La psicoanalisi di Freud (1856-1939) riconduce la critica al modello
ottocentesco di razionalità come fenomeno basilare per l'uomo. Difatti,
con la scoperta dell'inconscio è un'immagine complessiva dell'uomo ad
essere messa in discussione: quella che ne identifica la natura con la
razionalità. Lo spazio della razionalità, della coscienza, è
drasticamente ridotto. L'Io viene descritto come un Io
desiderante, mosso da pulsioni profonde. Le caratteristiche più
rilevanti della svolta freudiana possono essere così schematizzate:
a) s'afferma un nuovo concetto di soggetto, poiché la sfera della
coscienza viene a costituire solo una dimensione - e una dimensione
relativamente ridotta - della vita psichica, mentre buona parte di
questa si svolge nella sfera dell'inconscio; b) i processi
psichici si sviluppano attraverso conflitti tra le diverse sfere -
coscienti e incoscienti della personalità; c) si configura una
nuova idea dei bisogni umani, delle pulsioni, e una nuova immagine
dell'idea di "piacere" e di "scopo" dell'azione umana; d) le
pulsioni che hanno un'influenza fondamentale sulla personalità umana
sono quelle sessuali; e) tali pulsioni verranno più tardi
unificate, insieme a quelle di autoconservazione, nel concetto di Eros,
che verrà descritto in opposizione ed in conflitto con una pulsione del
tutto opposta, identificata con l'istinto di morte, cioè con un istinto
distruttivo e autodistruttivo; f) viene a stabilirsi una
delimitazione nuova, molto meno rigida e precisa, fra "normalità" e
"anormalità" dei fenomeni della psiche.
Così numerose questioni poste da Freud manifesteranno un contenuto
"filosofico", e non solo "scientifico", investendo e attraversando buona
parte delle arti e delle "scienze umane". La psicoanalisi nasce come
terapia di alcune malattie nervose, come l'isteria. Dunque, è e vuole
essere una pratica clinica, che mira alla guarigione di chi soffre di
nevrosi. Ma, nel corso della sua attività di analista, Freud ha
attribuito alla psicoanalisi anche uno statuto teorico, definendola
«scienza dell'inconscio». Ha tenuto ad affermare l'indipendenza di
questa scienza, fondandola soprattutto sul metodo che essa utilizza.
L'ha considerata, inoltre, una scienza che, da un lato, aveva il compito
e la verifica della pratica clinica e, dall'altro, contribuiva essa
stessa a questa pratica con le elaborazioni teoriche capaci di
confrontarla e di consolidarne i procedimenti. Si è venuto così
stabilendo un rapporto continuo e reciproco tra pratica clinica ed
elaborazione teorica, nel quale la teoria ha consolidato e generalizzato
i risultati dell'attività dell'analisi.
Freud, per la sua formazione di medico e neurologo e per le sue
convinzioni, ha preso le mosse da una concezione positivista di scienza,
basata sui fatti e su rigorose verifiche dei risultati, sempre
considerati provvisori e suscettibili di correzione. Gli si è
rimproverato, così, di non essersi liberato del tutto da questa
concezione, di non essere approdato definitivamente ad un'altra, nella
quale fosse affermata decisamente lirriducibilità della psicanalisi ai
punti di vista ordinariamente ammessi dalla psicologia scientifica.
Eppure egli ha effettivamente superato il suo positivismo originario.
È difficile negare, infatti, che Freud, forse al di là delle sue
intenzioni, non abbia messo radicalmente in discussione - e non solo
nella pratica terapeutica - una concezione della scienza basata
esclusivamente sulla spiegazione di fatti osservabili mediante
l'individuazione di nessi causali. Per Freud, come per ogni analista,
ciò che è importante non sono i fatti in quanto tali, ma il senso che
essi hanno assunto nella storia di un soggetto, il modo in cui sono
stati interpretati e vissuti, al punto da pregiudicare la ragionevolezza
di una condotta. Quest'ultima, anche in ciò che è osservabile, rimanda a
ciò che non è osservabile, ad un orizzonte di senso che la precede e la
giustifica. Quanto poi alle spiegazioni di uneventuale condotta
disturbata, esse non sono facilmente riconducibili entro il discorso
causale delle scienze della natura. Ma emergono all'interno del dialogo
analitico - sostanzialmente irriproducibile - come risultato di
un'esegesi dei rapporti di senso fra gli oggetti del desiderio
sostituiti e quelli originari e perduti. In altri termini: nonostante il
carattere di scienza più volte rivendicato, la psicanalisi si è
configurata perlopiù come una disciplina ermeneutica, in cui la
conoscenza dei motivi delle azioni umane avviene, non già attraverso
l'individuazione di leggi che necessariamente le producono, ma
attraverso la determinazione di una semantica del desiderio che consente
di ricostruire una trama di senso financo nel dedalo oscuro delle
immagini fantastiche prodotte da soggetti sani e malati.
Non sorprende che, proprio per queste sue caratteristiche, la
psicoanalisi sia stata frequentemente oggetto di critica da parte di
numerosi epistemologi, logici e filosofi, che hanno messo in questione
le sue pretese di scientificità. A tali critiche le risposte sono state
piuttosto deboli e poco convincenti.
In una rivista che si occupa di
criminologia
è bene richiamare alla mente certe critiche, perché inducano
il giurista, ed il criminologo in particolare, ad una certa cautela
nell'impiego delle tecniche analitiche.
Secondo la critica avanzata da E. Nagel, per esempio, se la psicoanalisi
è da ritenersi una "teoria scientifica" al pari di quella molecolare dei
gas, allora deve non solo osservare e spiegare o prevedere alcuni
fenomeni osservabili, ma deve soddisfare gli stessi criteri logici che
questa teoria soddisfa, al pari delle altre teorie scientifiche
accettate nell'ambito delle scienze della natura o delle scienze
sociali. Essa, anzitutto, deve essere convalidata empiricamente; a tale
fine è necessario che dalle sue proposizioni possano essere tratte
conseguenze determinate, senza le quali la teoria stessa non possiede un
contenuto definito; inoltre, devono esistere delle regole di
corrispondenza (o definizioni) che consentano di collegare questa o
quella nozione teorica a fatti precisi. La convalida empirica, inoltre,
deve essere sottoposta a verifica, se si desidera considerarla evidente.
Nella psicoanalisi freudiana nulla di tutto ciò avviene: si tratta
d'interpretazioni di fatti, tutt'altro che inoppugnabili, effettuate
mediante il ricorso a nozioni metaforiche, suggestioni vaghe, certo
affascinanti, ma del tutto non verificabili. Proprio perché allo
psicoanalista, più che il fatto di per sé stesso, interessa il senso che
esso acquista, egli finisce per fornisce interpretazioni prive di
carattere oggettivo. A tale scopo sarebbe necessario che un certo numero
di ricercatori indipendenti potesse accedere al medesimo materiale
psicoanalitico (per esempio, sulla conferma derivata dallo studio dello
sviluppo del bambino, oppure sulle varie patologie psichiche affrontate
dallo psicoanalista, ecc.), riunito in circostanze accuratamente
codificate. Ed occorrerebbero procedimenti oggettivi per decidere tra le
interpretazioni/definizioni concorrenti. Bisognerebbe poi che le
interpretazioni/definizioni dessero luogo a previsioni verificabili. Ma
la psicoanalisi non è in grado di soddisfare questi requisiti. Neppure
la sua efficacia terapeutica può costituire una prova della sua validità
scientifica; dal momento, per esempio, che non è possibile stabilire né
definire in modo rigoroso, mediante studi del tipo «prima/dopo», quali
sono i tassi di miglioramento e se avvengono delle guarigioni spontanee.
Il dibattito sulla "scientificità" della psicoanalisi resta,
dunque, ancora aperto nel Terzo Millennio.
Autori:
*Giuseppe
Guida ha conseguito il dottorato in
Filosofia
**Saverio Fortunato è Specialista in Criminologia clinica
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