla "scientificità" della psicoanalisi resta, dunque, ancora aperto nel Terzo Millennio.


Autori: 
*Giuseppe Guida ha conseguito il dottorato in Filosofia
**Saverio Fortunato è Specialista in Criminologia clinica
 

 

Criminologia.it - pubblicato in rete il 3.3.2003